Errare è umano

Non so cosa desiderare, sinceramente. Capovolgere la realtà oppure scoprire che la realtà non è quella che pensavo? L’accettazione passiva della scomparsa di un amico mi lascia frastornato. Me ne faccio una ragione, ma è proprio questa ragione, serissima, a tormentarmi.

Gli eventi non possono essere compresi, sfuggono a qualunque principio di causalità. Questa peripezia esistenziale, questa combinazione di infinite possibilità, mi toglie la voglia di ridere del mondo. Se sono costretto a prenderlo sul serio, allora preferisco ribaltarlo, mettere tutto in discussione, sollevare dubbi.

“Come s’erano incontrati? Per caso come tutti. Come si chiamavano? Che v’importa? Di dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa forse dove di va?” (Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone).

Quel che mi consola e rende meno triste, nel leggere Diderot, è la consapevolezza che invece, in certa letteratura, è possibile sublimare l’indeterminatezza dell’esistenza, renderla indipendente dalla dimensione temporale, privarla di un inizio e di una fine.

Fra il titolo e l’incipit del romanzo sembra non esservi soluzione di continuità: Jacques il fatalista e il suo padrone. Come s’erano incontrati? Per caso come tutti. Come si chiamavano? ecc…

All’assenza di un inizio determinato si aggiunge l’assenza di una conclusione. Nel mezzo le bizze del caso e l’allusione al fatto che la storia – la storia di Jacques ma anche la Storia in generale – procede ma senza una direzione precisa. “Si sa forse dove si va?” Ovviamente no, dunque a che pro scrivere una fine? Meglio lasciare tutto in sospeso, abbandonare i due protagonisti, lasciarli liberi di errare, di andare a zonzo, lasciare che il caso irrompa ancora nei loro destini senza che nulla faccia pensare a un destino già scritto.

Errare, dopotutto, è umano. Ecco perché la letteratura lucidata, quella perfetta e senza sbavature, in questo momento mi addolora. Meglio romanzi scuciti e consapevolmente disordinati, che sconvolgono la necessità degli eventi, la demoliscono con la digressione, dimostrano che il mondo non è un sistema perfetto fondato sulle leggi di causa/effetto ma un universo di contraddizioni e ambiguità. Meglio le storie che si disinteressano della verità e si occupano dell’esistenza, della sua interpretazione sotto il segno della possibilità. Le storie in cui la scomparsa di una persona equivale ad una sospesione, ma non alla fine dell’erranza. Almeno nella dimensione della possibilità. Quella in cui Diderot elimina ogni riferimento temporale. O quasi: si lascia sfuggire che Jacques è stato ferito al ginocchio nella battaglia di Fontenoy, anno 1745.

Siamo dunque nella Francia prerivoluzionaria, la Francia dell’aristocrazia parassitaria e dei contadini ridotti in miseria. Jacques è uno di questi, un contadino costretto ad abbandonare la campagna per far il servo in città. Ma nell’aria c’è qualcosa di nuovo. In più di un’occasione Jacques si ribella al suo padrone, come nell’episodio dell’osteria Gran Cervo, dove rifiuta categoricamente di eseguire un semplice ordine. Nell’aria c’è lo spettro della rivoluzione, nel nome di Jacques quello della jacquerie, la rivolta contadina del 1358. Il suo padrone (l’aristocrazia) ha paura.

Fa bene ad averne? Jacques è un fatalista, crede nell’esistenza del “libro del gran rotolo” dov’è scritta la trama della vita di ogni uomo. Se è scritto che arriverà la fine, essa giungerà inevitabilmente, se è scritto che arriverà la rivoluzione, le teste dei nobili rotoleranno senza dubbio. Il padrone di Jacques, al contrario, è un sostenitore del libero arbitrio, crede nell’esistenza di spazi di libertà e autodeterminazione: quel che non è preventivato può realizzarsi nella manifestazione della libera volontà umana.

La voce del padrone è la voce della ragione? Può darsi, ma non è la voce di Diderot, quella con cui fabbrica verità oggettive che però, manco a dirlo, realizzano la trama dell’inganno. Come nell’episodio in cui il padrone di Jacques viene sorpreso a letto con Agathe: deve subire l’accusa di disonore da quegli stessi parenti che hanno tramato affinché la ragazza finisse a letto con lui.

Continui ribaltamenti fra verità e inganno, morale e disonore. Dove però, ad inquinare la morale non è il disonore, ma il rapporto di causa-effetto che si instaura fra le azioni dei personaggi. Il cortocircuito che porta allo scandalo e al paradosso.

All’alba della rivoluzione tutti i valori vengono messi in discussione, quelli vecchi, ormai degradati fino ad assomigliare ai loro opposti, quelli nuovi, talmente nuovi da risultare, appunto, scandalosi e paradossali.

Tra un inizio che non c’è e una fine che non arriva Diderot lascia il campo libero ai capricci della ragione beffarda. E si fa anche lui padrone. Combina, scombina, interrompe, riprende, suggerisce, allude, apre parentesi, si dimentica, ricomincia da capo. E le vittime non sono Jacques e il suo padrone, ma i lettori, chiamati ad abbandonare la loro fiduciosa passività. La stessa per cui, davanti a un carro drappeggiato di nero, sono convinti di sapere già tutto.

“[…] e ben presto scorsero un carro drappeggiato di nero, trascinato da quattro cavalli neri, coperti di gualdrappe nere, che avviluppavano loro la testa e ricadevano fino ai piedi; dietro, due domestici vestiti di nero, quindi altri due pure vestiti di nero, ciascuno su un cavallo nero, bardato di nero; a cassetta, un cocchiere nero, col cappello a falde calate e circondato da un lungo crespo, che gli pendeva lungo la spalla sinistra; questo cocchiere teneva il capo chino, lasciava le redini dondolare e conduceva i cavalli meno di quanto questi conducessero lui. Ecco i nostri due viaggiatori arrivare accanto la carro funebre.”

Ma errare è umano. E qui mi fermo, se non erro.

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