Huge sheep spit

Dico io, non potevano fare come a Reggio Emilia? Chiamavano Calatrava e anziché fargli progettare un ponte sul fiume dal nome “Ponte del mare” gli facevano progettare un bel cavalcavia sull’asse attrezzato Pescara-Chieti.
Certo che siam strani, lì in Abruzzo. Anche a Pescara. Avevamo un architetto razionalista (Luigi Piccinato) che s’era inventato un piano urbanistico, una cosa semplice semplice che – se non altro – aveva il merito di essere un piano… un’idea, un progetto complessivo di intervento. Niente. Abbiamo demolito e costruito senza criterio per più di quarant’anni. Cosa ne è venuto fuori? Pescara, quasi una città. Tiè, eccola lì.
Ma le cose cambiano. Siam strani, in Abruzzo, però ci piace il cambiamento. Infatti l’amministrazione non di destra di Pescara ha deciso di intervenire e di mettere la parola quasi-fine alla metastasi cubometrica della città. Da qualche parte dev’esserci una delibera della giunta comunale che dice Se si deve costruire alla cazzo di cane, lasciamolo fare ad architetti pluridecorati. Ed ecco arrivare al piccolo trotto Oriol Bohigas, Toyo Ito, Massimiliano Fuksas…
Perché c’è un fatto. Il capoluogo regionale è L’Aquila. Una città molto bellina… niente a che vedere con Pescara. Che dunque, non potendo competere sul piano estetico, vuol prendersi la rivincita sul piano quasi-economico, quasi-culturale, quasi-politico.
La giunta regionale, tanto per fare un esempio, preferisce riunirsi in riva al mare. Lì, si sa, i castelli di sabbia vengono meglio. Anche le buche. Anche i petrolchimici.
Sicché una squadra di architetti si mette a lavoro su Palazzo De Cecco per tirar fuori gli uffici da destinare ai consiglieri dell’ente quasi-governativo regionale.
Siamo anche suscettibili, in Abruzzo. Per esempio sul muro esterno della sede della Regione Abruzzo a L’Aquila, qualche tempo fa è comparsa una scritta del tipo Noi (Aquilani) ci ha fondato Federico II, voi (Pescaresi) Capitan Findus.
Intanto Luciano D’Alfonso, quasi-immacolato primo cittadino non di destra della città di Pescara, scala le classifiche e nel 2003 addirittura figura come il sindaco più amato d’Italia in una ricerca del “Sole24 Ore”. Da quel momento fioccano i primati. Viene costruito un palazzo di giustizia di 76 mila metri quadrati (da valutare il rapporto con la giustizia… quanta giustizia per ogni metro quadro?), costato 200 miliardi di lire, che succhia 4 milioni di euro l’anno di manutenzione. Viene anche progettato un nuovo ponte sul fiume Pescara, unica campata di 700 metri donata da imprenditori privati. Qual è il primato? vi domanderete. Il nome più azzeccato: “Ponte del mare”, e i finanziatori più improbabili: Gilberto Ferri, la Fater del Gruppo Angelini, la Procter & Gamble, Carlo Toto (agli onori della cronaca per la faccenda Alitalia).
Si sconsiglia a tutti l’attraversamento del ponte.
Che, del resto, è davvero poca cosa se paragonato al primato raggiunto dalle previsioni di mazzette girate per il faraonico banchetto dei Giochi del Mediterraneo 2009. I bookmakers di Londra sono letteralmente impazziti. Basta fare un giretto per il campus dell’università D’Annunzio: quanto cibo nel trogolo di questa inutile iniziativa quasi-sportiva.
Dopodiché, visto che quasi-politici, quasi-imprenditori e quasi-costruttori amano dare un’immagine diversa di sé, magari laccata di quasi-cultura, arriva il momento dei quasi-artisti che stabiliscono un altro primato: la scultura meno scultura mai realizzata, la scultura talmente poco scultura che decide di suicidarsi, di rompersi.
L’amministrazione non di destra di Pescara chiede al famigerato Toyo Ito di realizzare una “cosa” da collocare al centro della quasi-piazza Salotto. Siamo strani, noi Abruzzesi. Chiedere una scultura ad un architetto… Non è mica una cosa normale. Anche ammesso che la si voglia chiedere ad un architetto, perché Toyo Ito? Con quale criterio è stato scelto? A Pescara c’è la sede di Architettura dell’Università D’Annunzio… magari, vedendo in quale edificio si trova, ai limiti dell’imbarazzante… magari quelli dell’amministrazione non di destra avranno pensato Giriamo alla larga da qui.
