Quel che ho in testa

Qui, il padrone si alzò, lo prese per il bavero, e gli disse gravemente: – Scendi.
Jacques gli rispose freddamente: – Non scendo.
Il padrone scuotendolo forte gli disse: – Scendi, gaglioffo! Ubbidiscimi!
Jacques gli replicò di nuovo freddamente: – Gaglioffo, quanto vi piace; ma il gaglioffo non scenderà. Vedete, signore, quel che ho in testa, come si dice, non l’ho sotto i piedi. Vi riscaldate inutilmente, Jacques resterà dov’è, e non scenderà.
E poi, Jacques e il suo padrone, dopo essersi contenuti fino a questo momento, vanno fuori dai gangheri entrambi nello stesso tempo, e si mettono a gridare a squarciagola:
– Scenderai.
– Non scenderò.
– Scenderai.
– Non scenderò.
A questo chiasso, l’ostessa salì e chiese cosa succedesse; ma non fu al primo istante che le si rispose; si continutò a gridare:
– Scenderai.
– Non scenderò.
Poi il padrone, col cuore gonfio, camminando per la stanza, diceva bofonchiando: – S’è mai visto nulla di simile?
L’ostessa stupefatta e in piedi: – Ebbene! Signori, di che si tratta?
Jacques, senza commuoversi, all’ostessa: – E’ il mio padrone, a cui dà di volta il cervello; è matto.

[Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone, l’Unità/Einaudi 1992]

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