L’ultimo sogno dei Coen

Non è un film per tutti
È un giovedì sera di qualche tempo fa, è passata da poco la mezzanotte.
Sono al cinema con una coppia amica. Sul grande schermo sta andando la scena finale del film Non è un paese per vecchi, capolavoro dei fratelli Coen tratto da un romanzo di Cormac McCarthy (No Country for Old Men), vincitore di ben quattro premi oscar (tra cui miglior film).
Nella scena, lo Sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) sta raccontando alla moglie i due sogni che hanno abitato la sua mente fino al risveglio. «…Ne ho fatti due e in tutt’e due c’era mio padre… che strano… Ho vent’anni di più di quanti ne aveva lui quando è morto, quindi… in un certo senso, è lui il più giovane. Comunque sia, il primo non me lo ricordo tanto bene… ma lo incontravo da qualche parte in città, mi regalava dei soldi… e io li perdevo. Il secondo era… come se fossimo tornati tutt’e due indietro nel tempo. Io ero a cavallo e… attraversavo le montagne di notte, attraversavo un passo in mezzo alle montagne, faceva freddo e a terra c’era la neve, lui… mi superava col suo cavallo e andava avanti, continuava a cavalcare senza dire una parola… lui… era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa. Mi ha sorpassato e io mi sono accorto che teneva una fiaccola, ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi, e il corno, alla luce della fiamma che c’era dentro, era del colore della luna. E nel sogno sapevo che stava… andando avanti… per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo… E che quando ci sarei arrivato, l’avrei trovato lì… Poi mi sono svegliato.» Lo sceriffo non parla più, guarda la moglie, batte le ciglia spezzando la tensione filmica, lo schermo diviene nero e, lenti, iniziano a materializzarsi i titoli di coda.
Intorno a me sento mugugnare… «Ma è finito?» si chiede qualcuno. «Non ho capito…» confessa qualcun altro. In sala si accendono le luci e ritornano alla vita reale volti disconnessi, non troppo convinti del finale a cui hanno appena assistito.
Nessuno applaude.
È logico, è un atteggiamento facile a capirsi, dico tra me e me: vogliamo un finale “hollywoodiano”, che ricomponga i pezzi del puzzle, che indichi una soluzione comprensibile, la più semplice possibile, una soluzione in grado di riconciliarci con il mondo, con la storia che abbiamo appena visto sul grande schermo o nella comodità sicura del nostro soggiorno. Vogliamo metabolizzare il nostro pasto cinematografico senza troppi scossoni… Poi, non posso fare a meno di giudicare il film che ho appena visto. È perfetto. E lo è anche il finale. Perfetto perché irrisolto ed irrisolvibile proprio come la realtà in cui viviamo, la giostra – helter skelter – di cui, stupidamente, vorremmo avere la pretesa del controllo.

La trama
Il “paese per vecchi” in questione, al di là di alcuni personaggi di contorno, è descritto nelle vicende interconnesse del già presentato Sceriffo Tom Bell, di Llewelyn Moss (interpretato dall’ex goonie Josh Brolin) e del killer psicopatico Anton Chigurh (interpretato dallo spagnolo Javier Bardem, meritatissimo premio Oscar come miglior attore non protagonista).
Llewelyn Moss, veterano del Vietnam, saldatore professionista, si aggira nel deserto del Texas per una battuta di caccia. Ad un certo punto, con il suo binocolo scorge in un anfratto desolato alcuni pick-up fermi e dei cadaveri stesi a terra. Llewelyn si avvicina e realizza subito la situazione: un affare di droga andato a male. Su uno dei pick-up trova un ingente carico di eroina. Poco più avanti, sotto un albero, rinviene stecchito uno dei trafficanti ed una valigetta con due milioni di dollari. Si pensa facile: quei soldi possono consentire a Llewelyn e sua moglie di fare il salto di qualità, di cambiare vita. L’uomo, onesto ma non troppo, porta via la valigetta… Ormai l’affare di droga è andato e, ovviamente, si scatena una caccia feroce per recuperare il prezioso bottino ora nelle mani del cacciatore: da un lato ci sono i messicani, che ci hanno rimesso la materia prima, dall’altro ci sono gli americani, che ci hanno rimesso i due milioni di dollari.
È lampante come Llewelyn Moss, l’uomo-operaio con l’hobby della caccia, quello che va in giro per il deserto imbracciando il suo fucile, una volta trovata la gallina dalle uova d’oro, da predatore – da dilettante dell’ars predatoria – si trasformi in preda. Llewelyn prende i soldi, Llewelyn accende il fiammifero attirando su di sé l’attenzione di mezzo mondo.
Per recuperare i due milioni, gli americani ingaggiano Anton Chigurh, killer psicolabile dall’improbabile pettinatura, eccentrico interprete della filosofia della casualità. Chigurh fiuta immediatamente l’affare ed uccide i suoi stessi committenti, mettendosi così per suo conto alla ricerca del denaro (nella borsa raccolta da Llewelyn è nascosta una trasmittente che indica la posizione dei soldi e questo renderà la ricerca adrenalinica, senza alcuna sosta, in costante bilico).
In questa storia il bene è senza dubbio rappresentato dallo Sceriffo del paese. Anche lo Sceriffo Bell, come gli altri ma con l’intento di salvarlo da morte certa, si mette sulle tracce del fuggitivo Llewelyn Moss. C’è una battuta che ci fa capire lo sconforto interiore dello Sceriffo: «Cose dell’altro mondo… penso che quando non si dice più “grazie” e “per favore”, la fine è vicina.» Lo Sceriffo Bell – rughe importanti sul viso, prossimo pensionato – è l’uomo della legge, colui che fatica a riconoscere un mondo che ormai non è più suo, che si confessa incapace di comprendere la scia di sangue lasciata da Chigurh, disorientato, perso al cospetto del meccanismo autodistruttivo che solo i soldi hanno il potere di innescare.

