Io sento il pieno

C’è poi un altro libro che, in un certo senso, può essere considerato un libro sulle cose: “La fondazione”, di Raffaello Baldini.

Ragionare delle cose, sembra uno scherzo, invece è un affare complicato. Ragionare delle cose vuol dire ragionare delle idee. E delle persone. Ci vuole testa, per farlo. Bisogna mettere giudizio.

All’inizio, Raffaello Baldini faceva parte di un circolo, “E’ circal de giudeizi”, con Tonino Guerra e Nino Pedretti. Il circolo della saggezza. Chissà cosa facevano in quel circolo lì. Diventavano saggi. Mettevano giudizio.

Nel 2004 Baldini, saggio per davvero, si mette a ragionare sul fatto di andarsene. In modo definitivo intendo. E questo ragionare le porta ad occuparsi delle cose e di come queste ci sopravvivono, conservando qualcosa di noi. Allora Baldini inizia a pensare seriamente al fatto di non andarsene.

Ne “La fondazione”, che è un monologo teatrale edito postumo da Einaudi, il protagonista la prende alla larghissima. Parte dalla moglie, per meglio dire la ex-moglie, con la quale ad un certo momento si accorge che qualcosa non va:

insòmma, prèima, quant e’ suneva e’ telèfan, ch’ m zarchèva mu mè, li la m ciamèva: c’è la Mariuccia al telefono per te, o se no: cercano te, non ho capito chi è, oppure: ciao, Virgilio, sì, te lo passo subito, e a un zért mument invìci la à ravié ch’la tiréva so, e s’i m zarchéva mu mè, la m gèva: telefono, una sola parola, telefono, e basta, sémpra quèlla, chi ch’ l’era l’era, telefono, e lì ho capito, insòmma, ho capito che qualcosa non andava (…)

Non andava no. Infatti la storia finisce. E dopo che finisce lui va ad abitare nella casa di fronte a quella della moglie, della ex-moglie, e qui inizia ad accumulare ogni tipo di oggetti. Dentro casa ed anche fuori, in giardino. Oggetti ai quali tenta di dare un ordine, oltre che uno scopo, e un significato.

…ecco, perché le cose hanno anche loro hanno, come si può dire, sì, hanno una personalità, mè at sta chèsa, tutte queste cose sono una popolazione, che ha i suoi gusti, le sue preferenze, le sue simpatie, ci sono delle cose che non vanno d’accordo con altre cose, non s’intendono, e io lo sento, ed è un problema da tnàili insèn, e mè a m n’incorz quando c’è qualcosa che non funziona, i ciutèur, per fare un esempio, che mè a i tèngh dacòunt tòtt, a n n’ò di scatleun, mo a n’i tengh tòtt ti scatleun, u i n’è che e’ su pòst l’è t’un casètt, insòmma ta n po’ mètt un ciutèur d’un vinel, così, di un vinello da pasto, ta n’e’ po’ mètt insèn s’un ciutèr ad spumènt, e e’ ciutèr ad spumènt ta n’e’ po’ mètt insèn s’un ciutèr di champagne francese, non ci stanno insieme, lo vedi, lo senti, insomma, ci vuole, con le cose, anche una certa delicatezza, una certa sensibilità…

Ed è a questo punto che il suo discorso, per meglio dire monologo, vira decisamente sul problema della conservazione delle cose. Di tutti gli oggetti che ha raccolto. E delle persone, delle storie, dei pensieri che a quegli oggetti sono rimasti come attaccati. Roba da poco, mica della gran filosofia. Pezzetti del quotidiano che forse, tante volte, si potrebbe affidare ad una fondazione. La Fondazione. Appunto.

Infatti, lo dico per chi c’è stato, verrebbe da pensare che Baldini stia parlando, o meglio faccia parlare, Ettore Guatelli, un signore che tutta la roba che aveva l’ha organizzata in un museo (di cui esiste anche una fondazione), il museo Guatelli, a Ozzano Taro, che lui aveva chiamato “museo dell’ovvio”. Martelli, forbici, pale, pinze, scarpe. Tutte cose così. Cose ovvie.

Ovvie. Mica tanto. È forse ovvio un paio di scarpe? E chi le ha portate? E le strade che hanno percorso? E le cose che hanno calciato?

Ma tutto questo interesse per le cose finisce che t’inguaia, finisce che la gente ti crede malato. Anche la ex-moglie:

“No, c’è, c’è, perché per te è una cosa normale, mo non è normale, se tu senti questo vuoto”, “E tè dàila col vuoto”, “L’ha detto Balducci”, “Ò capei, mo Balducci non mi ha visitato, non mi ha sentito, non mi ha neanche visto, porca masòla, insòmma, cos’è questo vuoto?”, “Me lo devi dire tu”, “Io? U t tucarà dmandèie ma Balducci, ‘s’ut ch’a sapa me del vuoto, io non sapevo niente, me lo dici tu adesso, come faccio a risponderti? Fate spieghè da Balducci, che io poi non lo sento questo vuoto” che vuoto? Anzi io sento il pieno, che què ormai u n’i sta piò gnènt, la roba…

Non ci sta più niente, la roba…

Sente il pieno. Che è un pieno di cose, un ingombro quasi, ma è anche un pieno di saperi, di storie… di vita, insomma. Ecco, di vita. Finalmente.

L’ho detto, no, che Baldini la prendeva alla larga? Alla fine ci arriva ed il suo personaggio si mette a ragionare sul fatto di andarsene. E questo ragionare lo porta ad occuparsi degli oggetti, e della loro capacità di durare. E del non morire, fintanto che sopravvivono loro, fintanto che ci rimane una sedia, una cravatta, una bottiglia d’inchiostro. La vera preoccupazione non è tanto che gli altri dimentichino, quanto che arrivi qualcuno a buttar via tutto.

Tutto.

E allora sì, che senti il vuoto. E ti accorgi di non aver fatto nemmeno l’inventario.

E come lo vuoi chiamare uno che raccoglie la roba, la mette lì, e non segna niente, non scrive, cosa sono stato? a so ste’ un quaiòun…

Sono stato un coglione.

Mauro Orletti

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