Il famigerato architetto Toyo Ito presenta il suo progetto. Visto che siamo in Abruzzo, visto che c’è il vino buono, facciamo un bel monumento che rappresenta un bicchiere di vino rosso. Ah però, han detto i quasi-politici dell’amministrazione non di destra, Che concept! Che intuito! E come vorrebbe chiamare quest’enorme bicchiere di vino rosso?
Huge wine glass ha risposto Toyo Ito.
E che significa, hanno chiesto i quasi-politici?
Significa enorme bicchiere di vino rosso, ha risposto Toyo Ito.
Che genio! Che intuito! Anche meglio dell’idea del ponte sul fiume chiamato “Ponte del mare”…
La scultura dell’architetto giapponese quasi-artista viene collocata al centro di piazza Salatto, la quasi-piazza centrale di Pescara, dopo 16 mesi di lavoro e 1 milione 100 mila euro di spese.
Ebbene, appena 64 giorni dopo l’installazione, la statua si suicida, si spacca. Ora, se uno pensa al fatto che la scultura è, in buona sostanza, un’opera ignegneristica firmata da un famigerato architetto, c’è di che sbellicarsi.
Jessica ci spiega in un suo articolo il motivo per cui si è verificato l’inconveniente.
Aggiungo che l’opera realizzata non corrisponde ai disegni originali del progetto per altri due motivi. Anzitutto non corrispondono le dimensioni. L’opera doveva essere alta sei metri e larga tre. Quella realizzata è alta cinque e larga due. In secondo luogo il calice doveva essere dinamico: sotto la base doveva lavorare una pompa in grado di mettere in circolo un liquido rossastro che ricordasse l’effetto del vino versato. Una minchiata colossale, certo, ma tant’è, faceva parte del progetto. L’opera realizzata, invece, l’han fatta che non si muove nulla. Che si spacca.
L’amministrazione non di destra, comunque, rassicura tutti… architetto e ditta costruttrice si sono impegnati a ricostruire l’opera a costo quasi-zero. Ed anche questo è un fatto strano. Una volta l’opera d’arte era tale in quanto unica. Oggi, invece, se l’opera si suicida, se si spacca… la si aggiusta. Ed anche se non si riuscisse, la cittadinanza stia pur tranquilla, che tanto l’opera è stata finanziata da privati. Anche se rotta, chissenefrega…
Ma chi sono questi privati? Lafarge (il cementificio) che ha contribuito al 70%, Caripe, che ha contribuito al 30%. Partiamo dalla seconda. Una decina d’anni fa il governatore Antonio Fazio pensò bene di inviare un’ispezione alla Cassa di Risparmio. All’esito dell’ispezione la Cassa di Risparmio convolò a giuste nozze con la Popolare di Lodi. Il buon partito di Gianpiero Fiorani. Il resto è cronaca. Nera.
Passiamo al cementificio. Pare che in cambio di quel 70% il Comune abbia prorogato il permesso di soggiorno di uno stabilimento Lafarge nell’area cittadina per altri 15 anni, cancellando ogni ipotesi di delocalizzazione. Va così. Gli extracomunitari vorremmo spedirli sulla luna, i cementifici li ospitiamo in salotto (piazza Salotto).
Perché si sappia, un cementificio produce composti come cromo, cadmio, mercurio, diossine, furani, polveri, ossidi di azoto. E questo sia che utilizzi combustibili tradizionali sia che utilizzi il CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti Solidi Urbani).
A voler essere pignoli, poi, anche la storia del finanziamento privato… contratti, accordi, fatture, chi ha mai visto nulla? Fino a qualche settimana fa la quasi amministrazione non di destra rifiutava di mostrare gli incartamenti.
Siamo dei pazzi, noi Abruzzesi. Dico io, non potremmo fare come a Reggio Emilia? Chiamare Calatrava… oppure, considerato tutto quello che è successo, la scultura rotta, l’architetto giapponese, il cementificio in città, l’abusivismo edilizio, non sarebbe meglio affidare al geometra del comune la costruzione di un arrosticino di cemento al centro della piazza? Huge sheep spit?

Mauro Orletti

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