Il vero il falso il barocco

Da bambini facevamo un gioco che si chiama Vola vola: uno a turno diceva «vola vola vola…» e poi all’improvviso urlava un nome, una cosa, e se questa volava veramente tutti dovevano alzare il dito, se invece non volava chi alzava il dito pagava un pegno. «Vola vola vola… il piccione» e tutti ad alzare il dito. «Vola vola vola… la sedia» e chi alzava il dito pagava pegno. Semplice. Perché il piccione vola e la sedia no. E questo gioco insegnava a distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile. A volte qualcuno stava a sottilizzare: la sedia se la butti dalla finestra vola? e il tacchino? vola il tacchino?
Così si cresce. Si problematizza. All’inizio pensi che il Vero, per esempio, è ciò che esiste e il non vero non esiste. E non vero è semplicemente falso. Durante l’adolescenza ci insegnarono anche che c’è un tipo di non vero che si definisce finto. Finto, ci dissero, avrebbe a che fare con il latino fictilis che significa fatto d’argilla. Quindi finto vuol dire costruito, artefatto, fatto apposta per simulare il vero che sarebbe invece l’autentico, originario.
Durante l’adolescenza i concetti si complicano e poi si coagulano. A volte durano per tutta una vita, se non stai troppo a sottilizzare.
Il vero non è più solo ciò che esiste ma anche ciò che è autentico, genuino. E quindi è anche ciò che è buono perché non è adulterato. E ciò che è buono è così buono che è anche bello. Per i Greci infatti era così, ci insegnavano. La frase «Kuros estì kalòs kai agathòs» si traduce «Ciro è buono e onesto». Se lo traducevi «bello e buono» te lo segnavano blu, era pedestre. Buono e onesto, perché la sua bellezza era interiore ed esteriore. E come volete che non sia anche Vero ciò che è buono e onesto? Come potrebbe essere mai onesto ciò che è falso? È Vero e basta e, come rispose Socrate a Gorgia, la verità non si può mai confutare. Socrate e Platone ci tenevano al riparo dalle insidie del male e dei perfidi sofisti che confondono le giovani menti. Cercate la verità che è dentro di voi, ci dicevano, conosci te stesso.
E però c’era qualcosa che non andava, già lo sentivamo arrivare nel vento di quegli anni. Scrissi sul mio diario scolastico questa frase di Spinoza (che allora era ancora solo un filosofo ebreo e ateo e non faceva ridere): «quando vidi che tutti i beni che temevo di perdere e tutti i mali che temevo di ricevere non avevano in sé nulla né di bene né di male, se non in quanto l’animo ne era turbato, decisi infine di ricercare se si desse qualcosa che fosse un bene vero e condivisibile, dal quale soltanto, respinti tutti gli altri, l’animo fosse affetto». È presa dal “Trattato sull’emendazione dell’intelletto”. A quei tempi, infatti, quando avevo sedici anni, ero nel seicento. E non sapevo allora che non avevo ancora nulla da emendare, ma cercavo di mettere le mani avanti, smaltivo sbornie che non avevo ancora preso. Allora non fumavo nemmeno, ero serio e mi piacevano le cose lineari, nitide. Ma mi piacevano anche il vino e le donne e il mio animo era incline ad essere turbato da molte cose.
Nella stessa pagina scrissi un’altra citazione, presa dall’esergo di un libro di Camus (allora una citazione la si copiava dai libri): «Si può rappresentare nello stesso modo un imprigionamento per mezzo di un altro, come si può descrivere una qualsiasi cosa che esiste realmente per mezzo di un’altra che non esiste affatto». La frase, per l’esattezza, è di Daniel Defoe, quello di “Robinson Crusoe”, che era nel seicento anche lui. Allora ancora non lo sapevo che la rappresentazione è la parte meno cattiva della realtà. Ci mancavano ancora un paio di secoli per saperlo.
