Viva la diga!

Durante il corteo del 2 agosto, a Bologna, i microfoni di una televisione locale intercettano il segretario provinciale del Pd Raffaele Donini mentre confida al segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani: “Stefanini teme che Cevenini non riesca a governare. Con Luciano Sita c’è il rischio che agli occhi degli elettori sembri un po’ datato”.
Ora, Cevenini e Sita sono due fra i potenziali candidati a sindaco di Bologna (anche se, formalmente, il secondo si è ritirato dalla competizione). Sita, fra l’altro, è un manager espressione del mondo delle cooperative. E Stefanini, tanto per essere precisi, è il presidente del gruppo Unipol.
Dell’episodio si possono fornire varie letture, quel che è certo è che la Lega delle cooperative diserterà i dibattiti alla festa dell’Unità di Bologna. E Marco Minnella, segretario generale della Camst (anch’essa Legacoop) dichiara: “Calzolari ha fatto benissimo a non impegnare il movimento cooperativo alla festa dell’Unità, festa di un partito che oramai da troppi anni avverte le cooperative come un fastidio e un’anomalia”. E poi: “Qui c’è proprio una incapacità del Pd a capire la cooperazione come uno straordinario fenomeno sociale ed economico, e in queste condizioni il dialogo è impossibile”.
Il secondo episodio: Marchionne al meeting di comunione e liberazione viene osannato, dopo il suo discorso, al grido: “Sei la nostra diga! Faremo un’altra marcia dei 40.000!” Portato in trono e celebrato come un vero politico, lui che politico non è. Perché, in fondo, questo è il meeting di Rimini, il palcoscenico dal quale lanciare i temi della successiva discussione politica (altro che Festa dell’Unità!). E Marchionne, a prescindere dalle vicende di Pomigliano e dalle ultime notizie su Melfi, è l’uomo del momento. Quello in grado di dare visibilità sia al palcoscenico che al tema da esso lanciato.
Fra l’altro, al di là della quasi contestualità dei due episodi, quel che rende interessante la questione è l’inevitabile messa a confronto di due realtà che, in un certo senso, sono anche espressione di un differente modo di concepire il rapporto pubblico-privato: quello legato alla cooperazione e quello che si traduce nel dogma ciellino della sussidiarietà.
Ora, e qui mi avventuro in una personalissima interpretazione del presente scenario, se da un lato il mondo della cooperazione sembra dubitare dell’affidabilità della propria area politica di riferimento (al punto da negare la propria presenza al salotto bolognese della discussione politica), il partito della sussidiarietà sembra aver trovato in Marchionne un interprete nuovo e vincente.
Non che il discorso tenuto dal manager al meeting di Rimini abbia svelato chissà quali progetti. Anzi, si è trattato di un intervento abbastanza scontato: accenno alle “umili” origini (è nato a Chieti… il cui liceo classico, mi ha fatto notare un amico, ha lo stesso nome dello stabilimento di Pomigliano… Gian Battista Vico), esperienza da emigrato in Canada, citazione furbetta di Pavese e poi la sostanza del discorso: il capitale faccia il capitale, il lavoro faccia il lavoro; i sindacati facciano i sindacati (senza però difendere i sabotatori) e il management faccia il management.
Ed ecco che i nodi vengono al pettine. In che senso sindacati e management devono fare il loro mestiere? La domanda non è banale. Specie ora che tutti sono sicuri riguardo i compiti e le prerogative del management ma nessuno riesce a dire esattamente di cosa dovrebbero occuparsi i sindacati.
Guardiamola anche dal punto di vista della contrapposizione fra la posizione “statalista” e quella “autonomista” della discussione giuslavoristica. Dove per statalista intendo la posizione di chi ritiene preminente il ruolo del legislatore e, dunque, l’imperatività della norma, mentre per autonomista la posizione di chi ritiene preminente la contrattazione e, dunque, la flessibilità della norma (in virtù dell’accordo delle parti).
