Ovunque proteggimi

MIRACOLI

Non ricordo più dove ho letto che la vita di Padre Pio è stata un continuo ripetersi del numero 5. È nato infatti in maggio alle 5 del pomeriggio ed è stato chiamato Francesco perché quell’anno (il 1887) cadeva anche il 5° centenario della nascita di San Francesco. Fra l’altro, in quell’anno lì, a Pietralcina vivevano 5mila persone. Ha avuto 4 fratelli, sicché, in tutto, erano 5 figli. Quando è entrato nell’Ordine dei Cappuccini ha preso il nome di San Pio V, la cui festa cade il 5/5. Quando è arrivato a San Giovanni Rotondo, nel convento c’erano 5 sacerdoti. Qui ha vissuto nella cella n. 5, dove credo abbia avuto la prima visione un 5 agosto (1918). Poi sono arrivate le stigmate, 5 piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato, che lo hanno segnato per 5 decenni e che il prof. Luigi Romanelli, per ordine della curia di Foggia, ha visitato 5 volte in 15 mesi.
Ecco, questa del numero 5 mi sembra una storia molto curiosa, come quella del tale che un 7 luglio si sveglia alle 7 del mattino, arriva a lavoro con 7 minuti di ritardo, trova il suo posto auto occupato ed è costretto ad occuparne un altro libero (guarda caso il 7), lavora tutto il giorno e poi, alle 7 di sera, quando esce, decide di fermarsi in un posto di quelli dove si fanno delle scommesse e qui, convinto che il numero 7 sia nel suo destino, scommette tutto quello che ha in tasca su una corsa di cavalli, puntando, manco a dirlo, sul numero 7. Naturalmente poi il cavallo arriva 7°.
Con questo voglio dire che non c’è bisogno di un progetto molto intelligente perché il mistero imperscrutabile di una mente divina si riveli nelle azioni degli uomini.
Per esempio, leggendo i racconti di alcuni testimoni, si potrebbe rimanere stupefatti dalla dimestichezza di Padre Pio con macchine e motori in generale. Al punto che il ruolo di San Gabriele, santo protettore degli automobilisti, ne risulterebbe un poco ridimensionato. Una volta, tanto per dire, verso la fine degli anni cinquanta, un signore di Ascoli Piceno, che era stato a San Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio e confessarsi con lui, si era ritrovato bloccato in paese con la macchina che non voleva saperne di mettersi in moto. Allora l’uomo era tornato in convento e lì si era nuovamente imbattuto in Padre Pio. Il frate, un po’ stupito, volle sapere come mai non era ancora partito. A quel punto il signore di Ascoli Piceno spiegò che la sua Topolino era come morta e che forse si trattava dell’impianto elettrico. Allora Padre Pio chiese di vedere questa Topolino e quando furono alla macchina disse al signore di Ascoli Piceno di mettere in moto e partire. E quello, effettivamente, mise in moto e partì. Poi, qualche giorno dopo, quando l’elettrauto revisionò la macchina, disse che era proprio un problema di impianto elettrico e che anzi, l’impianto elettrico della Topolino era bello che andato. Disse anche che percorrere 400 chilometri da San Giovanni Rotondo ad Ascoli Piceno con quella macchina lì era fuori da ogni grazia di dio.
Un’altra volta il frate si era dovuto occupare di una vespa 125 rimasta senza benzina sulla strada fra San Michele e San Giovanni Rotondo. Serbatoio asciutto che più asciutto non si poteva. A bordo c’erano due passeggeri fra cui Padre Onorato, un confratello del santo che ha poi raccontato la vicenda. Ad un certo punto l’altro passeggero, così, per ingannare il tempo, si era messo a dare colpi di pedale senza troppa convinzione. E quella, la vespa, era partita senza problemi! Mancavano dieci minuti all’ora di pranzo e quindici chilometri a San Giovanni Rotondo. Quando poi arrivarono al convento erano passati a mala pena 5 minuti. Così, facendo qualche rapido calcolo, mentre Padre Pio gli andava incontro sorridendo, si resero conto di aver percorso 15 chilometri a 180 all’ora su una vespa senza benzina.

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