Non io, Signore

Abbiamo deciso di andare a messa ma, se posso dirlo, lo abbiamo fatto a scopo puramente didattico. O meglio ancora, per cercare l’ispirazione. Perché stiamo per iniziare un lavoro che ha per protagonista un uomo di Chiesa e dunque, in conformità al metodo Stanislavskij, non potendo vestire gli abiti del prete abbiamo indossato quelli del fedele. Illudendoci, però, che fosse un’operazione meno complicata e tutto sommato alla nostra altezza. Così non è stato. Appena entrati in chiesa il sacrestano, o forse il diacono – a pensarci bene avrebbe potuto essere un chierichetto in cui l’età dello sviluppo si è manifestata in modo alquanto precoce – ebbene costui ci ha subito informato che la santa messa sarebbe stata celebrata nell’altare laterale, trascurando però di dirci se si riferiva a quello di destra o a quello di sinistra.
Poiché il primo era scarsamente illuminato ed il secondo apparecchiato come si conviene ad una celebrazione capace di esprimere tutta la solennità che la liturgia impone – nonostante venga officiata per una decina di fedeli soltanto – abbiamo preso posto di fronte all’altare di sinistra. Un ragionamento al quale deve essersi attenuto anche il gruppetto delle pie donne che, forse per via dei rosari e del capo coperto da un fazzoletto ricamato, sembrava appena uscito delle immagini usate e abusate nei rebus della settimana enigmistica.
La voce del prete, apparso misteriosamente alle nostre spalle, ci ha colto alla sprovvista. Quando ci siamo girati era in piedi, appoggiato all’inferriata, libretto in mano, avvolto nella penombra mistica dell’altare di destra. Che fare? Se avessimo osservato con maggiore attenzione l’atteggiamento delle pie donne, ci saremmo immediatamente accorti che nei loro movimenti affaticati, nell’abbandonare le sedie e nell’issarsi in piedi, si condensava un eccesso di energia che, evidentemente, doveva essere ripagato a breve dal conforto di schienale, seduta e inginocchiatoio. Tuttavia, il fatto di aver abbandonato il proprio posto per oscillare pericolosamente davanti al prete, ci ha subito convinto della necessità di spostare una decina di sedie e posizionarle nelle immediate vicinanze delle pie donne, salde nelle fede, traballanti sulle gambe.
Santa Monica, ora pro nobis, Santa Rita, ora pro nobis, Santa Cecilia, ora pro nobis, Sante Agnese ed Emerenziana, orate pro nobis, Santa Caterina, ora pro nobis… e così via, finché il prete, abbandonando l’inferriata e discendendo i tre gradini che separavano la cappella dalla navata laterale, ha iniziato ad avanzare di un passo per ogni santa, invocandone a sufficienza per attraversare la chiesa da una parte a quell’altra, dall’altare di destra a quello di sinistra.
Noi due, arroccati dietro alle sedie come un re ed una torre dietro ai pedoni, ci siamo guardati sorridendo, consapevoli di essere stati smascherati, rassegnati alla comicità di una situazione che, per lo spasso del sacrestano e forse anche della sparuta assemblea di fedeli, prescriveva lo sgombero delle sedie, una per ogni santa, una per ogni preghiera, una per ogni passo del celebrante.
In definitiva, si sia trattato di una scena ridicola, grottesca, penosa o dal significato altamente simbolico, ci siamo resi conto che il luogo e la circostanza, la chiesa e la religione, sono rimaste sempre sulle sfondo mentre in primo piano agivano le persone, il sacrestano, le pie donne, il prete, le sante, e noi due, che – nella nostra inadeguatezza – abbiamo agito per tentativi, spostando sedie, un po’ a casaccio, sperando di collocarle, alla fine, nel posto giusto. Senza però sapere quale fosse il posto giusto.
