Peccato per il limbo

Eternamente avvolto da una nebbia fitta ma leggera, impalpabile e tendente al grigio, più simile al fumo che al vapore, un fumo che permette a mala pena di distinguere le proprie mani. Per quanto ci è dato sapere il limbo dovrebbe essere un tratto di autostrada fra Monselice e Terme Euganee. Più precisamente una piazzola di sosta riparata da una barriera di oleandri in fiore. Che siano in fiore lo si deve supporre visto che, a causa della nebbia, non si vede assolutamente nulla.
E lì, nella piazzola di sosta, ci sono delle ombre, come degli uomini, però più simili a delle ombre, delle nubi sfilacciate e fluttuanti, ma che fluttuano sempre sullo stesso punto. Delle ombre in sosta, anche un po’ tristi e silenziose. Hanno in mano un panino imbottito, che non si vede ma se ne sente l’odore, perché nel limbo non ci sono tanti odori, anzi, praticamente ce n’è solo uno, quello del panino con ripieno di prosciutto crudo, robiola e rucola, un panino come quelli che vendono all’Autogrill, che hanno anche il nome: Ulisse, Apollo, Icaro.
Una di queste ombre guarda il suo Icaro e pensa che è un fatto davvero paradossale che negli Autogrill vendano l’Icaro ma non, ad esempio, un panino col suo nome: lo Zenone (tacchino affumicato, lattughino e scamorza affumicata). L’ombra di Zenone si trova lì, nella piazzola di sosta del limbo, a fluttuare tra i Padri e i Giusti senza mai spostarsi, senza vie d’uscita perché per imboccare la corsia di accelerazione dovrebbe prima raggiungere la metà della piazzola e poi, una volta raggiunta la metà, dovrebbe raggiungere la metà della metà rimanente e così via, senza mai raggiungere l’estremità del limbo, cioè l’imbocco della corsia di accelerazione. Senza contare la nebbia fitta e leggera, il fumo impalpabile e via dicendo.
Però una volta, molto tempo fa, è successo che la nebbia ha cominciato a diradarsi e lui e le altre ombre hanno preso un po’ di consistenza, qualcuna – a cui sono spuntate le gambe – ha smesso di fluttuare ed ha poggiato i piedi a terra. C’è stata un po’ di confusione, specie fra i bambini non battezzati ai quali non è sembrato vero di poter correre liberamente. Intanto la piazzola si è riempita di strani personaggi, aloni sbiaditi di mercanti che, dopo aver brigato nelle alte sfere per essere riconosciuti “peccatori di mestiere”[1] e destinati, in quanto tali, al fuoco purgatorio, appena messo piede nell’Antipurgatorio hanno sollevato un gran polverone sostenendo che quello non era un luogo ma uno stato dell’anima, e che loro invece avrebbero avuto diritto, come tutti, ad un posto in cui svernare dopo la morte. Nell’incertezza sul da farsi sono stati spediti nel Limbo, nella piazzola di sosta del tratto autostradale fra Monselice e Terme Euganee. Destinazione che hanno accettato di buon grado visto che alcuni loro amici del sinodo orientale (i mercanti hanno sempre fatto affari nel tempio) gli avevano passato una soffiata secondo cui la dottrina di un certo Pelagio sarebbe stata dichiarata ortodossa nei concili di Gerusalemme e Diospolis[2] e quindi loro, senza troppo sforzo, sarebbero finiti dritti dritti in paradiso, in una parte separata dal regno dei cieli ma pur sempre in paradiso.
Sicché il nome di questo Pelagio ha iniziato a circolare prima tra i Padri e poi anche tra i Giusti. E quando Zenone ha provato a chiedere, con un soffio di voce, se si trattasse di un nuovo panino dell’Autogrill, lo spirito di un Giusto – che gli era finito di fianco a causa di uno spostamento d’aria proveniente dall’autostrada – gli ha spiegato la differenza fra un Icaro e un Pelagio, e poi anche fra un Pelagio e un Agostino.
Che sono nati tutti e due nel 354, per una di quelle strane coincidenze che solitamente legano i nemici di tutta una vita. Infatti Agostino fu il grande avversario di Pelagio, e ogni volta che lui apriva bocca e diceva, per esempio, Che forza questo libero arbitrio! oppure Siamo proprio sicuri che esiste il peccato originale? oppure Se non esiste il peccato originale, non sarebbe meglio sgomberare il Limbo e poi chiuderlo? ogni volta che la nebbia sembrava diradarsi e spuntava il piccolo gabbiotto dei bagni pubblici e in fondo, in lontananza, l’imbocco della corsia di accelerazione, ecco che Agostino buttava giù un paio di trattati, De gestis Pelagi[3], ad esempio, oppure De natura et gratia contra Pelagium[4], e il Limbo tornava ad essere quel che era sempre stato, una piazzola di sosta fra Monselice e Terme Euganee.
