Falso sprach Zarathustra

Il proprietario della pensione nella quale alloggiamo ci sconsiglia di andare a visitare il Reichstag, dice che non ne vale la pena. Noi andiamo lo stesso. È pur sempre un simbolo di Berlino. Non l’ha ignorato l’Armata Rossa durante l’assedio del ’45, non lo ignoreremo noi. Poi c’è quella foto… un soldato russo che issa la Bandiera dell’Unione Sovietica su un parapetto pericolante del palazzo. Data: 2 maggio 1945. Autore: Yevgeny Khaldei, fotografo della TASS.
Alle volte c’è proprio bisogno di fare di testa propria. Il Reichstag non può essere ignorato. Non può essere ignorata la sua bellezza, non può essere ignorata la sua esistenza. Che non bisogna dare per scontata.
Nel 1884 il sig. Paul Wallot, architetto, assume la direzione dei lavori. L’unità nazionale è un fatto nuovo. Il neonato Impero Tedesco (Reich) reclama a gran voce il suo scranno. Siamo solo agli inizi. Seguiranno un secondo e un terzo Reich, due guerre, una serie interminabile di vicende. Nella prima metà degli anni ‘50 c’è chi pensa di abbattere l’edificio… la cupola originale è anche saltata in aria.
Nel 1956 il sig. Paul Baumgarten, architetto, si aggiudica i lavori per il restauro dell’edificio.
Poi, nel 1992, il sig. (pardon) sir Norman Foster, architetto pure lui, elabora un nuovo progetto di recupero. La sua idea piace, anche e soprattutto per la cupola di vetro che cita l’originale del 1894, che riflette e ottimizza la luce naturale, che controlla la penetrazione del calore, che di notte riflette all’esterno la luce interna (segno inconfondibile del fatto che il Bundestag è riunito).
Piace anche a me.
Poi però scopro che la foto di Khaldei non è stata scattata il 2 maggio 1945 ma qualche giorno dopo. E scopro che è stata ritoccata: nuvole e fumo sono stati aggiunti per dare all’immagine un tocco di drammaticità.
Un falso?
Se è per questo, di vero c’è poco o nulla… nel Reichstag. Il progetto di restauro di Norman Foster è stato alterato (non resta traccia del baldacchino pensato a mo’ di copertura), per realizzarlo il palazzo è stato completamente sventrato (non è rimasto nulla, neppure i cambiamenti fatti da Baumgarten negli anni ’60).
Ad essere sinceri anche l’originale di Paul Wallot non è che fosse tanto originale. Si trattava pur sempre di un miscuglio di motivi rinascimentali e classici (vedi facciata con avancorpo e colonnato).
Insomma, qui bisogna intendersi sul concetto di falso… specie in architettura.
Si potrebbe rispolverare Ruskin e la sua idea, un po’ drastica, di non restaurare, far decadere, lasciare che tutto scompaia nelle mani di madre natura. Oppure, all’estremo opposto, si potrebbe riesumare la teoria del restauro stilistico di Viollet le Duc, e ammettere – quando non vi è certezza dell’originale – l’aggiunta se non, addirittura, l’invenzione… cioè la massima espressione del falso. E nel mezzo… un mondo. E in questo mondo… la teoria oggi imperante: rendere chiaramente visibili gli elementi di interpolazione, denunciare il nuovo, dire chiaramente: qui sta l’antico e qui il nuovo… Da cui il corollario (in forma di dogma) per cui il moderno deve esprimersi con le forme e con i materiali del proprio tempo. Una posizione legittima, per carità… che rischia, per un verso, di cristallizzare “l’antico” e renderlo intoccabile, per l’altro, di costringerlo a cimentarsi con “il moderno” (legittimo in quanto dogmaticamente dato).
Insomma, in architettura (e non solo) il concetto di “falso” è quanto meno problematico. Il Reichstag, per dire, esiste, lo si può utilizzare, visitare, fotografare… ci si può lavorare. Eppure fin dalla sua origine smentisce uno dei principali assiomi della corrente “modernista”, ossia che l’arte e gli stili siano irripetibili e che non sia possibile, perciò, riportare in vita forme (artisticamente) concluse. A meno di non voler creare un falso storico.
Ed ecco la smentita: il progetto di Wallot realizzava la pacifica convivenza di una cupola ultramoderna con linguaggi, forme e stili rinascimentali e classici. Anche la lanterna di Foster (della quale nessuno mette in discussione creatività, sperimentazione, innovazione) ripristina (in versione tecnologicamente aggiornata) una soluzione linguistica del 1894. Allora? Come la mettiamo? Parliamo di falso?
