Razza ragiona

Prima bisogna imparare a fare il morto: basta stendersi con la
schiena sull’acqua così come ti stendi sull’erba, senza paura, e
allargare le braccia e le gambe. Se non hai paura, poi l’acqua
ti sostiene come ora ti sostiene la terra
Goliarda Sapienza, L’arte della gioia

Non so fare il morto a galla. Non solo in senso metaforico, cioè che non so affidarmi agli altri, a nessun altro, fosse esso uomo o terra o mare. Proprio nel senso fisico: mi agito, mi muovo e l’acqua non mi tiene più. Inizio a pensare, a ragionare. Non mi affido, al mare. Non mi affiderei nemmeno all’aria ma un po’ ci sono costretto. Quindi mi devo affidare alla portanza, all’aviolinea del caso; al pilota e magari anche alle hostess. Io non mi affiderei a nessuno, non più.
Mi chiedo se invece so ragionare. Non ne sono sicuro e a volte ho bisogno di conferme. Conferme e ri-conferme. Avevo visto “Il Divo” di Sorrentino alcuni mesi fa. Mi è capitato di rivederlo in terra straniera, in lingua italiana ma sottotitolato in castigliano. Fa lo stesso. E’ stata una gradita ri-conferma.
Quello che mi aveva colpito, alla prima visione, era un senso di fastidio in alcuni passaggi. Per esempio, il fastidio di una scena che – ai tempi storici effettivi, inizio anni ’90 – mi aveva invece provocato rabbia e dolore. Insieme. Ossia la scena dei funerali di Palermo, con la supplica della moglie di un uomo della scorta massacrata, insieme a Falcone, nella cosiddetta strage di Capaci. Quella supplica, rivolta ai presunti altri da sé – i mafiosi – di pentirsi e di cambiare… “Ma tanto quelli non cambiano” sfugge alla donna, chissà quanto consapevolmente. Che in fondo non ci crede alla bufala del perdono ma non ha la forza per mandare tutti affanculo: il prete, i politici, la mafia. Mi sono chiesto: perché, la prima volta, ho provato quel fastidio? Rivedendo la pellicola, ho associato la stessa sensazione a tutte le scene di massa. Niente di paragonabile a un funerale di stato, per carità! Più massificante di quello… C’è il dio, c’è lo stato, dietro c’è il denaro… Ci sono tutti i principali mezzi di affidamento per controllare le persone! Ma la stessa sensazione l’ho provata per i piccoli mafiosi al processo; oppure per gli invitati alla festa di Pomicino che danzano sfrenatamente; o per la fila di elettori storici di Andreotti che ne ricevono l’elemosina; o per i giornalisti che fanno domande a caccia di scoop. Tutte persone piccole, con piccole necessità. Che fastidio, queste persone piccole! Meglio una persona forte! Ovvia, quella sensazione: questo film è il film su una persona singola, che quindi per definizione si staglia. Così emerge innegabile l’esistenza di due livelli: la persona e la massa.
C’è da dire che Andreotti viene dipinto come, in fondo, un uomo solo. E questo è un indizio. Ma la sua è una solitudine diversa da quella di altri, ad esempio di Moro. In fondo è solitudine ma una sorta di solitudine vincente, anche se viene descritta la fase discendente della sua vita politica. Solo perché cattivo? Non è utile ricadere in una falsa contrapposizione (buoni e cattivi) che pure sostanzia uno dei passaggi più lucidi del film: il monologo di Servillo che fa sostenere al divo Giulio come perpetuare il male sia necessario per assicurare il bene… agli altri, al paese… davanti alla comunità internazionale, magari! In nome della credibilità del paese, perché non calpestare la vita di innumerevoli persone? Cancellarle? Tra l’altro, nemmeno tutte queste hanno avuto la fortuna della notorietà di un Falcone, di un Pecorelli, di un Moro o un Dalla Chiesa. O magari di un Peppino Impastato che si sarebbe potuto collegare via Moro (uccisi quasi in contemporanea) o via Badalamenti (direttamente inserito nel processo di Palermo).
Innanzitutto non conviene cadere nella falsa distinzione fra bene e male: robetta da prima comunione. Dopotutto, a detta dello stesso Andreotti, non esistono angeli e demoni: siamo tutti medi peccatori! Finiremmo infatti col senso comune dell’erba cattiva non muore mai e che sono i migliori quelli che se ne vanno per primi.Dobbiamo guardarci dentro, per scorgere cosa rimane di quei comportamenti oggettivi che trascendono le volontà individuali e restano nella Storia. Shakespeare ci ha insegnato che il male che gli uomini fanno vive dopo di loro; il bene è spesso seppellito insieme alle loro ossa. Lo fa dire a un tale Antonio, al funerale di un tale Giulio.
La storiografia spicciola del XXI secolo, ancor più di quella dei tempi antichi, ci sta abituando a personalizzare tutto. In questa personalizzazione, sta lo stesso affidamento che le masse ripongono in persone che sono né più né meno di loro, in quanto di esse il minimo costituente. Questo affidamento spesso non si vede ma caratterizza la vita quotidiana, privata e lavorativa, di quasi tutti noi. Almeno nella misura in cui ci abituiamo a non ragionare, cioè a non usare gli elementi oggettivi che ci stanno di fronte per analizzarli e trarne il loro collegamento con il tutto che stiamo vivendo. Indipendentemente da giudizi morali di cui facciamo volentieri a meno, “Il Divo” ci insegna che per cadere sempre in piedi, e magari arrivare a compiere i 90 anni con gli onori della cronaca e un’aura da perseguitato più che da gran malfattore, bisogna sempre e solo concentrarsi sull’utilizzo ottimo degli strumenti di analisi che abbiamo, della capacità di ragionamento che possiamo avere. A dispetto delle parole di Moro, il protagonista di questa storia ci è entrato, nella Storia, perché ha avuto l’occasione di ragionare, potendo far parte di una razza speciale: quella che ragiona. Indipendentemente da come e su cosa.
In una delle scene più limpide – il testa a testa con Eugenio Scalfari che lo accusa superficialmente di tutto, senza avere un maggior controllo sugli avvenimenti come aveva fatto, per esempio, nel suo Razza padrona – l’Andreotti di Sorrentino mostra come si fa, a comandare le persone. Di fronte a una raffica di supposizioni senza prova, cita un solo evento (il lodo Mondadori con l’intermediazione del “suo” Ciarrapico) per azzittire la controparte. Ecco, noi avremmo voluto essere lì e dire altre cose, sfruttare meglio la conoscenza in nostro possesso. Magari essere in tanti, a farlo, senza affidarsi alle omelie di un prete. Vogliamo sempre esserci perché ragioniamo, che è una fatica enorme e costa tempo. Tanto, per giudizi morali e senso comune ci vuole molto poco: se l’erba cattiva non muore mai, dopo i 90 anni se la rischia di più! Auguri!

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