Subire la geografia

LUOGHI NON COMUNI

La storia non la fanno gli uomini: gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia.
Giovannino Guareschi, Don Camillo

Ho intenzione di scrivere un pezzo sulla geografia che comincia così: La Venezia del Sud, la Versailles sul Brenta, la piccola Parigi. Abitudine francamente incomprensibile di accostare luoghi che non hanno niente a che spartire l’uno con l’altro.

Per questo motivo penso di spedire il lettore in Abruzzo, ad Ortona, la Stalingrado d’Italia: Tieni la destra e al primo incrocio imbocca la statale, la 16, in direzione sud. La fai al contrario. Nel ’43 gli alleati risalgono da Stalingrado verso Pescara. Invece tu passi Stalingrado e quando arrivi a San Donato, sopra il fiume Moro, lo vedi subito, il cimitero. Lo chiamano canadese perché sono ragazzi canadesi, per la maggior parte. 1400. Ma dentro ci sono anche 170 inglesi, 40 neozelandesi, 15 sudafricani, alcuni australiani e perfino degli indiani.

L’idea è quella di scrivere un pezzo col metodo della sostituzione. Anziché scrivere Ortona scrivo Stalingrado. Stalingrado e Ortona non somigliano per niente, questo è vero. Ma la storia le avvicina. Ad Ortona si è combattuta la prima battaglia urbana del fronte occidentale. Una battaglia così cruenta da ricordare quella di Stalingrado. Con una differenza: la battaglia di Stalingrado era cruciale per il fronte russo, quella di Ortona completamente inutile.

Continuo a sostituire, dunque: A Stalingrado ci sono osservatori russi, mandati dal Cremlino. Sul fronte sovietico l’Armata Rossa resiste da sola ai tedeschi. Stalin però vuol capire cosa succede nella sua città: si combatte o no laggiù in Italia?
Il generale Montgomery spera di arrivare a Roma per Natale. Ma ormai l’ha capito, la strada è un’altra.
Stalingrado è solo per fare bella figura. Il 31 dicembre, dopo la carneficina, sale su un aereo e va a Londra. Deve preparare lo sbarco in Normandia.
Intanto Hitler batte il pugno sul tavolo: die Festung
Stalingrado ist bis zum letzen Mann zu halten (la fortezza di Stalingrado deve essere difesa fino all’ultimo). Ha accettato l’idea: la Campagna d’Italia sarà la “guerra del centimetro”.

A questo punto piazzo il ritornello, parole diverse ma stessa musica: L’Olanda lodigiana, la Rio di Policastro, l’Atene sarda.

E torno ad Ortona, perché secondo me non è chiaro, ho fatto una gran confusione. Il lettore è disorientato. Stalin, Montgomery, Hitler, ma dove ci troviamo? Abruzzo, Russia… e il cimitero canadese? Cosa c’entra il cimitero canadese? Tento di spiegare: Molti di loro sono entrati in Abruzzo con la prima brigata cavalleria del generale Vokes. Sono canadesi.

Però qui mi interrompo perché, nel frattempo, mi è venuta in mente una cosa. La battaglia di Ortona non è stata solo inutile, ma anche del tutto dimenticata. Quella di Stalingrado, invece, viene citata da un gruppo punk rock che oggi non esiste più e che tempo fa cantava: “Anche se è un dato di fatto, che a Stalingrado non passano!” Allora, per rimettere le cose a posto, farò finta che sul primo numero di “Rinascita”, rassegna di politica e cultura italiana diretta da Palmiro Togliatti, ci sia un intero articolo dedicato ad Ortona. È inutile che guardi lì? Cos’è? Rinascita?… Sì ho capito, Talenskii, Maggior generale dell’esercito rosso. Senti, lascia perdere gli articoli. Sei colonne? Undici colonne? Potrebbero essere anche cento. Troppe parole per un piccolo paese dell’Abruzzo. Piccolo, anche oggi che Stalingrado è cresciuta.

