Citati senza giudizio

Quando iniziammo a suonare, da adolescenti, provando a comporre nuove melodie usavamo dire: ma in fondo, che ti puoi inventare? Le note sono sette!
Al che il saccente (o sapiente, fate voi) del gruppo, sottolineava che le note in realtà sarebbero dodici. Qualcuno si intrometteva: quelle sono le tonalità, e allora non sono dodici: sono ventiquattro! Dodici maggiori e dodici minori. Sentitevi Bach e capirete.
Il primo, allora, riprendendosi diceva: e allora l’armonia araba? E quella indiana? Seguivano lunghe discussioni sulla musica tonale contro quella modale e ci si fermava solo al punto in cui il più timido di tutti stava per partire con la difesa della musica dodecafonica. No, Schönberg e Berio no!

Il problema è che si perdeva spesso il filo del discorso e tutto si faceva fuorché suonare e imparare. Qualcuno di noi doveva avere problemi con le digressioni…

In effetti, cosa volevamo dire qui? Ah, sì. Che di cose da dire ne abbiamo tante, tutti probabilmente. Qualcuno sarà più originale, qualcuno meno; qualcuno di noi più ardito, un altro più intellettualmente onesto. In ogni campo, non solo quello musicale, mettere le idee in comune è utile, però non ci si deve accavallare troppo (per dirla con Biscardi, come suggerito tempo fa da un amico: non parlate più di DUE alla volta!). Si deve cioé definire una gerarchia nell’organizzazione delle idee, postulando che:
– tutti possano, all’interno di questa gerarchia predefinita, dire liberamente la loro (anche se non c’è più François-Marie Arouet a difenderne il diritto);
– la gerarchia in questione possa essere sempre modificata, allorquando la maggioranza delle persone si renda conto che è uno schema non più adatto alla libera espressione di tutti, in questa realtà.

E invece oggi si parla di democrazia diretta, liquida, di comunicazione via web e social networks. COME SE (e lo mettiamo in maiuscolo) una gerarchia non ci fosse. E invece c’è! Dietro ogni algoritmo su internet, come nelle decisioni dei consigli di amministrazione delle case editrici oppure nei capi delle abbazie dei monaci amanuensi medievali, esiste una gerarchia implicita per cui un messaggio deve arrivare più forte e chiaro, mentre un altro scomparire nell’oblio. O, al limite, essere
bruciato come preconizzava saggiamente Ray Bradbury.

E qui non si sta facendo un discorso dietrologico o complottistico. E’ che questa gerarchia sta nei fatti e l’unica cosa che possiamo fare è contribuire serenamente a esplicitarla: dire, cioé, quali sono le regole dominanti nella comunicazione odierna e chi le ha stabilite. Solo alla fine, e al limite, lottare contro chi le ha stabilite. Ma se questa gerarchia nemmeno la si vede, o si presume che non ci sia, allora stiamo veramente messi male. C’è, in altre parole, il rischio che qualcuno indirizzi le nostre idee, che arrivi magari a scrivere una pagina intera solo per convincerci di qualcosa che serve a lui. Facciamo attenzione!

Insomma, che volevamo dire? Ah, sì. Che l’altro giorno Gramellini ha scritto questo bel pezzo qui che ricorda il senso del mio di due anni e mezzo fa e che sta uscendo il libro di Gianni Mura il cui titolo ricorda l’occhiello di quest’altro mio pezzo qua.

Se Stampa e Repubblica non fossero più in alto di MrDedalus nella gerarchia, oggi avrei potuto chiedere doppio danno per plagio!

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