Il tronfio della morte

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.

G. Leopardi (37 anni) – "A se stesso"

Una mia amica di 17 anni mi ha detto che le piace la figura di Catone, soprattutto il suicidio.
Dice che lo trova un gesto bellissimo, grandioso, una rivendicazione di autonomia e di libertà.
A me è venuto in mente il suicidio di Socrate. Lo so che Socrate non si è proprio suicidato, ma insomma, bere la cicuta anche se puoi salvarti, anche se i tuoi amici ti aprono le porte del carcere e ti dicono “esci”… è un suicidio. Ed è un gesto grandioso. La mia amica mi ha detto che sì, anche quello era un gran bel gesto di libertà.
Mi son detto che non è la stessa cosa, anzi, a pensarci bene, è l’opposto.
A pensarci bene, non credo di aver parlato tanto della morte come quando avevo 17 anni. A quell’età, si sa, non si è seri e forse perciò si parla di cose serissime, come la morte. La morte, a 17 anni, è una cosa lontana, eventuale. E’ talmente forte e imminente la vita che forse si ha bisogno di deassolutizzarla, di metterla di fronte al limite. E’ talmente prepotente la vita che ci si chiede cosa si sarebbe senza. E’ talmente attraente la vita, che si fa presto a dire “facciamo finta che non ci sia”.
O forse è l’ebbrezza di assoluto che spinge, per un momento, a provare a pensare che stia a noi di scegliere tra l’essere e il non essere. Affascina, a quell’età, l’eroismo, il gesto titanico della rinuncia a tutto, per la purezza assoluta. Rinuncia ad una vita non perfetta, accettazione della morte.
Una morte che trionfa nel gesto del suicidio.
Uticensi erano gli abitanti di Utica, città della provincia d’Africa, ora in Tunisia. Catone fu chiamato
l’Uticense non perché vi fosse nato, ma perché vi morì nel 46 a.C. trafiggendosi le viscere con la spada.
Strana sorte, portarsi per l’eternità un aggettivo che indica il luogo di morte. Come se tutta la sua storia fosse concentrata in quell’unico momento. Pare che prima di morire abbia banchettato sobriamente discutendo con gli amici di temi filosofici e poi, appartatosi, si sia inferto il colpo e che abbia anche rifiutato di essere soccorso, infierendo con ferocia su se stesso. Comunque i particolari non sono importanti, è importante il gesto.
Catone si uccise per non sottostare alla tirannide. Pazienza se la tirannide era quella di Cesare e se i posteri faranno monumenti al tiranno e alla sua vittima con la stessa ammirazione. I suoi stessi contemporanei lodarono la sua fine mentre si inginocchiavano all’uomo il cui nome significherà nei secoli imperatore. Cesare invece no, pare che scrisse un libello per dileggiarlo. Almeno lui, gli diede soddisfazione. Sì perché credo che nel gesto di Catone vi fosse anche un aspetto personale e contingente, forse meno importante di quello simbolico ed eterno: la volontà di vincere contro il vincitore, di sottrarsi per sempre alla sua vittoria schiacciandolo con un gesto maestoso, lanciandogli addosso una colpa incancellabile. Lo schiavo che sottrae la sua stessa vita al padrone muore da libero e uccide così anche il padrone, che da quel momento non è più padrone.
Socrate invece è diverso. Socrate non si libera affatto, anzi. Egli si sottomette alla Legge. Non tanto alla legge di Atene, quella che aveva prodotto una sentenza sbagliata, ma alla Legge superiore, alla legge delle leggi, quella che impone di rispettare la legge, qualunque legge. Se fosse vero che quella legge morale è dentro di noi, come disse tanti secoli dopo un collega di Socrate, potremmo forse concludere che anche lui, in qualche modo, esaltò se stesso con il suo gesto. E di fatti, mi fa notare la mia amica di 17 anni, noi ci ricordiamo di Socrate, non della legge di Atene.
E però resto perplesso e continuo a pensare alla morte, al limite dell’uomo, al subito prima e al subito dopo e al passaggio. Mi chiedo se sia più eroico togliersi la vita, cioè togliersi tutto, per affermare se stessi oppure farlo per affermare che c’è qualcosa che va molto oltre noi stessi, che vale per tutti e per sempre, più della vita. Mi chiedo se sia più illusorio cercare la libertà nell’annullamento o accettare l’annullamento come gesto estremo di sottomissione. In entrambi i casi è ovvio che si pensa al dopo, a quelli che resteranno dopo e ci ricorderanno e si cerca in questo un barlume di eternità. Si pensa alla faccia del vincitore davanti alla vittima che gli sfugge dalle mani proprio nel momento in cui la ghermisce. Alla potenza della tirannide, che all’apice della gloria e del successo, deve arrestarsi di fronte al gesto individuale di annientamento. Oppure si pensa all’esempio imperituro, per tutte le generazioni future, di ciò che vuol dire sottomettersi alla legge. A cosa significherà quella legge, dopo quel gesto.
Né Socrate né Catone poterono mai sentire il rumore che la loro fine ha prodotto per l’eternità. Per ognuno il gesto è finito prima di compiere il suo effetto.
Mi chiedo se questa sia una cosa seria. Pensare di morire per la libertà. Ha ragione la mia amica, forse, anche Socrate pensò di morire per non dover vivere in una società meno libera perché priva di una legge veramente assoluta, una società in cui vince l’arbitrio. Forse si potrebbe metterla così: sia Socrate che Catone si tolsero la vita per affermare la libertà contro l’arbitrio, solo che nel caso di Catone, l’arbitrio era esercitato dal tiranno, nel caso di Socrate, sarebbe stato esercitato da lui stesso, se fosse scappato.
Ma non vi pare un po’ cervellotico? E’ gente che è morta davvero, mica personaggi di un romanzo. E se avessero voluto soltanto sottrarsi al peso di una vita che non era quella che avevano immaginato? Una vita in cui erano stati sconfitti, posti di fronte all’errore e alla violenza, costretti a guardare in faccia l’imperfezione degli uomini. Scelsero di non accettare il compromesso, rifiutarono la vita e con essa l’umanità e la loro stessa umanità.
È quel limite in cui non c’è più differenza tra coraggio e rassegnazione, che si scelga di stare al di qua o al di là, nella vita o nella morte, ci sono entrambi, indistinguibili.
Messa così, sembra una cosa davvero poco seria, il trionfo della morte. Che sia un magnifico arco o
un’umile soglia, la differenza non la vede chi la varca, la vede solo chi resta.
Resta, ancora, la domanda. Se ci vuole più coraggio o rassegnazione per vivere da uomini o per morire, da uomini. Forse la risposta è una scelta individuale. Forse certe domande ce le si deve porre a 17 anni. Forse a 34 hai già risposto.

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