Un neo da estirpare

Sollecitato dal rimprovero di un caro amico, deluso – negli ultimi tempi – dall’andazzo di Mr Dedalus, ho partorito la seguente idea: scrivere di un’azienda, diciamo un’azienda toscana, magari un’azienda che dal 2001 si occupa di servizi telematici, del tipo di quelle aziende che dopo un paio d’anni d’attività si fondono con un’altra azienda, cambiano nome, danno vita ad altre società e sbarcano in borsa.
Un’idea abbastanza semplice, quindi, che in verità serve solo da premessa a una domanda. Solo che la domanda arriva alla fine, perché prima bisogna raccontare dell’azienda toscana che dopo la quotazione in borsa continua ad acquisire, cedere, smembrare, fondere, trasferire, accorpare fino a quando – come sempre accade alle società che non stanno mai ferme ma continuano a cambiare forma, nome, sede, composizione – deve chiedere lo stato di crisi.
E lo stato di crisi non è ancora la fine della storia. Infatti l’anno dopo, mentre i sindacati trattano il destino di 2000 lavoratori presso il Ministero dello Sviluppo Economico, l’azienda toscana trasferisce i 2000 dipendenti, ed anche un ramo d’attività, ad una delle società satellite. Prima di arrivare alla domanda bisogna quindi parlare della vendita di questi 2000 dipendenti alla società satellite che, a sua volta, li rivende ad un’altra società satellite. Di vendita in vendita fino ad una procedura di licenziamento collettivo.
Poi c’è la cronaca dell’aggressione fisica subita dai lavoratori che, per difendere il posto, organizzano un presidio nei locali dell’azienda. Il proprietario – il tipico capitalista italiano: spregiudicato, straccione e delinquente – assolda un gruppo di squadristi, i tipici squadristi violenti e senza cervello, che irrompono nella sede della società e picchiano i dipendenti presenti.
Qui arriva la conclusione: intervento della magistratura, sequestro dell’azienda da parte del tribunale fallimentare, richiesta di concordato preventivo avanzata dal proprietario. Che a garanzia del debito presenta fideiussioni fasulle prestate dall’ennesima società farlocca. Una società che, oltre ad essere priva di qualunque requisito patrimoniale, è anche amministrata da un imprenditore indagato per associazione a delinquere, riciclaggio internazionale, bancarotta e creazione fittizia di capitale.
Ecco, a questo punto verrebbe la domanda.
Solo che, mentre sto per formularla, un altro amico, che non ho ancora capito se sia o meno deluso dall’andazzo di Mr Dedalus, mi segnala un articolo che parla della chiusura, in India, della Godrej & Boyce, l’ultima azienda al mondo a produrre macchine per scrivere. Poche, a dir la verità, visto che nell’ultimo anno ne ha prodotte appena 800. Vent’anni fa, per farsi un’idea, ne sfornava 50 mila, e dieci anni fa 12 mila.
Comunque, ho letto l’articolo e dopo aver letto l’articolo ho pensato che la vera notizia non era tanto la chiusura della fabbrica di macchine per scrivere quanto il fatto che ancora se ne producessero.
Chi compra delle macchine per scrivere nel 2011?
Però la domanda che volevo porre non è questa. È un’altra. Prima però devo dire che ho cambiato il progetto iniziale. E cioè ho pensato che non ha senso parlare di quell’azienda toscana. Non ha senso partire da quel che non funziona. Bisogna partire da quello che funziona. O ha funzionato. Almeno fino ad un certo punto. Quindi lascio perdere l’azienda toscana che si occupa di servizi telematici e mi dedico alla Prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere. Una fabbrica che, quando nasce, nel 1908, ha 20 dipendenti (la Fiat, per fare un paragone, ne ha 50), un’officina di 500 mq, una produzione di 20 macchine a settimana. Alla fine degli anni ’20 la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere dà lavoro a più di 200 dipendenti e produce 13.000 macchine all’anno. Nel 1933 i dipendenti sono diventati 800. Nel 1940 superano i 4.000. Quattromila dipendenti che producono la prima addizionatrice al mondo e poi, nel 1945, la prima calcolatrice in grado di eseguire le quattro operazioni.
