Risposta a Questo viaggio…

Ciò che vogliamo sostenere è che il viaggio ha una dimensione collettiva: non importa chi viaggia e chi si farà poi raccontare il viaggio. Forse non importa nemmeno se chi ha viaggiato è vivo o morto, mentre chi sta leggendo del suo viaggio è al massimo un po’ assonnato e usa poche righe per chiudere solo temporaneamente gli occhi.
Vorremmo sostenere che il viaggio ha una dimensione collettiva ma, a pensarci bene, ancora oggi in questa società ha una dimensione del tutto individuale o magari elitaria. Sia nel senso che di sei o sette miliardi di viventi sul pianeta, non è propriamente la maggioranza a viaggiare e soprattutto a godersi la complessità della conoscenza on the road. E’ una ristrettissima élite, come Fossati e Messori. Una minoranza qualificata è magari quella che si gode gli anonimi complessi turistici tutti uguali, come centri commerciali, nel mondo. E che, come i centri commerciali, hanno lo stesso marchio in giro per il mondo: quest’anno sei stato in Oceania, perché l’anno prossimo non vieni con noi in Lapponia? (Uno vorrebbe rispondere: perché avete ricreato la stessa identica struttura, in Oceania come in Lapponia, stronzi! State anche cambiando il clima mondiale, perché in Lapponia faccia d’estate caldo come a Sharm!)
Ma il viaggio rischia di essere individuale ed elitario anche da un altro punto di vista. Prendete l’Alaska. No, non quella del regista Sean Penn, dello scrittore Jon Krakauer e della colonna sonora di Eddie Vedder (il nome del morto McCandless non se lo ricorda nessuno…). No, di quell’Alaska ne parliamo dopo. A noi l’Alaska ricorda immediatamente di quando Mauro stava per andarci e noi dovevamo finire di scrivere degli articoli per la nostra rivista online (parlandone da viva). Eravamo un po’ di fretta, ma facemmo in tempo prima della sua partenza. A corredo del mio pezzo, aggiunsi i seguenti versi:
Come disse Mastrocecco
Fatto è stato il compitino
Così Orletti è più sereno,
può partire per l’Alaska
a cacciare lo stambecco.

Adesso, a parte l’oscurità degli eventi citati, il suo viaggio in sé non era destinato ad arricchire nessuno. Se non la sua sete di conoscenza. Eppure attraverso i suoi racconti, i suoi articoli sul blog e un bel po’ di fotografie, ancora a distanza di anni abbiamo materiale di cui parlare e soprattutto concime per i nostri ragionamenti sul viaggio. Quell’esperienza individuale ed elitaria può essere la base per un viaggio collettivo. Esattamente come la fuga di McCandless è stato materiale per il libro di Krakauer che è stato ispirazione per il film di Penn che è piaciuto a moltissime persone in giro per il mondo.
Ma allora collettiva è solo la fruizione del viaggio? Krakauer fruisce dell’esperienza di McCandless, Penn di Krakauer e così via, fino all’ultimo ragazzino che incrocia sugli scaffali di una videoteca quel film e ne rimane estasiato.
Io direi di no. E userò Vedder come controprova. Ma non l’apprezzatissimo Vedder della suddetta colonna sonora, quello dei capolavori Society o Guaranteed e via dicendo. No, quello di Unthought known che esce nell’album del 2009 ma che comincia ad essere pensata nel 2007 (anno di uscita in sala di Into the wild). Un pezzo sulla psiche, sulle esperienze non razionalizzabili. O che la ragione non riesce ancora a sottomettere. Possiamo scollegarlo dall’esperienza di McCandless? Vedder torna – metaforicamente – dall’Alaska dove è stato grazie a Penn e tutto ciò che ha assimilato di quell’esperienza gli consente di scrivere Unthought known. In questa canzone c’è la soggettività di Vedder che rielabora l’oggettività del libro di Krakauer sul fu McCandless ma che si nutre anche delle proiezioni contemporanee di Penn che riflette su cosa mettere dentro il film. Ecco che soggettività e oggettività plurime cominciano a costituire l’idea di un viaggio collettivo.
In sintesi, viaggio collettivo per me consiste nel rileggere il nostro passato, nel rimontare i pezzi, proiettandoci tutto ciò che ormai abbiamo interiorizzato. Ossia come siamo arrivati dal punto A al punto B. E tenendo conto di come altri sono arrivati allo stesso punto B magari partendo da un punto C. Riconosciamo le strade diverse che portano allo stesso punto di risultato. Ormai ci siamo al punto B, siamo noi ora. Hic et nunc. Siamo al punto B e abbiamo fatto un viaggio.
Contraddittoriamente, però, accade ancora che sia ciascuna individualità a parlare, da quel punto B, di questi viaggi collettivi. Ancora non siamo riusciti a impostare un viaggio (alias una società) insieme. Davvero insieme. Non come quando si parte e uno disegna il percorso e gli altri ci si adattano… Molti diranno: così funziona meglio! Se tutti mettono bocca sul percorso, non si partirà mai…
Ma se questa tattica pragmatica è valida fra morti e vivi, anzi è necessaria per quello che lasceremo dopo di noi (il diario di McCandless, ad esempio), finché siamo tutti vivi cercare di costruire il viaggio, il percorso, davvero insieme è la sfida che possiamo provare a vincere.

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