Barack e baracconi

se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte,
tra la vita e la morte
avrei scelto
l’America

Oggi salutiamo il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Hussein Obama, pensando che sia anche un po’ il nostro Presidente, per la prima volta un po’ (solo un po’) contenti di essere legati mani e piedi al governo USA. Chi l’avrebbe mai detto.. Noi intellettuali europei, imbottiti di politica e ideologia, cresciuti tra Machiavelli ed Hegel, (in Italia, tra De Gasperi e Togliatti) salutiamo come un evento politico l’elezione di un presidente americano.
Ancora pochi anni fa, quando guardavo gli spettacoli delle primarie americane, con le bandierine e i palloncini, mi chiedevo come potesse davvero la gente di quel Paese prendere sul serio quella cialtronata, come potesse chiamare politica quella baracconata.
Mi ricordo bene che, da bambino, guardavo i miei genitori che tra il disgusto e la compassione mi dicevano “guarda che popolo di imbecilli, perciò c’hanno un attore come presidente”, “perciò a votare ci va meno della metà degli elettori”, “stanno davanti alla televisione e tifano per un candidato come per una squadra di football”. Certo che a pensarci oggi…
Noi avevamo Berlinguer a quel tempo, dicono. Avevamo anche Forlani, Craxi e Andreotti che contavano assai più che Berlinguer, ma questo molti non lo dicono.
Però noi qui, anche mentre si cuocevano le salsicce alle feste dell’Unità si discuteva di sindacato di classe, di strategie del potere borghese, di revisionismo cinese.
Tutto sommato era l’eredità di una grande tradizione culturale, profondamente europea, delle grandi ideologie del novecento. Insomma, ci sentivamo in pieno diritto di guardare quel popolo senza Vaticano e senza Partito come a un gruppo di fanciulloni ingenui e caciaroni.
Qui in Italia, la lotta politica si è vissuta prima ancora che come scontro dialettico tra capitalismo e socialismo, come guerra tra poli inconciliabili, tra comunismo e chiesa cattolica, tra il “frutto del lavoro e chi lavorerà” e il “venga il tuo regno”, tra la salvezza ultraterrena e il paradiso in terra. Chiedo scusa per le forzature un po’ brutali, ma forse possiamo dire che qui da noi la politica è stata e in parte è vissuta come fenomeno eminentemente culturale, che richiede e presuppone un retroterra filosofico, un bagaglio di conoscenza e di valori; il che fa sì, tra le altre cose, che essa sia pur sempre un fenomeno intellettualmente “elitario”, piuttosto trasversale rispetto alle classi sociali, appannaggio di coloro che “ne capiscono”. Ciò in parte si spiega con il fatto che le posizioni ideologiche predominanti di impronta teleologica, trovano in sé stesse i valori fondanti delle propria missione politica, pongono ab initio i propri obiettivi, anche quelli di breve periodo, che restano comunque validati dalla strumentalità rispetto al grande obiettivo finale. Resta in tal modo particolarmente difficoltosa la penetrazione delle istanze nuove che provengono dalla società e dai vari settori di essa, che non riescono ad incidere sulla definizione di obiettivi concreti della politica se non mettendo in discussione od occultando i principi che questa si è data.

Oggi guardo la televisione e vedo il sindaco della città in cui vivo e il presidente della regione in cui vivo e penso che sono illustri esponenti di quelle due “gloriose” tradizioni politiche: Jervolino Russo Rosa, democristiana dalla nascita, ex ministro della pubblica istruzione e dell’interno, due volte consecutive eletta a capo del Comune peggio amministrato d’Italia. Bassolino Antonio, venuto fuori dalle mitiche sezioni della “base operaia” del PCI, ex ministro del lavoro, due volte sindaco della suddetta città e due volte eletto presidente della regione peggio amministrata d’Europa. Entrambi travolti (si fa per dire) da scandali di corruzione oltre che dalla monnezza, dalla criminalità, dal sottosviluppo che ammorbano i loro territori e rendono la vita penosa a milioni di persone. Milioni di persone che non sono e non si sentono cittadini, ma sfortunati abitanti di una terra infame, miserabili sudditi, tristi, opportunisti, individualisti. Senza speranza.
E allora preferisco salutare il nuovo presidente degli Stati Uniti, magari anche commuovermi con la retorica dei suoi discorsi, il richiamo ai tempi mitici del west, ma soprattutto alla coscienza individuale, che conquista con il suo lavoro e con le sue capacità la “terra nuova” di cui sarà padrona. Penso che sia in questo, alla fine, il segreto: valorizzare l’individuo, le sue potenzialità.
Ammetto che anche io guardavo con sufficienza all’idea di una Costituzione che mette al centro il diritto alla ricerca della felicità. Mi dicevo che la felicità è una cosa talmente relativa e indefinibile che non esiste, richiamarla serve solo a gettare fumo negli occhi e nasconde una specie di autorizzazione all’egoismo sociale, all’opportunismo. Mi sbagliavo.
Oggi Obama parla e accende nell’animo di milioni di persone la voglia di mettersi alla ricerca della propria felicità insieme a tutti gli altri, nella propria società, non in quella del mondo che verrà, ma in quella in cui sta dentro che è anche la nostra, di ognuno di noi. Obama potrà anche non riuscire a fare niente di quello che ha detto di voler fare. Sarà sufficiente che ci provi, anzi, che ci abbia provato. La sua elezione è già un risultato e vale per il solo motivo che c’è stata, che tante persone oggi ci vogliono credere. Noi intellettuali non potevamo prevederlo, non osavamo nemmeno immaginarlo.

Oggi saluto Barack Hussein Obama e sono felice. Sorrido dentro di me, canticchio i versi di Bufalo Bill e, per una volta, penso anche io che avrei scelto l’America.

Mario Mastrocecco

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