I fautori del modernismo architettonico diranno: assolutamente no, perché il Reichstag è una soluzione architettonica in cui l’equilibrio realizzato fra intervento moderno e struttura originaria non produce alcun inganno sulle differenti epoche alle quali risalgono le parti dell’edificio. Ma allora, verrebbe da chiedere ai fautori del modernismo architettonico, quell’avancorpo neoclassico… lo tiriamo giù a picconate?
Il fatto è che qui non stiamo parlando di edifici in muratura portante che vengono restaurati attraverso la sostituzione della struttura originale con uno scheletro in cemento armato ed il ripristino della facciata a suo tempo appositamente smontata. Il discorso è completamente diverso. Qui parliamo di un ibrido, non una copia ma neppure un’opera contemporanea. Diciamo, piuttosto, l’immagine idealizzata di un “prima” che forse non è mai esistito… come la foto di Yevgeny Khaldei.
A Bruxelles questo modo di salvaguardare l’immagine del centro storico è diventata una regola… si parla addirittura di bruxellizzazione. Sarebbe più corretto dire… falsificazione? Se considerassimo i palazzi di Bruxelles (o, perché no? lo stesso Reichstag) una semplice copia – nel migliore dei casi un esercizio di stile – allora forse… magari… diciamo una falsificazione in buona fede. Proviamo però a guardare le cose da un altro punto di vista. Non potremmo per un momento, almeno per un momento, considerarli un atto di rinuncia all’egocentrismo architettonico? un tributo al valore civile dell’architettura?
Obiezione frequente a questo genere di argomenti: nel passato, proprio quando sono stati edificati i capolavori dell’architettura “classica”, si è spesso operato senza alcun rispetto nei confronti del preesistente. A Vasari viene chiesto di coprire la Battaglia di Anghiari di Leonardo con un affresco nuovo nuovo che esalti la gloria della signoria (e abbasso la Repubblica!). I capimastri che lavoravano nei cantieri di Santa Maria del Fiore, se solo gliene fosse capitata l’opportunità, avrebbero preso Brunelleschi e l’avrebbero fatto volare giù dai ponteggi. Il rinascimento, se si vuol essere onesti, ha provocato terribili ferite urbane, e non solo a Firenze. Linearità, regolarità, severità, simmetrie, ripetizioni… un vero shock culturale. Prendiamo Palazzo Farnese a Roma: una fabbrica modernissima precipitata in un contesto urbano ancora medioevale. E San Pietro, con quei due bracci enormi, regolari, monumentali… non è stata forse una rottura fortissima con la vecchia spina di borgo?
Solo che, per quanto seri, tutti questi argomenti ignorano deliberatamente un punto cruciale: allora non esisteva il concetto (quello sì moderno) di tutela del patrimonio storico e artistico. Il potere temporale del signore o quello spirituale (?) del papa non ammettevano deroghe alle urgenze di autocelebrazione e, di certo, non avrebbero considerato la tutela del patrimonio storico (che, peraltro, coincideva spesso con l’esaltazione di un potere concorrente) come un limite legittimo alle proprie assolutistiche incontinenze.
Ora, non mi sembra assurdo dire che, da allora, qualcosa è cambiato… almeno in termini di rispetto del paesaggio urbano. E nessuno griderà allo scandalo se mi azzarderò a dire che gli architetti dovrebbero sempre aver presenti i canoni dell’edilizia locale, il contesto in cui andranno a realizzare un progetto.
Perché in tal modo, forse, accetteranno la visione del centro storico come un unicum organico e, di conseguenza, qualora si rendesse necessario intervenire al suo interno, non ragioneranno come fanatici del modernismo a tutti i costi. Magari si interrogheranno sulle ragioni dell’intervento che, poniamo, potrebbero essere la conseguenza di un evento traumatico, e allora – forse – si domanderanno se esista un’esigenza di “rimozione collettiva” (dell’evento… non del centro storico!), se assecondarla (il che non è affatto scontato) e in che modo… ad esempio cancellando le tracce dei danni subiti e ricostruendo tutto come prima. Come è accaduto a Dresda. Non vi è ragione per negare aprioristicamente la legittimità di certe operazioni e bollarle sempre e comunque come architettura “vernacolare”.