Dicono che fumare sia un tentativo della psiche di autoalimentarsi, l’illusione di immettere qualcosa che in realtà è nulla, fumo, finzione. È come nutrirsi di illusioni. E quindi fa male.
Nel seicento è vissuto Gian Lorenzo Bernini, che un Papa definì «artista sublime e nato per disposizione divina e per gloria di Roma a portar luce a questo secolo». Lo definì così dopo che Gian Lorenzo aveva fatto sfregiare la sua amante, moglie di un suo collaboratore, che aveva una tresca anche con il fratello del Maestro. E perciò aveva tentato di uccidere suo fratello in una chiesa. A onor del vero, era una gran testa di cazzo, Gian Lorenzo Bernini. Forse è per questo che gli americani non hanno dato il suo nome a una tartaruga ninja, anche se, a dire la verità, non aveva proprio niente di meno di Michelangelo Raffaello e Donatello. Ma, a onor del vero, gli americani non capiscono il barocco. Loro nel seicento non c’erano.
Ricordo bene che la mattina in cui avevamo lo scritto di greco degli esami di stato ci fermammo a una pompa di benzina e comprai un pacchetto di MS da dieci, che considero da allora il mio primo pacchetto. A quell’epoca questo mi faceva sentire libero, avere un pacchetto di sigarette mio in tasca. E anche adesso mi sento meno libero se non ce l’ho e se non ho l’accendino. La libertà allora era un bene vero e condivisibile, come un pacchetto di sigarette e l’unica cosa che temevo di ricevere erano i giudizi sui miei errori e l’unica cosa che temevo di perdere era il tempo.
Bernini era anche pittore e architetto e amava il teatro. Però Bernini era soprattutto uno scultore. Uno scultore che voleva che la scultura superasse la pittura nella rappresentazione poetica. «Ut pictura poesis» gli avevano insegnato. «Plus quam pictura» voleva lui. Più che Caravaggio. C’è qualcosa di demoniaco nelle sue opere, sembrano togliere l’anima ai personaggi e portarla nel marmo, usando le somiglianze esteriori come tramite. Era ancora un ragazzo quando fece un busto di un insignificante prelato spagnolo, che era talmente bello e talmente vero, che quel prelato divenne famoso a Roma solo per quel busto e una volta, guardandolo, un cardinale (che poi sarebbe diventato quel Papa di prima) disse: «monsignor Montoya assomiglia al suo ritratto».
Una volta passai una nottata a discutere con un mio amico comunista della questione del vero e del falso e alla fine lui mi disse che la verità è il mondo materiale e vero è quello che poteva toccare e sentire e il resto era ideologia. E allora io mi chiedevo cosa c’è di più materiale di un blocco di marmo? E cosa c’è di più falso del nicodemismo della curia vaticana? E cosa è che inganna, la verità o la rappresentazione? Nemmeno i comunisti capiscono il barocco.
Adesso fumo molto e a volte ascolto i Pooh mentre cammino per andare al lavoro. Mi innamoro spesso, tra il va e vieni di una cameriera, quasi sempre chiedendomi se è vero amore e mi ubriaco, quasi sempre dicendomi che sto esagerando, ma poi mi passa e mi dico che non è vero. E sputo via coaguli di certezze adolescenziali.
Esattamente alla metà del seicento, tra il 1647 e il 1652, Gian Lorenzo Bernini realizzò il gruppo scultoreo che normalmente si chiama Estasi di Santa Teresa, anche se il nome vero sarebbe Transverberazione di Santa Teresa D’Avila. Ci portarono a vederlo a Roma in una gita scolastica. Ci dissero che quel solo monumento avrebbe meritato un viaggio da Città del Capo apposta. Era vero. La scultura rappresenta la Santa mistica, durante l’estasi, sdraiata su una nuvola che quasi si confonde con il suo corpo e le pieghe del vestito, ma da sotto spunta un piede che ti fa capire che non è una nuvola, è una donna viva. E forse non è una santa. E ha il volto reclinato nell’estasi mentre un angelo che è un bambino sorridente le punta al cuore una freccia. La scultura è all’interno di una cappella interamente rivestita di marmi policromi e sulla destra sono scolpite delle figure maschili su un palco di teatro che commentano la scena. E dietro la Santa e l’Angelo ci sono dei raggi di bronzo dorato che rappresentano la luce ma c’è anche la luce vera che viene infatti da una finestra in alto e sembra che venga dalla colomba, dipinta sul soffitto, che è lo Spirito Santo. Luce da luce, Dio vero da Dio finto. E tutto sta insieme e succede davanti agli occhi dello spettatore e credo che sia una delle cose più belle che io abbia mai visto.