E Zenone, che più di una volta si era illuso di abbandonare il suo posto, rimaneva di nuovo imprigionato nelle spire dei fumosi paradossi contro il movimento che, fra l’altro, non era nemmeno sicuro fossero i suoi perché tutto era finito nel limbo e nella gran confusione che ne era seguita anche lui aveva perso consistenza ed era tornato ad essere l’ombra di se stesso, senza però sapere di quale se stesso: Zenone di Elea o Zenone di Cizio[5]?
Intanto anche i mercanti trafficoni erano rimasti imprigionati nelle nebbie di Monselice/Terme Euganee perché quello che gli amici del sinodo orientale non gli avevano detto era che un certo papa Zosimo avrebbe promulgato un’enciclica, l’Epistola tractoria[6], per colpire di anatema la perniciosa eresia del Pelagianesimo.
Diceva così, Anatema!, perché non sopportava le parole di Pelagio secondo cui l’uomo si deve esercitare, deve allenare la sua libertà, così, il giorno in cui si troverà a scegliere fra il bene e il male, sarà capace di scegliere il bene e adempiere la legge divina. E quanto alla grazia di Dio, non è che non sia necessaria, diceva Pelagio, non è che non serva per esercitare correttamente il libero arbitrio, però la grazia è la natura stessa, cioè un dono di Dio che niente e nessuno può cancellare, nemmeno il peccato originale. E non essendoci peccato non c’è bisogno di battesimo. Cioè, gli adulti, magari, se uno vuole si battezza e cancella i peccati commessi in precedenza. Ma nei bambini non ci può essere remissione dei peccati se peccati non hanno commesso. E quindi, se muoiono senza battesimo, vanno in paradiso. In una parte distinta dal “regno dei cieli” ma pur sempre in paradiso.
Eresia bella e buona, pontificava papa Zosimo, E perniciosa anche!, aggiungeva Agostino, che subito ci scriveva un paio di trattati, Contra duas epistolas Pelagianorum[7] e De gratia Christi et de peccato originale contra Pelagium[8], nei quali si rivolgeva a Pelagio e, fra le righe, gli diceva Cioè fammi capire, per te Cristo sarebbe venuto inutilmente? Se infatti non c’è peccato originale non c’è nemmeno bisogno di un Redentore e quindi Cristo poteva evitare di nascere, predicare, finire in croce. E giù nebbia su Monselice e Terme Euganee, quella nebbia fitta ma leggera, impalpabile e tendente al grigio, più simile al fumo che al vapore.
Un’altra volta i mercanti trafficoni avevano fatto circolare il nome di Giovanni Cassiano, un monaco che dava la sua versione del pelagianesimo, cioè il semipelagianesimo, anche se il suo discorso sull’uomo che può volgersi per primo verso Dio come il malato può andare per primo a chiamare il medico[9] era rimasto un po’ a metà, e quindi Zenone non s’era fatto tante illusioni ed anche se gli erano spuntate due gambette di 30 centimetri si era limitato ad un vaporoso gesto di scetticismo ed era rimasto in sospeso, a differenza dei bambini non battezzati che avevano ricominciato a correre a destra e a manca senza però spostarsi di un solo centimetro. Ed infatti Agostino, che aveva saputo delle teorie di Cassiano da Prospero di Aquitania, aveva subito scritto un altro paio di libri, De praedestinatione sanctorum[10] e De dono perseverantiae[11] per condannare anche il semipelagianesmo.
Da allora si sono diffuse le voci più disparate e la nebbia si è infittita, poi diradata e dopo ancora sollevata, infine si è addensata di nuovo mentre nella piazzola di sosta sono arrivati calciatori di squadre in zona retrocessione, membri di governi di transizione, giovani precari in attesa di rinnovo del contratto, fidanzati che si sono presi una pausa dal fidanzamento, architetti e ingegneri in attesa di costruire fantomatici ponti sullo stretto.
Finché un giorno una luce fortissima ha dissolto la nebbia e finalmente la piazzola è diventata visibile anche dall’autostrada, con il gabbiotto del wc, le piante di oleandro, i cestini dei rifiuti, piena di gente fino a scoppiare. Come se qualcuno avesse improvvisamente acceso un riflettore da 436.000 watt durante un concerto dei Rolling Stones al Wembley.
