Per Pier Francesco Paolini

Il 22 febbraio di quest’anno è morto Pier Francesco Paolini, che è stato uno dei migliori traduttori italiani del ventesimo secolo. Fu infatti traduttore prestigioso di classici inglesi e americani per le migliori case editrici italiane; tradusse per Feltrinelli, Bompiani, Mondadori, Rizzoli tutto il Gotha degli autori anglosassoni, da Conrad a Fitzgerald, a London a Capote, Mailer, Roth, Irwing, Virginia Woolf, Nabokov, Bukowski (è sua la traduzione di Storie di ordinaria follia), Bellow… Intellettuale raffinato e coltissimo, personalità schiva, Alfredo Giuliani lo definì “il più discreto, il più invisibile dei letterati italiani”. Fu poeta giocoso ed erotico e a tratti malinconico e romanziere, e le sue opere narrative andrebbero ricordate più di quanto non siano state notate a suo tempo. Nonostante il suo carattere schivo, cordiale ma solitario, e comunque legato a pochi amici privilegiati (bisogna ricordare tra l’altro la sua amicizia con Aldo Rosselli) attirò l’attenzione di Paolo Milano, di Piero Dallamano, Alfredo Giuliani e Cesare Milanese. Ma fu sostanzialmente un isolato, un uomo e un letterato incapace di sgomitare, e piuttosto attento a cogliere i momenti felici e piacevoli della vita.
Per quel che riguarda la sua opera di narratore, è opportuno citare ciò che osservò Alfredo Giuliani, quando affermò che “la specialità di Paolini è la commedia ilarotragica, il grottesco venato di pietosa indulgenza, il melodramma serio rivisitato come opera buffa”; ed è forse per questo, per questa anomalia, per questo stare in bilico tra comicità e tenerezza, tra fescennino e alta raffinatissima cultura, che Paolini è stato interpretato come autore minore. In realtà ci sono vari temi nella narrativa di Paolini; è presente a piene mani l’ironia, il sarcasmo, che a volte fa intravedere un moralismo di fondo molto accentuato, anche se nascosto. C’è un edonismo un po’ epicureo presente dappertutto, e anche un gusto per il passato, oserei dire per il passatismo. Paolini immerge tutto assai spesso in un mondo che non esiste, o che esiste alla periferia, nei paesi, nelle città piccole, o che esisteva una volta; un mondo desueto e un po’ crepuscolare, grassoccio, di una sensualità ottocentesca-primo novecento, sensuale, un po’ cinico, e quindi questo gaddiano rigirarsi le parole in bocca, l’uso spesso beffardo dei dialetti, il menzionare i cibi di una volta; tutto è provincia, tutto è passato in Paolini; il mondo, o forse l’Italia, è tutto un’immensa periferia.
In un’opera complessivamente tutt’altro che omogenea ci sono felicemente dei momenti assai alti, a volte inaspettati. Per quel che riguarda il mio personale parere di lettore disordinato e niente affatto metodico c’è da restare ammirati leggendo Parole e sangue (Feltrinelli), libro da non dimenticare, sardonico e drammatico, e lo scatenato I sette peccati mortali a cavallo (Empirìa). L’amore, la malinconia e la felicità entrano di soppiatto tra pagine comiche solo in apparenza. E, all’interno de Il gioco delle tre donne (Robin) appare improvvisamente e poi finisce una storia d’amore bellissima, una di quelle storie che ogni scrittore vorrebbe raccontare. E collegata a questa storia (ogni storia d’amore ha un retroterra, uno spazio) appare una delle più belle descrizioni di osteria popolare, truce, felice, selvaggia, che io abbia mai letto, che può stare al pari con la descrizione del ristorante per studenti de Le illusioni perdute di Balzac, o con certe descrizioni di bar di Hemingway.
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Pier Francesco Paolini

Via Baccina

Quando mi viene voglia di morire
prendo la metro e vado in Via Baccina.
è una via solitaria in un quartiere
vivace – strada quasi d’altri tempi.
Nel cuore storico di Roma antica
è una via malinconica, inromana,
ben lontana – diresti – dal vicino
frastuono dei motori e la notturna
allegria, spensierata e spendereccia,
delle Vie de’ Serpenti e del Boschetto,
di Madonna dei Monti, Via Leonina,
Via dei Zingari, Via dell’Angeletto.
Non ci trovi neppure un’osteria
in Via Baccina mia. C’è la bottega
(ma non è solo questo che mi strega)
d’un falegname antico che, ancora,
diresti che lavora legni rari,
ai tempi rei degli empi truciolati,
per fabbricare scrigni e stipi varii.
Ci sono negozietti di paese
dove la vecchierella va a comprare
“Mezz’etto, sor Novè, di mortadella”
ma puoi trovare prelibati
cibi e sapori ormai dimenticati,
tartufi, ed i fegatelli del vero
maiale – quello nero. C’è l’oscuro
portone sempre chiuso d’un ospizio
dove immagini ch’abbiano ricetto
principesse e marchesi immiseriti.
Simile a un antro, ad una catacomba,
c’è un Circolo Sportivo dove annosi
tifosi di Mazzola e di Piola,
al lume – sembrerebbe – di candela,
portano avanti una disperata
partita di tressette o di scopone
e rimembrano quella di pallone
dell’Italia che batte l’Inghilterra
nel Mille-novecento-trenta-quattro.
Poco più oltre ha la sede l’Empirìa,
la piccola casa Editrice che ha stampato
tanti libri di buona narrativa
e di incontaminata poesia.
Giunto in fondo alla via – mi soffermai.
Ed alzo gli occhi verso una soffitta
che il titolo ha, per me, di nostalgia.
Nel Mille-novecento-cinquantuno,
lì trascorremmo la breve stagione
del nostro amore eterno, io e la bella
donna che in terra ebbe nome Nicella:
Fenice Codispoti in Polverari,
polvere ormai da trentacinque anni.
Dentro di me, una voce ripeteva:
A thing of beauty is a joy forever.
E così sia.
Ricordo che, al risveglio, quel mattino
– lei dorme ancora – le depositai,
quasi a sigillo di una gioia estatica,
un bacio mordicchioso su una natica.
Al termine di questa passeggiata
la voglia di morire m’è passata.
[Pubblicata da Empirìa]

[Articolo pubblicato su poesia.blog.rainews.it]

Un commento

  1. caterina davinio

    Era un artista, un uomo di spirito e mio caro amico, che mi apprezzava e ha voluto insegnarmi molto su come scrivere, e da cui ho imparato molto, e che mi mancherà tanto. Ricordo le nostre presenze al premio Strega: eri fantastico e sempre un spanna sopra gli altri con la tua modestia! Grazie Pierfrancesco!

    "Mi piace"

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