Alcuni ritengono che l’opera rappresenti in modo trasfigurato e simbolico un amore sensuale e terreno. Altri sostengono che invece Bernini ci credeva veramente a Dio e alla Santa mistica e la sensualità che promana dal blocco di marmo sia solo apparentemente terrena e carnale, ma è in realtà il prodotto del suo afflato spirituale.
Entrambi gli schieramenti concordano sul fatto che Bernini abbia rappresentato una cosa mentre in realtà ne sentiva un’altra. E Bernini infatti sosteneva che tutta l’arte sta nel far sembrare tutto vero mentre invece è tutto finto. E infatti non so se Bernini abbia mai conosciuto un vero amore e creduto in un vero dio, ma so che ho visto la sua vera arte. E penso chissà quanti pegni ha pagato. Vola vola vola… un blocco di marmo! vola vola vola… una santa! una colomba dipinta!
Penso a queste cose, a Bernini e ai miei amori, mentre vado in ufficio a comprarmi la libertà in cambio del tempo e dei giudizi che ho ricevuto. O quello che mi sembra libertà, ma forse è solo tempo. E penso che se uno guardasse dentro la mia mente in quel momento la troverebbe bella e questo è un pensiero costruito e quindi finto. Ma bello però.
Bernini ha sempre scolpito su commissione tutte le sue opere. E infatti ha scolpito di tutto, cose che esistono e cose che non esistono, re papi santi fontane tritoni ninfe elefanti leoni api. Cose veramente belle e veramente brutte che sono tutte finte. Tutte dei veri capolavori. Ma si permise un lusso raro, per uno del seicento, quando volle scolpire una cosa solo per sé. L’avevano accusato ingiustamente, ma non di fratricidio o di adulterio, che sarebbe stato vero, ma di aver sbagliato un compito che gli era stato assegnato. E allora lui volle scolpire la sua verità. Cioè, non la sua versione dei fatti, come si usa dire in tempi moderni, ma proprio la sua Verità, in allegoria, come si usava nel seicento. Un gruppo marmoreo con la Verità in forma di donna, a cui un vecchio, che rappresenta il Tempo, toglie di dosso i panni. Il vecchio non l’ha poi scolpito perché aveva altro da fare. Quindi forse ha così rappresentato veramente l’assenza del tempo. Il vero nella sua scultura non ha posto. La Verità invece è una donna ovviamente, bella e nuda e, stranamente, sorridente, gioviale e non dura, come dovrebbe. Perché a Bernini la verità doveva sembrare così, amabile, dolce, desiderabile e benevola. Forse vagamente ebete. E non invece seria, muta, insensibile come è. Perché Bernini la Verità forse non l’ha vista mai ma l’ha desiderata sempre.
Amava molto quella statua e non volle mai separarsene per tutta la vita e anche dopo, lasciò agli eredi l’onere di non vendere mai quella statua. Si illudeva Bernini, di poter tenere la verità oltre il tempo, come se fosse un blocco di marmo. Come quell’amante sfregiata per delusione e poi scolpita bellissima per l’eternità. Forse quando sei nel seicento fai presto a pensare di poterti creare una Verità da tenere in casa, un bene vero e duraturo dal quale solo il tuo animo può essere affetto. Purché sia anche bello.
Adesso fumo una sigaretta elettronica, che è fumo finto, finzione di finzione. Quello Vero mi fa male, lo so.

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