Laissez-fair(e)-play

Non gioco più
me ne vado
non gioco più
davvero

Mina

Quando Pierre de Frédy, barone di Coubertin, alla fine del XIX secolo decise di organizzare le prime Olimpiadi della storia contemporanea, aveva in mente l’antica Grecia e lo sport come educazione e miglioramento dei giovani. La cadenza quadriennale riecheggiava per lui, come spesso si ricorda, l’interruzione delle guerre che in antichità si faceva proprio per consentire alle varie popolazioni di confrontarsi nei giochi piuttosto che in combattimento. Certo il caro Pierre non poteva immaginare Berlino 1936 o Monaco 1972, i boicottaggi incrociati del 1980 e 1984 o il centenario nella Coca-Colissima Atlanta. Non poteva cioè immaginare il progressivo allontanamento di fatto dal fair-play che andava vagheggiando. Diciamo che aveva uno sguardo più al passato che al futuro…

Allora conviene prenderne spunto e guardare a un passato ancora più lontano: al primo caso di vero UNfair-play della storia, ossia il combattimento fra Ettore e Achille fuori da Troia. Ettore, si sa, è figlio del re di Troia – Priamo – ed è un mortale; Achille è figlio della ninfa Teti e, soprattutto, è un semidio. Ettore ha un gran fisicaccio ma, in più di una parte del corpo, è vulnerabile e quindi rischia la pellaccia come ognuno di noi; Achille ha di vulnerabile solo un tallone e, mettiamola così, questo è un piccolo vantaggio. Ettore è conscio dei suoi limiti di fronte all’avversario (”Lo so che sei forte, ed io di te molto più debole”, libro XX dell’Iliade) e, forse per questo, cerca di accordarsi con Achille sulla degna sepoltura del perdente. Achille gli risponde che i leoni non trattano con gli agnelli (quindi è conscio del reale rapporto di forza!) e, dopo averlo ucciso, ne dilania il corpo trascinandolo con il carro intorno a Troia. Prima di confrontarsi con Achille, Ettore ha paura e scappa; poi si fa convincere allo scontro dal fratello (che in realtà è la dea Atena mascherata e che parteggia storicamente per i Greci). Achille era già scappato in precedenza, renitente alla leva e mascherato da donna presso il re Licomede. Ettore è anche poetico e capace di ridere di se stesso (si veda il suo ultimo incontro con la moglie e il figlio alle porte Scee); Achille è introverso e rancoroso, pensa solo alla vittoria finale.

Insomma si arriva al combattimento. Sappiamo come è andata a finire e, leggendo Omero pagina per pagina, lo si poteva anche intuire. Dopotutto è Omero, mica Agatha Christie: di tanto in tanto sonnecchia e di thriller non capisce nulla… Però è uno bravo a lasciare un messaggio che duri nel tempo (secoli, millenni), Omero. Messaggio di una finta competizione. Di un vincitore predeterminato e di uno sconfitto che può solo essere lì a far da comprimario. PERO’ CI DEVE STARE! Per giustificare tutti i fottutissimi vincitori, allora come oggi, servono le vittime predeterminate. Che purtuttavia si illudano fino all’ultimo di poter vincere perché sennò il sistema svela se stesso…

Ma alla fine vince chi deve vincere, come nell’attuale mondo della falsa competizione. E questo solo perché i perdenti designati continuano ad accettare di giocare, convinti che a ogni inizio gara, a ogni inizio di campionato, si parta tutti uguali: laissez-faire! Poi ci pensa la competizione (così come il mercato) a definire chi sarà vincitore e chi perdente! Ma la competizione (così come il mercato) non può far altro che restituire alla fine gli stessi valori che già si conoscevano all’inizio: chi aveva di più, ha di più. Nell’epoca dei gladiatori felici di andare al massacro, sono ancora i perdenti designati a giustificare la vittoria di chi parte avvantaggiato: senza lo sconfitto, il vincitore non esiste! Per quanto si incoroni da solo davanti allo specchio, nessuno sarà disposto a considerarlo vincitore.

Finché i rapporti di forza tecnico-tattici non cambiano, non potrà quindi cambiare il risultato. Cosa possono fare, allora, i perdenti designati? Non è giocando onestamente contro Achille che si vince. Sempre di più, essi cercano l’aiutino-suggerimento-divino come Paride per mirare al tallone debole avversario, finendo per giocare sporco come i vincitori predestinati già fanno. Ma, nel momento in cui si inizia a barare, si passa ontologicamente dall’altro lato, quello dei vincitori annunciati. Quindi la storia rimane sempre la stessa: già prima della nuova competizione, si sa che vincerà chi deve vincere. I più deboli e onesti, per quanto impegno ci mettano, non vinceranno mai.

Possono solo cambiare piano di gioco, sottrarsi a un confronto impari. Appena lo si capisce, smettere di giocare con chi bara, con chi parte avvantaggiato e dice di essere alla pari. Solo in questo modo, i vincitori predestinati non avranno più vittime sacrificali da trascinare intorno alle mura di Troia. E finalmente, al posto dell’emblematico ”vinca il MIGLIORE”, si potrà dire ”vinca chi è migliorato di più”.

Claudio Cozza

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