Architetti di spessore

TECNOLOGIA = τεχνή (tecnica) + λογία (ragionamento) vale a dire: ragionamento applicato alla tecnica. Nella tecnologia dunque c’è una radice di innovazione. Innovazione ad ogni costo direi io.
L’innovazione che a tutti preme. Che al mercato preme. Innovazione nei prodotti. Nei materiali e nella loro lavorazione. Innovazione e tecnologia ovunque e comunque. A quanto pare questo mondo non può andare avanti senza immettere nel mercato dei nuovi prodotti. E il consumatore sta lì a berseli tutti. Quess’ è lu bisenèss’ come direbbe mio nonno.
E allora in onore della tecnologia nel lontano 1928 in vari laboratori fu sviluppato e poi immesso sul mercato nel 1933 il polimetilmetacrilato. Che non è una parolaccia. È semplicemente una materia plastica trasparente. Più trasparente del vetro. Utilizzato oggi per costruire i fanali delle automobili, le lenti a contatto rigide e chi più ne ha più ne metta.
Di solito lo spessore massimo delle lastre di questo materiale non è superiore ai tre centimetri. Oltre questo spessore pochi produttori al mondo possiedono impianti e tecnologie per polimerizzare il PMMA sotto forma di blocco con spessori molto più grandi. Una di queste aziende è la Clax Italia s.r.l. che ha realizzato qualche mese fa un parallelepipedo di cinque metri di altezza per due di base, suddiviso in blocchi più piccoli alti all’incirca 25 cm. Insomma ben venti metri cubi di arte contemporanea, come si sente dire in giro. Si, perché questa sorta di scatola plastica è stata progettata da un famoso architetto giapponese: Toyo Ito per l’appunto, di cui tanto si è sentito parlare ultimamente nelle strade di Pescara e non solo. Di certo non in maniera benevola. Tutt’altro. Soprattutto in merito a quest’opera di metacrilato (o plexiglas per noi comuni mortali). Sto parlando della Huge Wine Glass, tanto per capirci. Un’opera costata più di un milione di euro. Un milione di euro in frantumi, con buona pace della tecnologia. Sì, perché il sedici febbraio è accaduto il fattaccio. Tra vari scricchiolii l’opera ha ceduto. Da sola, lì. Nel bel mezzo di piazza salotto. Tra le orecchie spaurite della gente che mormorava e ridacchiava, commentava e stava lì a guardar quel blocco trasparente spezzarsi dall’interno, fino quasi a deformare l’immagine del calice rosso che contiene. E anche oggi se si va in Piazza Salotto c’è della gente che sta lì tra i coriandoli di carnevale e bimbi in maschera a rimirar tutta quella plastica ormai imbracata con travi d’acciaio, per evitare che vada in frantumi una volta per tutte. Un passatempo da salotto insomma questa tecnologia da un milione di euro e rotti. Che la Clax Italia si dice stupita. Che non è la prima opera ad aver realizzato. I monumenti installati a Bagdad nel novanta e i Mercati di Traiano a Roma non hanno dato alcun problema a detta della Clax, che ha impegnato per più di sedici mesi tecnici, ingegneri, chimici e maestranze nella produzione della Huge Wine Glass e che ora è decisa a rimediare al grave danno. Il tutto ovviamente in onore de lu bisenèss’ travestito da tecnologia, travestita a sua volta da arte contemporanea. Giusto perché siamo a carnevale e ci sta pur bene.
Ma allora a voler togliere tutte queste maschere c’è di fondo una cosa da dire. Al di là di tutti i nauseabondi maneggi politici. Al di là dei giri di soldi di cui si è sentito parlare fin troppo, che ci si è fatta persino l’abitudine. Cosa ha portato in fondo tutta questa tecnologia? Un milione di euro e rotti in frantumi.
E non è l’unico caso di nuovi materiali che non funzionano. Basta guardarsi intorno. Nelle nostre città. Nelle nostre case. Per capire che c’è qualcosa che non va. Il controllo. Ecco cosa. Non c’è più controllo. Non ci sono più legami tra il progettista, le imprese e le aziende che producono nuovi materiali. Il processo di edificazione è diventato troppo complesso e col passare del tempo le cose non migliorano di certo. Il parco imprese si è diversificato troppo, con buona pace del tradizionale rapporto progettista – artigiano – utente. Il risultato? Opere d’arte in plexiglas frantumato. Edifici appena trentenni con muri scrostati fino ai ferri. Gran parte di ciò che è stato edificato negli ultimi quarant’anni ha un aspetto più vecchio degli edifici cinquecenteschi. Troppi i fattori in gioco: materiali che non hanno lo stesso tempo d’invecchiamento, elementi posti in opera in modo errato, mancanza di manutenzione, materiali a basso costo e di bassa qualità e chi più ne ha più ne metta. Il progettista insomma si trova spaesato in mezzo a tutto questo marasma complicato di costi, politiche, bandi di concorso, leggi, imprese di costruzione, capitolati d’appalto, ecc… e la tecnologia non aiuta a volte a migliorare le cose.
Spesso capita infatti che nell’utilizzare un determinato materiale per costruire un edificio o una semplice scultura (come nel caso di Toyo Ito) l’architetto non sa bene come questo reagirà nel tempo. Mancanza di competenza o di una giusta sperimentazione possono esserne le cause. Fatto sta che sono a volte le stesse ditte produttrici a non dare nozioni complete sugli elementi costruttivi prodotti. Le aziende tendono ovviamente a vendere la loro merce ad ogni costo. Inoltre c’è da dire che non ancora esistono purtroppo delle certificazioni adeguate per molti materiali utilizzati in edilizia. Non esiste una sfera di cristallo che ti dica di lì a cinquant’anni cosa avverrà di quel materiale, come reagirà legandolo con altri e se riuscirà a resistere in ogni luogo e in ogni condizione metereologica (freddo intenso, pioggia, neve, vento, ecc). E poi ci sono le maestranze, che spesso non hanno le competenze e devono essere coordinate da una sola persona. Allora può succedere che manufatti ben progettati vengano costruiti in modo errato, con buona pace dell’impegno dei migliori architetti sul mercato. E allora che succede? Succede che di frittate di cemento se ne vedono in ogni dove. E Pescara, città nuova, se ne riempie lo stomaco. Adesso le accompagna anche con un buon bicchier di vino spaccato. E mi sembra che un tale brindisi in fondo in fondo non ci stoni.

Jessica Lagatta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...