Ed ecco che arriviamo ad un altro punto nodale: l’approccio filologico. Per poter procedere alla corretta interpretazione di un ambiente culturale definito l’approccio filologico è essenziale. Lo è stato, appunto, a Dresda… e non per ricostruire una seconda Dresda, ma per restituire alla città ed alla popolazione parti mancanti di un luogo al quale nessuno voleva rinunciare.
Ma questo tipo di approccio è necessario anche nel caso in cui l’intenzione sia quella di cambiare, rivoluzionare, risolvere situazioni di stagnazione. A differenza di quanti negano a priori la legittimità di operazioni di ricostruzione, io personalmente non nego all’architettura contemporanea la possibilità di esprimere risultati mirabili in qualunque contesto. Semplicemente dubito che tali risultati possano essere raggiunti senza l’analisi preliminare dei bisogni, espressi e non, di chi ha vissuto, vive e vivrà nel luogo oggetto dell’intervento. Alla presunta debolezza teorica di fenomeni come quello del neogotico molta parte della critica “modernista” contrappone la granitica elaborazione concettuale per cui “ogni epoca deve lasciare il segno”. Ma ciò vuol dire ignorare il valore in sé dell’opera a tutto beneficio del “nome” (dell’architetto).
La domanda che pongo, perciò, è questa: ha senso privare di dignità una concezione dell’architettura che, a differenza di quanto snobisticamente affermato dai palazzinari modaioli di oggi, affonda le proprie radici in motivazioni di carattere estetico, storico e politico?
Nella città in cui vivo, cioè Bologna, le interpolazioni neogotiche sono da sempre oggetto di scherno, giudicate orrenda architettura… vernacolare (tanto per cambiare). Né più né meno come si trattasse di “outlet”, quei centri commerciali che adattano la propria immagine al luogo in cui si trovano (in Toscana al borgo toscano, in Lombardia a quello lombardo e via discorrendo).
Ma il neogotico, sia in Italia che fuori, non ha nulla di vernacolare anche perché non nasce per esigenze di marketing ma per reazione al neoclassico dell’epoca napoleonica. In Germania, tanto per fare un esempio, il ritorno al gotico è immediata conseguenza delle pulsioni nazionalistiche di formazione antifrancese. Il Romanticismo ottocentesco ha poi ribaltato questa “negazione” delle regole e dei modelli classici nella “affermazione” del sentimento e della assoluta libertà del Genio in antitesi alla ragione (siamo dalle parti dello Sturm und Drang).
Se tutto questo ha senso, se cioè anche il fenomeno del neogotico può avere motivazioni di carattere estetico, storico e politico, non sarà possibile sostenere che a Bologna ha operato una comunità di uomini che, almeno in certi casi, utilizzava il metro della “valenza collettiva” degli edifici, rifiutava un’architettura degradata alla sola identificazione della bellezza dell’opera con forma costruttiva (moderna) ed esibizione dello scopo (funzionalità), guardava al di là delle qualità intrinseche dell’edificio?
L’architettura comunica informazioni. L’architettura ha un aspetto, diciamo così, simbolico. Perché l’edificio esiste e fa mostra di sé anche a prescindere dal rapporto forma/funzione. In questo senso gran parte dell’architettura è falsificazione. La teoria di facciate lungo il Canal Grande a Venezia è pura scenografia, Palazzo Medici Riccardi a Firenze ha un nobilissimo prospetto principale – ad uso di quinta (addirittura il fronte laterale finisce volutamente oltre il corpo dell’edificio) – ed un prospetto posteriore a dir poco “spoglio”.
Ma cosa importa? L’architettura è dominata da questa funzione culturale. In questo senso dico che gran parte di essa potrebbe essere considerata “falsa”: falsa in quanto codificazione simbolica elaborata dall’uomo secondo i principi trasmessi dalla cultura di appartenenza.
Torniamo quindi da dove eravamo partiti, dal falso.
Se falso in architettura vuol dire creare ambienti urbani per l’uomo, ambienti che rispondono alle istanze culturali (di reazione, rottura, innovazione, conservazione, ripristino, cancellazione, ecc…) prodotte dalla collettività… ebbene, ben venga il falso! Specie se l’originale è questo.
Perché anche la bandiera issata sul parapetto del Reichstag, fumo o non fumo, due maggio oppure tre, quattro cinque, trenta maggio 1945… quella bandiera, in definitiva, era una codificazione simbolica.

