Für Alle und Keinen

Va bene, anch’io – come Sgalambro – diffido di chi “abita in una caverna, anche se esce spesso”. E diffido di chi, a trent’anni, lascia il suo paese e il lago del suo paese, se ne va sui monti perché lì, sui monti, può gustare il suo spirito e la sua solitudine, senza stancarsene. Tanto più che Zarathustra si stanca e scende dalla montagna per andare al mercato perché lì, al mercato, vuole portare l’insegnamento all’umanità.
Diffido di chi vuol portare l’insegnamento all’umanità. Specie se, dopo essere sceso dalla montagna, si infila in un mercato o in un salotto televisivo. Non sembrano in molti, però, a diffidare. Sono sempre troppi quelli che attendono l’insegnamento.
Credo dipenda da una visione, comune a molte culture, per cui la montagna è il luogo per eccellenza in cui il divino ama manifestarsi e, a sua volta, trasmettere insegnamenti: l’Olimpo o il Parnaso del mondo greco, il monte Sinai della tradizione ebraica e cristiana, il monte Kailas della mitologia indù…
Per non parlare della cosmogonia religiosa giapponese che così spesso, nelle “immagini del mondo fluttuante” (l’ukiyo-e), ha collocato il mare ed il suo irrinunciabile complemento: la montagna. Luoghi mitici pieni zeppi di divinità, draghi, demoni, creature le più disparate. Luoghi che rappresentano un limite estremo oltre il quale il caos cede il posto all’ordine e le forze cosmiche, che si agitano sulla superficie dell’uno o ai piedi dell’altra, ritrovano il loro equilibrio primordiale. “La grande onda” di Hokusai rivela sullo sfondo il monte Fuji: remoto, irraggiungibile, eterno.
Poi ci sono le imprese sportive, le scalate, l’apertura di nuove vie, la conquista degli 8.000… che non sono mai imprese sportive pure e semplici, sono atti di devozione, pratiche di ricerca spirituale. C’è in loro il riconoscimento della sacralità della montagna: pareti di roccia che nascondono santuari, pietre venerate come statue, crepacci lunghi quanto navate. L’uomo, in fondo, si limita a collocare sulla montagna i simboli della propria religiosità.
Un approccio abbastanza tipico che, nonostante tutte le successive evoluzioni e trasformazioni, non rinuncia alla mistica contemplazione della montagna e del suo incombere sulla fragilità dell’uomo.
E forse non è così assurdo pensare che da questo sbilanciamento nel rapporto fra uomo e natura derivi l’identificazione della montagna come luogo di esaltazione (schwärmerei) e smarrimento emotivo (non era questo che promettevano i Grand Tour settecenteschi?).
Perfino nella modernità – per quanto venga studiata, analizzata e descritta la sua origine geologica – un alone di mistero continua a vibrare nella smaterializzazione che la montagna subisce in pittura ed in fotografia (anche cinematografica).
Quando il “vero” che si vuol descrivere è quello della luce, il passo per arrivare alla dimensione puramente concettuale della montagna è brevissimo, forse già compiuto.
L’uomo (ed il suo cammino, che è anche un cammino rituale, un viaggio iniziatico, un’ascesa mistica) rivendica la propria centralità. La sua esigenza di rappresentare la montagna e di descrivere il “vero” è complementare alla voglia di prendervi posto. Non c’è bisogno che Zarathustra scenda al mercato, è il mercato che sale da lui. Ed ecco il tentativo di far rivivere i luoghi delle antiche civiltà, di resuscitarne il fascino emotivo ed intellettuale, di raccontare il passato. Poco importa se ciò vuol dire spingersi fino all’invenzione, al folklore che diventa manifesto pubblicitario, trappola per turisti.
A questa considerazione sono arrivato, in modo assolutamente casuale, grazie alla bellissima mostra “Il costume del Volk – Vestirsi alla paesana nel Trentino di oggi” (curata da Christian Arnoldi e tuttora in corso al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige). L’esposizione si interroga sullo strano fenomeno della rinascita del costume popolare. Che non è solo dichiarazione di appartenenza a un territorio, ma anche – e soprattutto – fenomeno di ricostruzione (invenzione!) di un passato che dovrebbe realizzare l’identità di una comunità locale.
“Anche se il costume viene spesso considerato una testimonianza diretta dei tempi passati, in realtà nasce con la modernizzazione: in seguito alla rottura con il passato generata dai processi di trasformazione economica, sociale e culturale. L’abbigliamento riguarda l’individuo, mentre il costume è collettivo e permette di dare corpo all’identità culturale di una comunità e di un territorio” (Christian Arnoldi).
È la modernità che inventa il suo passato, la sua montagna. Quella definitivamente sottratta alle onde di Hokusai, ai quadri di Segantini, al VII grado della libera arrampicata, e restituita – misteriosamente intatta – nelle cartoline per turisti. Una montagna per tutti e per nessuno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...