A questa conclusione siamo giunti assistendo alla proiezione, in un cinema all’aperto del dopo-lavoro ferroviario bolognese, dell’ultimo film di Moretti. Abbiamo deciso di vedere Habemus Papam, se posso dirlo, con lo stesso spirito con cui siamo andati a messa: a scopo didattico. Perché stiamo per iniziare un lavoro che ha per protagonista un cardinale e dunque, in conformità al metodo Stanislavskij, non potendo vestire gli abiti del cardinale, abbiamo indossato quelli del pubblico pagante.
Il regista lo dichiara apertamente: è un film sull’inadeguatezza. In una delle prime scene i cardinali, riuniti in conclave, pregano silenziosamente e tutti, in un barocco accavallarsi di parole secondo soltanto all’horror vacui della decorazione totale della Sistina, chiedono a Dio non di essere scelti. “Non io Signore”. Un’invocazione collettiva che è il manifesto della Chiesa riluttante, al tempo stesso vaticana e parrocchiale, medievale e contemporanea, iconica e cerebrale, woitiliana (in quanto pronta al martirio fisico) e celestiniana (poiché destinata al processo psicanalitico della contemporaneità).
Perché il “gran rifiuto”?
Il pontefice neo-eletto Melville (Michel Piccoli), inizialmente preso in cura dallo psicanalista ateo (Nanni Moretti), confessa di non sentirsi all’altezza del compito che gli viene affidato ma, al contempo, risponde senza esitazione alcuna alla domanda: “ha problemi con la fede?”. Lui non ha problemi, crede. Dunque non ha paura, non sta vacillando di fronte al dubbio. Come le pie donne salde nella fede e traballanti sulle gambe egli è fermo nell’umiltà del suo credere. Non vuole condurre ma essere condotto, conosce i propri limiti, asseconda le proprie passioni, come quella del teatro, però anche in questo caso trova il coraggio per ammettere di non essere abbastanza bravo come attore.
Né come Papa, né come attore.
La sua forza è appunto nell’umiltà. Il “gran rifiuto” è un falso problema. Meglio sarebbe interrogarsi sul perché la Chiesa, i cardinali, i fedeli, si fanno trovare impreparati, sgomenti, sul perché tutti iniziano a spostare sedie a casaccio. Il portavoce vaticano, ad esempio, prima perde il Papa per le strade di Roma, poi mente ai cardinali per tenere segreta la faccenda; lo psicologo su Raitre balbetta, incespica, dice di non sapere che pesci prendere, confessa di non avere la minima idea di quel che sta accadendo; l’attore del dramma di Cechov ha un crollo nervoso e non distingue più la finzione dalla realtà.
Cosa fare allora? Come reagire se anche lo psicologo, consapevole di essere “il più bravo”, non è all’altezza della situazione? Se le circostanze impediscono di agire come sembrerebbe giusto fare?
Giocare, interpretare il proprio ruolo e prenderlo sul serio. Che si tratti dell’uomo qualunque, della guardia svizzera, del Papa rinunciatario, o ancora del personaggio di Cechov, del giocatore di pallavolo o dello psicologo segregato in Vaticano, occorre mettersi in gioco. Nel film di Moretti ci sono tende, cortine, sipari, quinte, porte, palchi, balconate, c’è tutto quello che occorre per inquadrare le scene all’interno di uno spazio teatrale. Che non viene meno neppure quando “non c’è più tempo per giocare” ed il torneo di pallavolo dei cardinali deve interrompersi prima dei quarti di finale. Cioè quando il Papa, tornato ad essere Papa, trova finalmente il coraggio di affacciarsi alla finestra e di recitare la sua battuta. Quella che i cardinali avevano recitato fin dall’inizio: Non io, Signore.
Non io, non credo di essere all’altezza. Signore, in cui credo.
Una contraddizione, come si vede, una contraddizione che finalmente la Chiesa trova il coraggio di far propria… per bocca del sommo pontefice. Mentre i cardinali si coprono la faccia con le mani ed i fedeli si disperano, perché nessuno sa cosa verrà dopo, cosa prevede il copione.
Mentre noi, forse per mancanza d’umiltà, vorremmo indovinare quello che verrà dopo in un lavoro che ha per protagonista un Papa. E dunque, in conformità al metodo Stanislavskij, non potendo vestire gli abiti del Papa, abbiamo indossato quelli più comodi (anche se sciatti) del critico.

