Qualcuno che manca di qualcosa

Se ad un illuminista dici “mondo” a quello viene subito in mente qualcosa di buono. Ma prova a farlo con un romantico! Per il romantico la parola “mondo” evoca immeditamente una realtà dolorosisima (weltschmertz). Prova a dire mondo… straaaaap! Sentirai la sua anima lacerarsi. Perché l’anima del romantico fa fatica a riconoscere il suo mondo e a definire se stessa in relazione a questo mondo.

Non riconoscendo il proprio mondo, l’anima del romantico prova a romantizzarlo e, in questo modo, a porre le basi per affermare la propria identità. Ad ogni costo. Corre perfino il rischio di mettere in piedi un’individualità compiuta, a sé stante. E così anche il processo di elaborazione del mondo in cui si vorrebbe riconoscere finisce per generare una realtà aliena. Straaaaaap!

Ma se non altro il romanticismo, almeno nella declinazione della sua modernità, dice a chiare lettere che c’è bisogno di una trasformazione e per quella si batte. Il soggetto romantico fa esperienza della modernità.

Il concetto di modernità come trasformazione è lontano anni luce dall’idea del classico come qualcosa di chiuso, definito e non modificabile. Il soggetto romantico ha proprio questo tic, questo vizio… la tendenza al cambiamento. Ma più che una tendenza al cambiamento della forma, a me sembra una tendenza alla ricerca di una forma. Perché l’uomo, nel profondo dell’anima, è complessità, pluridimensionalità.

Se romance significa “inusuale” (e romanzo tradotto con romance – anziché novel – allude proprio ad una storia inusuale… ai limiti dell’incredibile), con chiara accezione negativa, “romantic” significa fantasioso, immaginario, misterioso… ma in accezione positiva!

La realtà è piatta e insignificante. Nella finzione, invece, tuttò può succedere: è la dimensione del cambiamento.

Penso alla pittura. I quadri di Böcklin o Friedrich son pieni di foreste, montagne, nuvole. Quasi tutti i personaggi dipinti da Friedrich, sono di spalle, guardano verso l’ignoto, verso ciò che non si sa, che non è finito, che è incompiuto. Ed eccolo… l’eroe romantico, di schiena, pronto a ritornare in se stesso (autoaffermarsi), a gettarsi anima e corpo in una ricerca che lo porterà lontano, verso posti in cui sentirsi a proprio agio.

Questa atteggiamento contagia anche la letteratura. I personaggi di Novalis vanno alla ricerca della propria identità che, guarda caso, è riconoscibile solo di notte. Qui, sprofondando nel suo io, l’uomo può ricostruire la realtà delle cose (romantizzandola). Romantizzare nel senso di ricondurre qualcosa nel suo cotesto naturale, trovarne la relazione con l’altro o con il tutto.

La letteratura tedesca usa il termine “stimmung” per indicare un alone indeterminato che addolcisce e seduce e mette in contatto con qualcosa che è misterioso ed enigmatico. Il romanticismo è il tentativo di decifrare questa essenza indecifrabile. Si potrebbe provare a tradurre “stimmung” con allegoria.

Questa dimensione della realtà come assoluto impenetrabile fa nascere nell’individuo la sensazione di essere a proprio agio. Mario Praz dice “desiderio di desiderare”, di autoaffermarsi come desiderante (cioè come qualcuno che manca di qualcosa).

Finalmente! L’elettore romantico è stanato. Attratto con l’inganno, fuori da un mondo piatto e insignificante, un mondo che non riconosce e lo fa soffrire, si avventura da solo alla ricerca di ciò che gli manca e che desidera, la dimensione che gli garantirà il cambiamento. E la dimensione scelta per lui non può che essere la finzione, quella che lo definirà e che produrrà gli eventi che lo riguarderanno.

Un classico moderno!

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