Filosofia della casualità
A mio parere, Non è un paese per vecchi è un contributo artistico notevole: in esso si può cogliere una filosofia spietata, dall’equilibrio instabile – nessuno dei protagonisti, alla fine, vincerà – una filosofia costantemente sul punto di rottura – poiché incarnata da personaggi opposti che operano e si basano su regole differenti – che giunge perfino a negarsi, rendendosi al limite nefasta per il personaggio (Chigurh) che la metteva in pratica in ogni frangente della sua esistenza.
Da un certo punto di vista, il personaggio-Moss rappresenta lo specchio, il muro divisorio che rende indiretto il confronto tra il bene ed il male: è come se il bene ed il male abitino lo stesso paese senza mai incontrarsi (è emblematica la scena in cui lo Sceriffo e l’assassino rimangono separati per un lunghissimo momento da una sottile porta…).
Moss vede subito un’opportunità in quei soldi. Li prende, scappa da un motel all’altro, è inseguito fino in Messico, fa l’impossibile per sopravvivere ma, inevitabilmente, muore. E muore perché è nel mezzo, perché non è né bene né male, perché sa fin dall’inizio che «Sto per fare una cazzata, ma la farò lo stesso.» ritornando sul luogo dove ha trovato i cadaveri.
Il bene, lo sappiamo, si regge su una piramide di valori, si confonde con l’etica, trova simmetria perfetta nelle regole che la società si impone, regole che dovrebbero indicarci la via, garantirci l’illusione del controllo, fino a pretendere il benessere collettivo. Il bene si incarna nello sceriffo, colui che per primo, sul campo, si trova da una vita a difendere valori e principi divenuti all’improvviso fragili, irriconoscibili tutt’intorno al punto da restare sconvolto di fronte al caos entrato prepotente nel suo vecchio mondo.
Si, il caos: Anton Chigurh rappresenta il caos (che è la totale assenza di prevedibilità), il delirio, la fame lugubre di soldi facili che fabbrica morti come fossero scatolette di pelati, il gusto inutile di uccidere casuale. Si, lui uccide le sue vittime in modo casuale, facendo scegliere testa o croce e tirando in aria la moneta, affidando la sorte altrui al caso di cui crede, forse, di essere il custode.
“Caso” è l’anagramma di “caos”… casualità… I sistemi casuali, essendo gravitazionali, consentono una perfetta prevedibilità di tipo statistico; la causalità, intesa come catena di cause ed effetti, è una categoria del pensiero, non un fatto del mondo, il mondo che lo Sceriffo crede sgretolarsi sotto i suoi occhi, quello in cui vorrebbe ancora vivere…
È una filosofia estrema, quella di Chigurh, una filosofia che pone in essere usando uno strumento di morte agghiacciante, una diabolica macchina ad aria compressa usata per uccidere le mucche nei mattatoi – che ci fa pensare gli uomini come bestie. È la sua filosofia, la filosofia del caso, che alla fine si ritorce contro lo stesso Chigurh. È una lezione sapiente, quella della casualità, imprevedibile, secondo il suo stile, ovunque probabile, applicabile nei confronti di chi, quindi anche nei confronti del suo maggior protagonista.
Chigurh non è riuscito a mettere le mani su quel malloppo e, come promesso, ha rintracciato la moglie di Llewelyn Moss e le ha chiesto di scegliere, testa o croce. Tutto secondo copione. Nella scena successiva lo vediamo in auto mentre si accinge ad attraversare un incrocio; Chigurh getta un’occhiata al semaforo: è verde, via libera. Un’altra automobile (non rispettando il rosso del suo semaforo) sopraggiunge e cozza contro quella dell’assassino: un caso? Fatto sta che il killer si ritrova con un osso fuori dal braccio… ed anche lui, ora, è costretto a fuggire…
La valigetta con i due milioni arriva nelle mani del cacciatore. Per caso.
Il caso decide la sorte dello Sceriffo Bell: lo Sceriffo, aspettandosi di trovare l’assassino oltre quella porta – forse immaginando di trovarlo, di avere un confronto finale con lui – la varca, ma non trova nessuno. A terra, c’è una moneta…

