Come nasce la semente da una legge naturale

C’è una bella canzone da queste parti che dice così:
Simon nacque in un tugurio
di un paese, di un continente
come nasce la semente
da una legge naturale.
Senza patria come il progresso
come l’arte e la scienza
l’amore e la coscienza
senza patria come l’ideale.

E poi ci sono dei giorni, quaggiù, dei giorni bui, anche al mattino, dei giorni in cui il vento è così forte che sei convinto strapperà via tutto, strapperà via i cartelli, le panchine, la cabine telefoniche, strapperà via anche le macchine e le case, strapperà via l’asfalto delle strade e le banchine del porto, perfino le montagne strapperà. E non resterà niente.
Allora nessuno penserebbe mai, quaggiù, che l’Argentina sia stato il granaio del mondo, la macelleria dei paesi industrializzati. Eppure, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, la finanza londinese e la borsa newyorkese mettono gli occhi proprio sull’Argentina. E poi decidono: Inghilterra e Stati Uniti ci metteranno il capitale, i ricchi proprietari terrieri ci metteranno la terra, la ricca borghesia ci metterà le leggi, i contadini e gli operai argentini, i vigneros francesi, gli zappaterra andalusi e i cafoni italiani ci metteranno le braccia. E lo faranno per quattro soldi, accalcandosi nei quartieri peggiori della città, dividendosi baracche, freddo, fame, mosche e febbre gialla.
Mentre il movimento operaio si organizza per la lotta, il governo argentino, con sadica lungimiranza, costruisce un penitenziario nell’estremo lembo di terra patagonica, nella Terra del Fuoco. Usa gli stessi detenuti, ai quali fa disboscare colline, trasportare legname, costruire pezzo per pezzo la colonia penale nel quale verranno rinchiusi.
Intorno le case dei familiari, i familiari delle guardie carcerarie, i familiari dei detenuti. E poi altri strani personaggi, reverendi come il reverendo inglese Thomas Bridges e pescatori come il pescatore di Torre del Greco Pasqualino Rispoli. Che arriva a Punta Arenas nel 1906, alla ricerca del padre. Il quale, il giorno che la moglie lo abbandona – portandosi via i figli e fra questi Pasqualino – si ubriaca così tanto che gli viene l’idea di fuggire fino in capo al mondo, fino alla terra fuoco, dove poi effettivamente arriva.
Oggi, che la vocazione di Ushuaia è quasi esclusivamente turistica, il penitenziario è diventato un museo. C’è la sezione marittima, quella di storia militare, c’è anche un museo di arte contemporanea. E naturalmente la sezione dedicata alla storia del penitenziario. Restaurata, riscaldata, arredata… ha ancora l’aspetto di una prigione, ma è un po’ difficile figurarsi la condizione di vita dei detenuti. Per farsene un’idea bisogna infilarsi nel braccio non restaurato. Le grandi stufe al centro del corridoio arrugginiscono inesorabilmente, assieme alle tubature dei bagni, ai lavatoi, alle docce. L’intonaco si stacca dai muri ed i cardini cedono uno alla volta sotto il peso delle porte grige delle celle. Ci sono ancora, a mezz’aria, sospesi nel freddo del corridoio, il senso di disperazione dell’ergastolano e la sua consapevolezza di essere alla fine del mondo. La consapevolezza del giovane Simón Radowitzky, nemmeno 18 anni e già un passato russo antizarista talmente ingombrante da farlo emigrare in Argentina. Dove partecipa alla lotta operaia, è a Buenos Aires durante la Semana Roja, è in plaza Lorena il 1º maggio 1909 alla manifestazione per i martiri di Chicago, nel mezzo degli scontri con la polizia quando il colonnello Ramòn Falcon ordina ai soldati di sparare sui lavoratori, tutti anarchici e socialisti.

Quella canzone molto bella che cantano da queste parti ha un’altra strofa che dice:
Falcón nacque in un palazzo
sorridendogli la fortuna
dondolandosi in una bianca cuna
da piccolo Napoleone.
Questi conobbe patrie
e missioni sulla terra
fu professore nella guerra
colonnello della nazione.

Simón Radowitzky, per vendetta, fabbrica una bomba artigianale e poi un giorno la lancia nella carrozza del colonnello Falcón. Il colonnello salta per aria col suo segretario, e Radowitsky – che è ancora minorenne – si salva dal linciaggio, evita la forca ma viene spedito nel carcere di Ushuaia, dalla padella siberiana nella brace della Terra del Fuoco. Dieci anni di isolamento, un mese all’anno a pane ed acqua (ogni anniversario della morte di Falcòn), violenze di ogni tipo. Per scappare da lì è disposto a tutto.
Nell’ottobre del 1918 i compagni del movimento anarchico pagano l’unico uomo capace di accettare l’impresa di far evadere Radowitzky, Pasqualino Rispoli. Che intanto, dopo aver rintracciato il padre, s’è messo a fare il contrabbandiere: è analfabeta, non sa leggere le carte nautiche, ma col suo cutter naviga su e giù per il Canal Beagle alla ricerca di navi naufragate che poi, puntualmente, depreda.
Il 7 novembre Radowitzky, travestito da secondino, evade dal penitenziario ed arriva alla spiaggia sotto il monte Oliva… Pasqualino è lì che lo aspetta. Sono tre giorni che lo aspetta. Salpano verso le acque dello Stretto di Magellano con l’idea di raggiungere uno degli isolotti disabitati: Radowitsky – con una buona scorta di vivere – ci resterà nascosto per qualche tempo. Poi, una volta calmate le acque, cercherà di raggiungere il Cile. Solo che Radowitsky cambia il piano e dice a Pasqualino di puntare direttamente su Punta Arenas. Dopo 4 giorni la marina cilena abborda il cutter, Pasqualino viene arrestato subito mentre l’evaso, che è riuscito a raggiungere la riva a nuoto, viene catturato dopo qualche giorno e rispedito ad Ushuaia. Il primo viene rilasciato dopo una settimana, forse perché “canta” immediatamente. Radowitsky uscirà solo con l’indulto del 1930 e si unirà, dopo un breve soggiorno in Uruguay, alle Brigate Internazionali in partenza per la Spagna, per combattere i fascisti.
Nel museo del carcere di Ushuaia, nella cella accanto a quella di Carlos Gardel, è esposto qualche esemplare della corrispondenza che ancora riceve l’anarchico russo. Però non soltanto lettere di ammiratori, che forse nemmeno lui sarebbe tanto contento di averci degli ammiratori. Lettere di ogni tipo, e perfino delle multe. Le sue preferite. Io poi me lo vedo benissimo il guidatore di Torre del Greco, il Pasqualino di turno, che favorisce le sue generalità: Simon Radowitsky, nato ad Oblast’ di Rivne, in Ucraina, residente ad Ushuaia, Yaganes, CP 9410.

[Mauro Orletti]

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