Un mattoide

C’è uno svelto testo di Giorgio Manganelli che parla dell’intellettuale progressista e delle sue radici mitteleuropee: c’è la voglia di staccarsi dall’io, dal senso della storia, delle cose, che dall’Europa si è espanso sul pianeta (Manganelli cita un’uscita di uno psichiatra giapponese: «Naturalmente, noi orientali non abbiamo l’io»), e lo ha trasformato in un «deposito di bric-à-brac, di soprammobili esotici». Questa identificazione dell’Europa con la fonte generatrice della ragione, che a sua volta genera l’uomo, mi fa pensare alla non-ragione che resiste, che fa attrito, e che l’Europa che cammina alla luce del sole allontana, confina nel non-umano: lo stimolo sono le due parole che si potrebbero fare sui “folli letterari”, autori bizzarri inventariati fin dall’Ottocento da uomini di lettere come Charles Nodier o di scienza in senso lato come Cesare Lombroso e Giuseppe Amadei, per poi arrivare a Raymond Queneau e, sotto sotto e prima, ai legami con la patafisica di Alfred Jarry. Ci si potrebbe domandare: perché questi autori sono “folli”, “bizzarri”? A che cosa si vogliono opporre, e perché? Qual è il sistema di pensiero che la loro opera non accetta, e che di conseguenza tende a escluderli?
Il primo a parlare di “folli letterari” è Charles Nodier, in un libretto del 1835. Scopriamo che tale Guillaume Postel, nel XVI secolo, fa uscire dai torchi di Padova e Venezia due libri in cui sostiene che Gesù Cristo debba ancora incarnarsi in «una vecchia bigotta veneziana che Postel chiamò la Mère Jeanne»; oppure la storia di Simon Morin, scrittore, scrivano e taverniere che pensa di essere il figlio di Dio, e che viene bruciato sul rogo con la sua opera; per arrivare a Bernard de Bluet d’Arbères, frivolo autore che pone mano ai suoi capolavori senza saper né leggere né scrivere.
Con Queneau, e il suo repertorio di pseudoscienze nate e morte col loro teorizzatore, si passa per i sentieri desolati dell’alienazione mentale che vuole dare forma al mondo. Pierre Roux, per esempio, è un commerciante ginevrino: racconta in sequenza di aver appena preso un clistere, di aver visto illuminarsi l’armadio di una luce accecante e di aver sentito la voce di Dio promettergli la forza di spostare le montagne (avrebbe potuto sollevare una delle torri della chiesa di San Pietro con un braccio, e non osava scendere in strada per la paura di annientare i passanti solo sfiorandoli); in altri passi delle sue opere, antologizzati da Queneau, Roux teorizza che il sole sia composto dalle materie fecali dell’universo.
Credo sia abbastanza chiaro che questi “folli letterari” sono dei signori che hanno vissuto e vivono ai margini della cultura ufficiale, che le rubano spunti, in genere li contestano, e che li rielaborano alla propria maniera, da autodidatti: se non vogliamo proprio dire che hanno l’odore degli eretici, hanno perlomeno, già secondo Queneau, quello degli eterocliti: la loro araldica è legata alla multisfaccettata semantica dell’irrazionale.
Si assiste molto spesso a un conflitto legato all’acculturazione e alla detenzione del sapere: da una parte, ecco persone che a malapena sanno leggere e scrivere, come Bernard de Bluet d’Arbères (e come il Menocchio delle ricerche di Carlo Ginzburg); dall’altra, se va bene, c’è l’accademia distante e parruccona o, se va peggio, le censuranti grigliate ecclesiastiche. Non è una sterile opposizione dicotomica: il conflitto tra il mondo dei dotti e quello dei fruitori minimi dell’alfabetizzazione primaria si può veramente cogliere in filigrana nel delirio di molti “folli letterari”, non riassumibile solo entro i confini della psicologia individuale, perché ha appunto un ineliminabile lato sociale.
Ora il pensiero va ad altri eterocliti, ai pittori naïf delle sponde del Po (le loro vite sono state sbobinate e pubblicate da Alfredo Gianolio) e alle Autobiografie della leggera di Danilo Montaldi. Al di sotto vedo lo stesso conflitto, la stessa volontà di entrare nel discorso umano, di lasciare un segno, come si dice, che i “folli letterari” giocano sul piano dell’elaborazione culturale “alta”.
Legato a tutto ciò è un libretto del 1889, scritto da Giuseppe Amadei, allievo a Pavia di Cesare Lombroso: si tratta di Una scoperta mattoide. La metallizzazione dei corpi organici di Angelo Motta. Angelo Motta, nato a Cremona nel 1826, si convince di poter trasformare in metallo, tramite l’utilizzo della corrente elettrica, qualsiasi corpo immerso in una soluzione, in maniera che di questo rimarrebbe la struttura fino al livello molecolare, ma la sostanza non sarebbe altro che metallo. E se Motta si diverte a trasformare in rame «mazzi di fiori, animaletti, gambi di melgone, frutta, penne d’oca, sigari, canestre e perfino merletti riprodotti tali e quali», il suo piatto forte sono i cadaveri. Il Corriere Cremonese, nel 1865, diceva di Motta: «Non dubitiamo punto che allorquando un sì mirabile trovato pervenga a cognizione dei grandi istituti scientifici d’Italia, di Francia e d’Inghilterra, verrà resa al Motta la giustizia che gli si conviene, e vogliam credere altresì che egli