Dialogo fra uguali

L’operaio gli dirà adesso: “Di queste 5 libbre di filo, 3/5 rappresentano per esempio il capitale costante. Questi appartengono a te. 2/5, quindi 2 libbre, rappresentano il mio nuovo lavoro aggiunto. Tu mi devi dunque pagare 2 libbre. Tu mi paghi dunque il valore di 2 libbre”. E in questo modo l’operaio intasca non solo il salario, ma anche il profitto, in breve una somma di denaro uguale alla quantità del lavoro da lui aggiunto, materializzato, nella forma di 2 libbre.

“Però” – dice il capitalista – “non ho forse anticipato io il capitale costante?”

“Well” – risponde l’operaio – “è per questo che ritiri 3 libbre e me ne paghi soltanto 2”.

“Però” – insiste il capitalista – “tu non potevi materializzare il tuo lavoro, non potevi filare senza il mio cotone e il mio fuso! Per questo mi devi pagare a parte”.

“Well” – dice l’operaio – “il cotone sarebbe marcito e il fuso sarebbe arrugginito se io non li avessi usati per filare. Le 3 libbre di filo che tu ritiri, è vero che rappresentano soltanto il valore del tuo cotone e dei fusi consumati per produrre queste 5 libbre e quindi contenuti in esse. Però solo il mio lavoro, servendosi di questi mezzi di produzione in quanto mezzi di produzione, ha conservato il valore del cotone e dei fusi. Per questa forza conservatrice di valore del mio lavoro io non pretendo niente da te, perché essa non mi è costata un tempo di lavoro supplementare, oltre il lavoro di filatura per il quale ho 2 libbre. Questo è un dono di natura del mio lavoro che a me non costa niente, che però conserva il valore del capitale costante. Come io non pretendo niente da te per questo, così tu non devi pretendere niente da me per il fatto che io non avrei potuto filare senza fuso e cotone. Ma senza filatura il tuo fuso e il tuo cotone non varrebbero un fico secco”.
[segue…]

[Karl Marx, Storia dell’economia politica – Teorie sul plusvalore, libro I, capitolo sesto, pagina 331, Editori Riuniti, 1993]

3 commenti

  1. pietro spina

    Bella e utile questa ri-pubblicazione. Sembra che i personaggi parlino di economia, invece parlano di etica. Di quello che è giusto e che non è giusto.
    Riguardo all’economia ci sarebbe da chiedersi cosa succede prima, come mai il capitalista ha il fuso e il cotone e l’operaio no, per esempio. e cosa succede dopo, per esempio quando il fuso si romperà, e cosa succede se il raccolto di cotone per un anno va a male. Ci sarebbe da chiedersi cosa se ne fa il capitalista del filato e come si fa a dire le tre matasse valgono quanto il fuso e il cotone o di più o di meno. Ovviamente, per saperlo, si potrebbe leggere tutto il resto dell’opus del Barbuto di Treviri e ci si troverebbero (quasi) tutte le risposte. Ma un esempio è un esempio, anzi, un exemplum, forma letteraria dell’etica per eccellenza.
    Quello che mi permetto di chiedere ad un economista è: ha senso narrare una vicenda così che, implicando un prima e un dopo (prima dell’inizio della filatura – possesso dei mezzi di produzine da parte del capitalista e disponibilità al lavoro dell’operaio e dopo la filatura – ripartizione del prodotto) come se fosse un quadro statico, elidendo l’aspetto dinamico della questione? Vista così, infatti, la rappresentazione ha poco a che fare con il capitalismo. Essa sembra più adatta a raffigurare un sistema dominicale, in cui il padrone della terra parla con il servo della gleba e questi gli risponde che ha diritto a trattenere ciò che la terra ha prodotto grazie al suo lavoro, senza il quale la semenza sarebbe marcita ecc.. Descrive il feudalesimo, un sistema di sfruttamento statico dell’uomo sull’uomo. Il capitalismo non funziona così, il capitalismo presuppone l’incremento dello sfruttamento, presuppone che il margine di profitto ecceda il valore del capitale in modo che esso possa espandersi attraverso nuova accumulazione. Presuppone (e sottolineo pre-suppone, non si limita a determinare) che il capitalista prenda 4 matasse le venda e compri due fusi per produrre 12 matasse al giro successivo e che il rendimento della filanda sia tanto remunerativo da attrarre investimenti in modo da sostituire in breve il fuso manuale con uno elettrico. Altrimenti il sistema si blocca. Un po’ come sta succendendo oggi.

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  2. Walter

    in effetti il commento di Pietro è più che corretto. il brano è però estrapolato da un paragrafo ben più lungo in cui Marx discute della circolazione del denaro tra capitalista e operaio. a sua volta inserito nel capitolo sul Tableau économique di Quesnay, il fisiocratico francese. che, per la cronaca, è morto 2 anni prima che Smith pubblicasse la “ricchezza delle nazioni” (1776).

    quindi, nel brano e in tutto il capitolo Marx mostra la “superiorità” dei fisiocratici che, seppur avessero capito ben poco del sistema economico che stava diventando dominante a danno della nobiltà feudale, continuavano a tenere in grossa considerazione la produzione e la ricchezza materiale. così come noi e il buon Pietro Spina vorremmo parlare dei mezzi di produzione e di prodotto della produzione, di chi li ha e di chi non li ha.

    ma, caro Pietro, non provare a chiederlo a un “economista”! ti dirà che il profitto è la remunerazione del capitale e il salario del lavoro dell’operaio. stop. cosicché il riferimento alla produzione (ai 2/5 e 3/5, per citare l’esempio di Marx) non ci sarà più. et voilà, il gioco è fatto. se poi a uno andrà il 4,5 e all’altro lo 0,5… beh, provi l’operaio a dimostrare in un contenzioso che quel salario (come da contratto da lui firmato) non è in realtà equo………

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