Anticamera

Era là.
Mi fermai lì sull’argine, proprio sopra di lei: un dieci metri. Si capisce che m’aveva visto o sentito fin dalla prima curva a dir poco, ma prima di dar segno di essersi accorta di me pensò bene di farmi fare un bel po’ d’anticamera.La salutai di lassù con un cenno di testa: lei, dal fondo, mi fece altrettanto. Ma non più che altrettanto, capite? Solo un cenno di testa. Poi riprese a lavare.
Era tutto quel che passava il convento: e non c’era verso d’ottenere anche un soldo di più: dimodoché non c’era altro da fare che infilare la strada di casa.
E così per tre o quattro giorni. Arrivavo lì sopra l’argine, mi fermavo a fare un bel po’ d’anticamera: e poi lei finalmente si degnava di alzare la testa (e sempre come per caso, ecco il bello): la salutavo, mi salutava, e via a casa. C’era quasi da ridere.
– Niente fretta. Niente fretta – dicevo – La domenica viene dopo sei giorni. E è per questo che la chiamano festa.
Poi una volta successe qualcosa.

[Silvio D’Arzo, Casa d’altri, Einaudi 2007]

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