Solo che le divagazioni non aiutano. Provo a riprendere il filo. Siamo ad Ortona, in un momento imprecisato della storia. Potrebbe essere oggi, oppure il 25 dicembre del 1943. Sarebbe bello lasciare il dubbio, tenere tutto in sospeso, collocare gli avvenimenti fuori dal tempo. Poi, ad un certo punto, scombinare nuovamente le carte. Per prima cosa bisogna prendere il ponte sul Moro, che da lì entrare a Stalingrado è una passeggiata. Poi c’è da attraversare il Trigno. E subito dopo, il Sangro. Non puoi fare il paragone con oggi. Nel ’43, in inverno, sono fiumi in piena. I ponti Bailey, quelle costruiti in ferro, vengono spazzati con una facilità disarmante. I soldati affondano nel fango fino alle ginocchia, i carri armati restano impantanati.

Questo è importante. Serve a far capire cos’era la Gustav. Anche lì, la Linea Gotica la conoscono tutti, viene citata dallo stesso gruppo punk rock che oggi non esiste più e che tempo fa intitolava un album: “Linea gotica”. Devo per forza citare la Gustav: Da una parte c’è Cassino, dall’altra – verso est – Stalingrado e, nel mezzo, tesa fra le due estremità, la Gustav, linea di difesa rigida, la prima. Sbarramento alla liberazione di Roma.

E adesso, naturalmente, il ritornello. Il Tibet d’Abruzzo, la piccola Gerusalemme, il Souq piemontese.

Devo scegliere: porto il lettore a fare un giro, lo disoriento ancora un po’, lo trascino a Torino di Sangro a visitare un altro cimitero, oppure tiro dritto ed entro in città? Preferirei la prima soluzione. Anche perché chiudere con un cimitero non è il massimo, si rischia il patetico. Però, per ragioni di coerenza storica, preferisco entrare in città. Leggendo si deve avere la sensazione che entrare sia la cosa più importante al mondo. Anche se entrare significa andare all’inferno. I “diavoli verdi” tedeschi, il meglio del terzo reggimento paracadutisti, abbattono le case, chiudono le strade, creano sentieri obbligati, minano i percorsi, si appostano, si rintanano fra le macerie. Come li riconosci, quei cecchini?

Potrei anche parlare del Natale. In tal caso però devo restare in città. In Italia non succede nulla, a Natale. Succede tutto a Stalingrado. Si festeggia, ma a turni. Ogni due ore entrano soldati nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli. Viene servito il pranzo di Natale. Si riposa, si mangia, si brinda, si scambiano gli auguri, poi di nuovo fuori ad ammazzare e a farsi ammazzare. A combattere corpo a corpo, dentro ogni casa, su ogni centimetro di macerie. La guerra del centimetro.

Ecco, adesso si può uscire. Si può arrivare a Torino di Sangro, non lontano da Ortona. Nel cimitero del fiume Sangro sono stati tumulati più di 3000 corpi. Ragazzi inglesi, neozelandesi, sudafricani. Ci sono anche le ceneri di oltre 500 ragazzi indiani. E poi, senza ritornello conclusivo – a me le canzoni che finiscono col ritornello non sono mai piaciute (specie quando il ritornello viene sfumato) – andrò a parare da qualche parte. Geograficamente parlando.

Ortona avrebbero potuto chiamarla col nome di qualche città inglese, canadese, neozelandese, sudafricana, indiana, australiana. Invece l’hanno chiamata Stalingrado, come se le azioni ed i luoghi contassero più delle persone che vi hanno preso parte. Eppure, a rigore non esiste la storia; solo la biografia.

Ho intenzione di scrivere un pezzo sulla geografia che si apre con un esergo di Guareschi e si chiude con una citazione di R. W. Emerson. Entrambi sulla storia e senza ritornello che sfuma nel finale.

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