modesto e non ricco non raccoglierà soltanto nella consapevolezza del proprio genio e nell’ammirazione di pochi amici il frutto di tanti studi e di tanto dispendio». Motta, lusingato dal successo e dalla pubblicità dei giornali per la «scoperta splendidissima», va a Torino, dove tutti lodano la metallizzazione della mano di Garibaldi, «quella mano che par viva e ognora spirante i fremiti dell’eroe battagliero e i sussulti del vincitore», che però poi risulta finta, un modello ricoperto di rame, come conclude una severa commissione del Ministero della Pubblica Istruzione. Motta prima dice alla commissione che è vero, che in realtà non fa altro che rivestire i corpi di metallo, senza metallizzarli completamente, ma subito dopo invia al Ministero una sua piccata e irosa protesta, in cui si rimangia tutto e dice che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto metallizzare davvero qualunque cosa. Comunque passano gli anni, la sua fama cresce, anche se il suo «mirabile trovato» rimane un enigma; Motta sta male, promette di scrivere nel testamento il segreto della sua metallizzazione per la «dilettissima Cremona», ma alla fine, ovviamente, se lo porta nella tomba. Per Giuseppe Amadei, «direttore del manicomio di Cremona», come avverte allusivamente il frontespizio del suo libercolo, il signor Angelo Motta non è un semplice «gabbamondo» che prende in giro con malizia l’opinione pubblica, e la sua metallizzazione «non è un fatto di fisica o di chimica, ma un fenomeno psicologico»; per Amadei, animo fine, Motta non è un matto da legare come tanti: la sua metallizzazione è un fatto, o un’idea, equiparabile alla ricerca della pietra filosofale degli alchimisti. E Motta è appunto «un alchimista de’ nostri giorni». Siamo davanti a un’“idea fissa”, a un “delirio di grandezza”, a una “cocciutaggine nevrotica”. Giuseppe Amadei tocca il punto centrale: la metallizzazione, col favore del pubblico, diventa un «fatto sociale», simbolo della «protesta contro l’indifferenza di quella scienza ufficiale, aristocratica, inaccessibile». Nella patologia individuale di Motta, così sfumata e imprendibile, si insinuano motivi che grattano il modo collettivo di elaborare canoni e paradigmi, come dimostrano l’adesione e la vicinanza dei giornali al suo caso. Il punto è proprio questo: il caso Motta è tutto un problema di partecipazione culturale. Fondamentalmente, è un problema di accesso. Motta «non aveva coltura superiore alla elementare» ed entrava di soppiatto in un mondo, che è quello della scienza, più grande di lui; è questo stacco, questo balzo che porta, credo, alle opere della maggior parte dei “folli letterari”. Qui si è infatti davanti a un eteroclito della stessa pasta di quelli studiati da Nodier e Queneau.
Anche molti quadratori del cerchio di cui si legge nel libro di Paolo Albani I mattoidi italiani mettono in primo piano l’orgogliosa rivendicazione della propria originalità speculativa, la fame d’aria della sfida, e uno di essi è addirittura disposto a lottare per la sua tesi col primo matematico del mondo, a patto che gli si rimborsino le spese di vitto e alloggio della trasferta. Vedo sotto a tutto ciò rappresentazioni del mondo che lottano per la propria autonomia, galoppanti rivendicazioni di esistenza che altri animi esprimerebbero in gesti più efferati, come assassinii di potenti o istituzioni di sette segrete, e che qui si impastano invece in criptici alfabeti matematici, in fantasiose rifondazioni della chimica e dell’astronomia, della metafisica e della religione, e che si addensano nella volontà di aggiungere all’erbario del mondo la nuova pianta rarissima, considerata introvabile, che ne sconvolga per sempre l’ordine, verso l’orizzonte di una finalmente nuova sinossi.
In sostanza, anche quando queste teorie minoritarie sono assurde, bisogna indagare il fervore eretico, eteroclito, monacense e rivoluzionario che le ha generate, in cambio solo di monete di oblio. Quello che voglio dire è che stiamo parlando di rapporti di potere, in fondo, del potere appunto, vero approdo dell’io cosciente europeo dispiegato sul mondo.
E allora, un brindisi a questi mirabili ingegneri di meccanismi immunitari.

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Bibliografia
P. Albani, I mattoidi italiani, Macerata, Quodlibet, 2013.
G. Amadei, Una scoperta mattoide. La metallizzazione dei corpi organici di Angelo Motta, Cremona, Tipografia Ronzi e Signori, 1889.
C. Nodier, Bibliografia dei folli, a cura di Jacopo Narros, Quodlibet 2015
R. Queneau, Aux confins des ténèbres. Les fous littéraires, Paris, Gallimard, 2002.

[Jacopo Narros (1990) ha scritto Il Senzaventre (Tapirulan, Cremona 2013) e testi per le edizioni FUOCOfuochino. Ha collaborato ad alcune riviste, come Tèchne, rivista di bizzarrie letterarie e non (Quodlibet), La vita scolastica (Giunti) e altre, e al Repertorio dei matti della città di Milano (Marcos y Marcos, Milano 2015), a cura di Paolo Nori. Ha curato e tradotto la Bibliografia dei folli di Charles Nodier (Quodlibet, Macerata 2015)]

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