2 commenti

  1. Mario

    in effetti il tuo articolo, al lettore che non abbia partecipato alle dispute germaniche, potrebbe apparire pieno di contraddizioni e sconclusionato, o, anzi, forzato nella conlcusione. e a chi ha partecipato a quelle dispute, promuovendole e sollecitandole a tutta forza, appare esattamente così. alcune frasi gridano vendetta, tipo quando fai riferimenti a concetti “mistici” come il “valore in sé dell’opera”, che viene invocata in contrapposto al “nome” degli architetti (che dio ti perdoni). Qualche riga più giù però si legge della (mitica) comunità di uomini che merita le lodi dell’autore per aver messo l’ha messo da parte proprio quelle qualità intrinseche dell’edificio in nome della “valenza collettiva” (sempre a proposito di concetti mistici).
    quello che c’è di buono in quell’articolo è che l’hai scritto, hai detto la tua, hai messo nero su bianco il tuo pensiero, insomma, l’hai partorito. scripta manent, altro che concetti banali tipo “una casa bella è meglio di una brutta”.
    quando sei nato non puoi più nasconderti. per me significa questo

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    1. Mauro

      ammetto di non essermi espresso proprio benissimo me il senso è un altro: la critica modernista (e cioè quella che esalta il valore in sé – anche mistico, se vuoi – degli edifici), muove una precisa accusa al fenomeno del neogotico: ossia quella di non avere una vera e propria elaborazione concettuale alle spalle.
      invece la mancanza di elaborazione concettuale è proprio uno dei peggiori difetti di certa parte del modernismo architettonico. che, infatti, fa quadrato attorno al valore in sé dell’edificio (qui sì somma di forma e funzione) ritenendo, evidentemente, superflue tutte le altre motivazioni di carattere estetico, storico e politico (che, quanto a valenza collettiva, non hanno nulla di mistico). però poi si lascia andare (appunto per
      la mancanza di un’elaborazione concettuale seria) a frasi del tipo: ogni epoca deve lasciare il segno (cosa che, appunto, contraddice il valore in sé dell’edificio).
      in ultimo: guardare al di là delle qualità intrinseche dell’edificio (che non sono equivalenti al concetto di “valore in sé” dell’opera), non vuol dire disprezzare (e quindi necessariamente fare a meno di) queste qualità. significa piuttosto non ridurre tutto a…

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