Alla guida di quest’impresa c’è un uomo di quelli che nascono raramente, calvinista per tradizione e socialista per formazione. Un uomo che riempie la fabbrica di intelligenze fuori dall’ordinario (Bobi Bazlen, Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Franco Fortini, Giorgio Fuà, Luciano Gallino, Giovanni Giudici, Leo Lionni, Franco Momigliano, Ottiero Ottieri, Geno Pampaloni, Ludovico Quaroni, Carlo Scarpa, Ugo Sissa, Tiziano Terzani, Paolo Volponi, Bruno Zevi) e lascia loro la libertà di portare avanti idee e progetti. Un imprenditore che guarda al di là della dimensione aziendale e si interessa di territorio, urbanistica, mobilità.
Un imprenditore che costruisce asili e asili-nido per i figli dei dipendenti, mette loro a disposizione villette e appartamenti, assume più persone appartenenti al medesimo nucleo familiare in modo da evitare il pericolo dell’urbanizzazione selvaggia (la maggior parte degli assunti continua a risiedere nei comuni di origine… motivo per cui viene creato un sistema di trasporti semi-gratuiti), riconosce trattamenti integrativi che ancor oggi restano ineguagliati (mensa, assistenza sanitaria, assistenza sociale, ecc.) costituisce un centro di psicologia industriale per lo studio dei problemi psicologici connessi all’attività lavorativa. Senza contare l’impegno sul versante culturale. Fonda una casa editrice, pubblica una rivista, tiene a battesimo la sociologia italiana. Nel centro servizi sociali della sua azienda vengono allestiti una sala cinema, un centro culturale e una sala congressi (accessibili anche in orario di lavoro!).
I dividendi degli azionisti restano sempre molto contenuti. Gli utili infatti vengono distribuiti solo in minima parte. Per lo più vengono destinati a finanziare ricerca, formazione, innovazione… e a mantenere alto il livello salariale (anche a fronte di riduzioni di orario).
In questo modo l’azienda si espande sui mercati mondiali, dà lavoro a 24.000 dipendenti, è leader incontrastata della tecnologia meccanica, investe in tecnologia elettronica, produce il primo elaboratore elettronico italiano: l’Elea 9003.
Ecco, poi succede una cosa. Succede che nel 1964 una serie di difficoltà finanziarie costringono la proprietà ad aprire il capitale a un gruppo di banche e imprese italiane. Succede che fra queste imprese c’è anche la Fiat. Succede che all’assemblea della Fiat del 30 aprile del 1964 Vittorio Valletta dichiara “la società di Ivrea è strutturalmente solida, potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare“. Succede che Valletta è uno che non ha capito niente e infatti nel ’65 Pier Giorgio Perotto progetta il primo personal computer. Succede che l’ottusità politico-economico-imprenditoriale ha la meglio sulla capacità d’innovazione delle professionalità aziendali. Succede che le banche misurano gli asset dell’impresa in metri quadri di capannoni e non riescono a valutare il loro reale rapporto sul debito. Succede che mentre la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere progetta la prima macchina da scrivere elettronica al mondo, il primo personal computer europeo, il primo vero computer portatile, l’azienda viene di fatto smantellata: licenziamenti, ristrutturazioni, chiusura e ridimensionamento di interi stabilimenti. Nel 1996 (alla guida c’è Roberto Colaninno) succede che arrivano alleanze internazionali e riassetti interni. Nel 1999 succede che la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere lancia un’Opa su Telecom Italia (sic!) e cede le partecipazioni in Omnitel e Infostrada. Nel 2001 succede che il pacchetto di controllo della prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere viene ceduto a Olimpia (partecipata da Pirelli + Edizione Holding + IntesaBCI + Unicredito). Nel 2003 succede che i titoli della società, in seguito alla fusione con Telecom Italia, escono dal Mib30.
Ecco. Però adesso mi rendo conto che la storia della prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere, così come la storia dell’azienda toscana nata nel 2001, dimostra in modo evidente che il mio amico aveva ragione. E non tanto in merito all’andazzo di Mr Dedalus, che in fondo è sempre stato un po’ così, scapestrato. Aveva ragione nel dire che non ha senso cercare esempi virtuosi nell’attuale sistema capitalistico. Non ha senso illudersi di poter creare imprese virtuose. E poi collaborare con queste imprese. Non ha senso nemmeno provare a immaginarle.
Però si possono fare delle scelte. Si può scegliere, ad esempio, se essere complici di un sistema che considera “un neo da estirpare” ogni esempio virtuoso. Di un sistema che, prima o poi, riesce ad estirparlo. Di un sistema che non ammette correttivi. Che non può nemmeno essere migliorato. Che può solo essere cambiato. Rovesciato. Ma non di questo passo. E non con questo andazzo. Vero?

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