One Comment

  1. pietro spina

    Credo che il prete, quella mattina, ci abbia preso per due culattoni, di quelli che cercano di dimostrare che si può essere buoni cristiani devoti anche con il “vizietto”. Preciso che secondo me a Dio non gliene importa nulla del vizietto, ma non voglio entrare in queste cose. Lo dico perché noi due, giovani e aitanti, in quel consesso di beghine (beati monoculi in terra caecorum …) avremo meravigliato non poco il vegliardo celebrante, il quale, di fatti, si è sentito di deviare la predica, già ben impostata su tutt’altro tema, in una tirata contro il riconoscimento del matrimonio omosessuale (e per non farsi mancare niente, anche contro il governo israeliano). La predica partiva dalla madre di San’Agostino, Santa Monica (evidentemente il titolo di santità si estende agli ascendenti anziché ai discendenti). Pare che ella avesse l’abitudine di portare cibo ai defunti, secondo l’usanza pagana, ma, redarguita dal vescovo Ambrogio (anche lui santo), smise immediatamente senza discutere. Uno potrebbe pensare che la morale è che non ci sono più le pie donne di una volta, ma il prete non era così superficiale. I preti raramente lo sono. L’esempio esaltava in realtà non tanto l’obbedienza all’ordine superiore, ma l’accettazione della santità, che chiama a modificare anche quello che amiamo nella vita, anche quello che pensiamo di fare e facciamo per fare il bene. La santità che chiama a quello a cui non siamo preparati, a quello che non vorremmo e che non capiamo. A quello per cui non siamo pronti. Come Abramo chiamato a sacrificare Isacco.
    Come quel nostro conterraneo che un giorno, nel suo bel eremo di Santo Spirito sulla Majella, si vide davanti i messi pontifici che gli comunicavano che lo Spirito Santo aveva scelto lui.
    Accettare e confidare. Ma allora, questo gran rifiuto, sarà rifiuto di Dio? E lo Spirito Santo può mai sbagliare? Io penso che non è il tempo di essere così bigotti.
    La situazione comica nasce dal contrasto tra la figura del Pontefice, da millenni simbolo di saldezza spirituale, e la l’incertezza in cui si dibatte il povero cristiano in preda a una crisi di identità. Ne vengono fuori ..
    Ma a un certo punto si deve pur smettere di giocare e di nascondersi, si deve pur dire quello che è. I cardinali non sono giocatori di pallavolo, il funzionario pontificio deve riconoscere di aver perso il Papa e tentato di nascondere la verità con un imbroglio, lo psicologo in TV deve riconoscere di non sapere che dire. E anche il Papa deve affacciarsi al balcone e affrontare la folla dei fedeli che si aspettano da lui una cosa precisa.
    Quando la realtà entra dentro al tuo teatro si deve smettere di giocare. Continuare significherebbe fingere. Allora uno potrebbe pensare che Moretti volesse dire che continuare a fare il Papa era come recitare in teatro, che ci vuole un attore (o un ex attore dilettante, come Woitila) per stare al posto giusto a dire le cose giuste nel momento giusto. Ma Moretti raramente è così superficiale. E così non mostra la delusione dei massmedia e di tutto quello che in questo mondo pretende la perfezione del gesto, pretende la forza ed è pronto a punire chi non si mostra all’altezza.
    Moretti mostra la folla che ascolta con gioia il suo papa abdicante. Ovviamente non sono felici di sapere che non hanno ancora un papa, ma si sentono liberati dall’incubo dell’incertezza e della finzione. Un abbraccio finale di liberazione collettiva, dei cristiani, dei cardinali, dei funzionari della santa sede, dei potenti della terra che aspettano la proclamazione. Non c’è commiserazione verso la debolezza umana né esaltazione del gesto, ma gratitudine per il coraggio di dire la verità a costo di deludere i bigotti aspettano il lieto fine con i grandi capitani coraggiosi e lo spirito santo che non sbaglia mai (e fa esattamente quello che i bigotti si aspettano).

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