È stata la Congregazione per la dottrina della fede[12] ad accendere il riflettore, a fare in modo che i 436.000 watt sciogliessero il tradizionale concetto di limbo e lo facessero cadere, come un Icaro qualunque. Del resto il limbo non è mai stato un luogo, e neppure uno stato dell’anima e tanto meno una verità di fede, ma soltanto un’ipotesi teologica basata su un’interpretazione troppo restrittiva della salvezza.
E così Zenone, superata d’un balzo la tartaruga di Achille, si è avviato con i bambini non battezzati i Giusti e i Padri sulla corsia di accelerazione della misericordia di Dio, che – così sembra – vuole salvi tutti gli uomini.
______
Note
[1] Ne La nascita del Purgatorio, Jacques Le Goff sostiene che la dottrina escatologica del purgatorio si sarebbe affermata nella seconda metà del XII secolo, inizialmente come fuoco purgatorio e solo dopo – quando lo sviluppo economico e l’allargamento dei commerci determinarono la diffusione delle professioni di banchieri e mercanti – si pensò a connotarlo come una condizione di purificazione necessaria alle anime che, pur essendo nella Grazia di Dio, non erano ancora pienamente purificate (com’è per le anime dei “peccatori di mestiere”).
[2] Nel 415 d.c., su proposta di Paolo Orosio, discepolo di San Girolamo, il sinodo di Gerusalemme portò la questione dell’ortodossia di Pelagio di fronte alla Santa Sede che, tuttavia, non adottò alcuna decisione in merito. La dottrina pelagiana fu ancora dichiarata ortodossa dal sinodo dei vescovi orientali riunitosi, nello stesso anno, nel concilio di Diospolis.
[3] Le gesta di Pelagio, 417 d.c., narra la storia del Concilio di Diospolis, di cui riproduce gli atti.
[4] La natura e la grazia contro Pelagio, 411-418 d.C., opera in cui Agostino affermò che l’aiuto di Dio è indispensabile all’uomo per la sua salvezza;
[5] Tutti lo miran, tutti onor li fanno: / quivi vid’io Socrate e Platone, / che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno; / Democrito, che ‘l mondo a caso pone, / Diogenés, Anassagora e Tale, / Empedoclès, Eraclito e Zenone. (Divina Commedia, Canto IV) Difficile dire se Dante intendesse nominare Zenone di Cizio (333-263 a.C.), filosofo greco fondatore dello stoicismo, o Zenone di Elea (V sec. a.C.), filosofo e matematico considerato l’inventore della dialettica. E’ anche possibile che, date le scarsissime notizie su entrambi, Dante li confondesse in un unico personaggio.
[6] L’Epistola tractoria (ovvero tractatoria, una sorta di trattato), della quale si sono conservati solo pochi frammenti, venne promulgata da Papa Zosimo nel giugno-agosto del 418 d.C. e indirizzata alle Chiese orientali (Egitto, Costantinopoli, Gerusalemme e Tessalonica) per condannare l’eresia pelagiana.
[7] Contro due lettere dei Pelagiani, opera dedicata a Papa Bonifacio I, anch’egli impegnato nella lotta al Pelagianesimo.
[8] La grazia di Cristo ed il peccato originale contro Pelagio, 418 d.c., fu scritta a Cartagine dopo la promulgazione della Tractoria di Zosimo.
[9] Concetto sintetizzato nella formulazione initum fidei che, senza negare la necessità della grazia, ammetteva la possibilità di cominciare l’opera di conversione e salvezza di sé compiendo da soli il primo passo verso Dio.
[10] La predestinazione dei santi, 428 d.C., destinato ai monaci che dimostravano di non vederci chiaro – caligant – sulla predestinazione dei santi.
[11] Il dono della perseveranza, 429 d.C., in cui venne esposta la tesi secondo cui la perseveranza finale è un dono di Dio e la predestinazione una dottrina che deve essere predicata.
[12] La posizione è stata espressa dalla Commissione teologica internazionale, un organo della Congregazione per la dottrina della fede, cui era stato chiesto di esprimersi sul tema “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”. Il documento contenente il risultato dei lavori è stato sottoposto al presidente della Commissione stessa, il cardinale William J. Levada, il quale, ricevuto il consenso del Santo Padre nell’Udienza concessa il 19 gennaio 2007, ha dato la sua approvazione per la pubblicazione.

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