E, certo, Marchionne e Marcegaglia (sulle cui distanze si potrebbe a lungo disquisire) esprimono entrambi una visione autonomista mentre le confederazioni sindacali non hanno minimamente una visione statalista coesa. Ed infatti tanto la Cgil è sbilanciata verso una posizione statalista quanto la Cisl è sempre più attratta dalle lusinghe dell’autonomia collettiva.
Eppure, è ora di ammetterlo, né l’una né l’altra visione hanno fornito un’alternativa alla mancanza di una normativa di legge in materia. Tanto da restare ancor oggi irrisolti (soprattutto da un punto di vista giuridico) due problemi cruciali: i sindacati hanno diritto a trattare per conto dei lavoratori? che efficacia hanno i contratti da questi eventualmente sottoscritti?
Da cui l’inanità del dictat: i sindacati facciano i sindacati. Ed il peso dell’autoesortazione: il management gestisca l’azienda.
Nemmeno la giurisprudenza ha offerto un valido contributo alla soluzione del problema. Ancora intatto il principio per cui se, da un lato, le organizzazioni sindacali hanno titolo a stipulare contratti in nome e per conto dei soli iscritti, dall’altro, tali contratti hanno efficacia vincolante solo in una logica autoreferenziale fatta di rinvii fra livelli negoziali (nazionale e aziendale).
Problema macroscopico che, a ben guardare, non solo non è stato risolto ma è stato addirittura riconfermato – nella forma e nei contenuti – dalla riforma degli assetti contrattuali, dal ccnl metalmeccanico del 15.10.2009 (che non solo non è stato firmato dalla CGIL ma, ed è questa la cosa più divertente, non ha nemmeno disciplinato ex novo tutta la materia preferendo conservare la parte non innovata del ccnl del 20.1.2008 – questo sì firmato dalla triplice), dal famigerato accordo di Pomigliano.
La domanda sorge spontanea: è forse questo il modello che Marchionne ritiene vincente, il modello che la comunità di cielle considera, evidentemente, figlio della sussidiarietà e meritevole di 21 applausi e di una ovazione finale, il modello che Sacconi ritiene debba essere esportato anche agli altri settori?
Nessuno chiede ai ciellini di porsi tali e tanti problemi di carattere giuslavoristico in particolare e politico in generale, e nessuno si sogna di chiederlo a Sacconi che, in quanto Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, non è tenuto a capire (ed infatti la sua latitanza nel merito della vicenda denuncia la sua totale estraneità ai fatti). Ma il dubbio rispetto a Marchionne resta ed è quanto mai legittimo: ha davvero in mente una strategia innovativa (ma ancora segreta) con cui rilanciare Fiat e in nome della quale imporre un nuovo modello di contrattazione (anche questo tuttora segreto) oppure, come sostiene un caro amico (e compagno di scuola ai tempi in cui frequentavamo assieme il liceo classico G. B. Vico a Chieti), in termini di politiche del lavoro ha una visione primitiva ed inutilmente aggressiva – scarsamente apprezzata perfino in vaticano – che nasconde tutta l’incapacità di prevedere (o anche solo pensare) le conseguenze di una radicale messa in discussione dell’attuale modello?
Sarebbe logico cercare una risposta fra gli stand della Festa dell’Unità che apre a Bologna il prossimo 26 agosto (e che Raffaele Donini ha definito la “festa di tutti”…). Solo che, realisticamente, a meno di non intercettare clandestinamente qualche discussione estranea ai dibattiti ufficiali, sarà perfino difficile trovare la smentita alle parole di Minnella e alla presunta incapacità del Pd di concepire la cooperazione “come uno straordinario fenomeno sociale ed economico”.
Succede… alle feste di tutti, quelle piene di imbucati, quelle che – inevitabilmente – finiscono per essere le feste di nessuno.

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