Materia strana

Mi sono sempre considerato persona di poche parole. Ma “Il trasloco” di Paolo Morelli (ed. Nottetempo) è un romanzo che invita a discorsi lunghi, lunghissimi. Anzi, a dirla tutta, è anche lui un discorso lungo sul trasloco, un discorso da cui partono altri discorsi che continuamente – e indistintamente – scivolano verso il comizio o il delirio (a seconda della dose di cortisone che assume il protagonista…).
Comizi sulla malasorte, sulla morte, sul lavoro, sul fascismo, sul calcio (anzi, sul silenzio stampa nel calcio…) anche se il tema principale e ricorrente è quello della malasorte.
Il protagonista di questo romanzo, infatti, è un uomo che ad un certo punto deve traslocare, anche se noi raramente lo vediamo traslocare, la maggior parte delle volte lo incontriamo mentre è impegnato a discutere, a parlamentare. Morelli ce lo presenta come uno che la sera tardi, dopo aver faticato tutto il santo giorno, terrorizzato da un futuro di nastro adesivo, pacchi e furgone, pensa che il trasloco sia un buon momento per morire. E uno che muore, se fosse ironico e un po’ vanitoso, potrebbe farsi fare una lapide con su scritto “ha traslocato”. Fra l’altro la morte impedirebbe il completamento del trasloco, come ne “Il deserto dei Tartari”, dove il protagonista, Giovanni Drogo, è lì che aspetta che arrivino i nemici e poi, quando arrivano, non può nemmeno affrontarli perché deve lasciare Fortezza Bastiani per via di una malattia che non gli permette di restare e che lo porta alla morte. Ora, nel libro di Morelli, il protagonista arriva nella casa nuova e, quando c’è arrivato, deve rifare le valigie. Il trasloco, infatti non è definitivo, dura solo qualche mese, dopo bisogna tornare a casa e rimettere tutto com’era prima.
Ma questo fatto della morte e della lapide sono solo un paradosso perché, nella realtà, il traslocante, durante il trasloco, smette di essere vanitoso e smette di credere all’esistenza degli oggetti. Morelli la chiama la “rivelazione traslocante”. Una sorta di satori.
Una volta ho letto da qualche parte che c’era questo monaco zen, Bobo Roshi, che aveva ricevuto l’illuminazione durante un rapporto sessuale, e qui invece c’è un traslocante che riceve l’illuminazione durante il trasloco. E già si capisce parecchio della visione morelliana dell’illuminazione: una roba assai faticosa.
Nello zen, per esempio, si usano dei supporti di meditazione, degli oggetti che servono a svuotare la mente. In un certo senso anche il traslocante usa gli oggetti per arrivare all’illuminazione e però, quando ci arriva, mentre li imballa, mentre li carica sul furgone, si accorge che gli oggetti non esistono, che anche la parola oggetto non è molto convincente. E diciamo pure che il mondo nel quale ha sempre vissuto, quello in cui gli oggetti avevano un ruolo determinante, quel mondo lì non esiste più, si è tutto confuso, intorcinato dice Morelli, e al suo posto c’è un gran disordine.
Una bizzarria… se pensiamo al fatto che, per traslocare, ci vuole anche un minimo di organizzazione, di ordine, perché si prendono le scatole, e dentro bisogna metterci gli oggetti, e quindi, inevitabilmente, si dovrebbe fare un po’ d’ordine. Invece questo romanzo, secondo me, non fa mica ordine, questo romanzo spariglia, rimette in discussione, solleva polveroni. Cioè più il traslocante raccoglie e inscatola, più aumenta il suo contributo all’entropia dell’universo.
Per spiegarlo si può immaginare un acceleratore di particelle che è una cosa complicatissima però, per quel poco che ho capito, accelera e fa scontrare protoni e ioni pesanti producendo un’energia (mai raggiunta in passato) da cui si genere qualcosa che non è proprio materia, è una “materia strana”, quasi un’antimateria che, a sua volta, è in grado di convertire tutta la materia conosciuta in altrettanta “materia strana”. Dopodiché tutti gli oggetti smettono di esistere come materia e diventano “materia strana”. Capitano anche fenomeni curiosi, dei quali vale la pena discutere.
Nelle docce, dopo una nuotata in piscina, il traslocante discute di Fortuna e Malasorte. Un comizio oserei dire, che si trascina in un successivo ragionamento in cui, consapevole delle apparenze, confessa di aver vissuto non proprio da uomo fortunato ma da uomo che elabora un pensiero dentro il quale si convince della propria condizione di fortunato. Le due cose sono abbastanza simili da poter essere confuse. Tanto che per tutta la vita il traslocante è convinto di essere uno fortunato. Ripete lo stesso errore di Schelling. Secondo Hegel il problema di Schelling è che lui concepiva l’assoluto come una coincidenza di opposti, cioè era come se nell’assoluto tesi e antitesi raggiungessero una sintesi in cui non si distingueva più una cosa dall’altra. Infatti Hegel dice che nell’assoluto di Schelling tutto si confonde, come nella notte le mucche sembrano essere tutte uguali poiché sono semplici ombre. E invece no, c’è un bel cavolo di differenza, perché al limite i due opposti, diciamo la Malasorte e la Fortuna si bilanciano, ma restano due cose ben distinte, da un lato c’è la Fortuna e dell’altra c’è la Malasorte. E dunque il traslocante è uno che distingue una mucca dall’altra. “Lì ho capito che la mia strada non portava al successo nemmanco morto, così mi sono svegliato”.
Allora c’è il risveglio, l’illuminazione, che dunque coincide con la consapevolezza della propria sorte (o malasorte) e con la trasformazione del mondo in quella materia strana che non è antimateria ma poco ci manca, che produce una serie di eventi imprevedibili che non sono tragedie ma poco ci manca, che sono dei default, gli stessi che sul pc del traslocante trasformano la parola trasloco in tracollo, gli stessi che, ad esempio:
fanno spuntare delle pustole sulla sua pelle (per le quali viene prescritto l’uso di cortisone);
fanno tardare l’arrivo di certi assegni dei quali era in attesa;
fanno insorgere il desiderio di tagliarsi i capelli spingendolo fino al barbiere che, proprio il giorno prima, è venuto a mancare nel senso che è morto, cioè a dire che ha completato il trasloco.
A questo punto il traslocante tiene un altro comizio, che è un’orazione funebre per il barbiere. Solo che questa orazione-comizio avviene sotto l’effetto del cortisone “che gira furioso nelle vene”. Si parla sempre di opposti, tesi e antitesi: i partecipanti al funerale ben rasati e sbarbati e i partecipanti con capelli lunghi e disordinati. In un caso e nell’altro, sostiene il traslocante, c’è un destino comune che induce alla solidarietà. Quindi, visto che si tratta di un funerale, il destino comune può riguardare solamente il traslocante, nel senso che il venir meno delle apparenze riguarda sia lui che il defunto. In entrambi i casi, infatti, avviene un disvelamento del destino.
Quello di Morelli, adesso che ci penso, è anche un romanzo degli opposti. Degli oggetti e dei non oggetti, della materia e della materia strana che è quasi antimateria, della fortuna e della malasorte, dei rasati e degli sbarbati, creditori e debitori, lavoratori e disoccupati. Gli opposti che magari nella sintesi delle apparenze si somigliano e invece, al risveglio, trovano il loro punto di equilibrio… pur rimanendo distinti: “che per esserci il cattivo ci deve essere il buono io non lo capivo una volta, a vent’anni, lo so e lo sapevo ora mentre correvo…

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