Algebra del bisogno, subprime, capitalismo oltre la frontiera

Nel film dei fratelli Coen, i trafficanti messicani, estorcendo una semplice informazione, riusciranno ad impossessarsi del denaro senza alcun danno materiale, a chiudere quindi il loro affare di droga.
Vi siete mai chiesti perché si muovano così tanti soldi nel mercato degli stupefacenti? E per quale motivo, periodicamente, vengano sintetizzate nuove tipologie di droga?
La risposta è spettrale e la dà William S. Burroughs in un suo libro-mito, Naked Lunch, Pasto Nudo. Nell’introduzione del testo, Burroughs scrive: «La roba è il prodotto ideale… la merce ultima. Per venderla non sono necessarie tante chiacchiere. Il cliente è disposto a strisciare in una fogna supplicando di poterla comprare… Il mercante di droga non vende il suo prodotto al consumatore, vende il consumatore al suo prodotto. Non migliora né semplifica la merce. Degrada e semplifica il cliente. Paga la gente che lavora per lui in droga. La droga produce la formula di base del virus del “male”: l’Algebra del Bisogno».
Allontaniamoci per un momento dallo scenario estremo rappresentato nell’opera dei fratelli Coen; mettiamo da parte lo squallido mercato della droga; consideriamo una situazione a noi più vicina, più analizzabile, ma sempre americana… sempre riguardante il “sogno americano”.
La preoccupazione relativa ai mutui subprime risale al 2007; in Italia l’allarme è stato recepito durante l’estate dello stesso anno.
Negli Stati Uniti, nel corso degli ultimi anni, sono stati concessi prestiti a persone che sono risultate poi insolventi. Questi prestiti, una volta concessi, venivano spezzettati per essere in seguito riuniti in nuovi titoli obbligazionari venduti sul mercato. È qualcosa di molto simile al gioco del cerino: si crea un prodotto finanziario senza verificare né la solvibilità del debitore, né la redditività del titolo (anzi, alcune società di rating, professionisti che si occupano di valutare l’affidabilità dei titoli, avevano giudicato i derivati dei mutui subprime con le famose AAA, che corrispondono ad una elevata capacità di ripagare il debito, cioè la miglior valutazione possibile…) e poi lo si mette sul mercato. Lo si compra e lo si vende, lo si compra e lo si vende, si specula… fino a quando non si scopre che molti mutuatari non sono in grado di restituire i soldi ricevuti in prestito.
Allora si corre di corsa ai ripari, ognuno cerca di rientrare dei soldi che ha investito in titoli che all’improvviso assomigliano tanto a carta straccia. Ecco che le società finanziarie che gestivano quei titoli vengono surclassate da domanda di liquidità, una crescente richiesta di soldi da parte dei privati; ecco che quelle società si trovano ad un tratto prive di fondi, incapaci di trattare ulteriori affari, in balia di un non-mercato. Inevitabilmente, nel gioco, qualcuno si brucia: svariate agenzie di credito hanno visto i propri assets polverizzarsi, ridurre il proprio valore a livelli infimi, altre hanno più candidamente dichiarato il fallimento. In altri casi, come quello della Bear Stearns, si è provveduto ad intervenire con l’aiuto della JP Morgan (che ha visto aumentare enormemente il proprio valore sul mercato) e con linee di credito privilegiate concesse dalla Federal Reserve, la banca centrale statunitense.
Se ci pensate bene, è successa più o meno la stessa cosa con la bolla speculativa del Nasdaq risalente a qualche anno fa: si investiva su titoli del nuovo mercato (Internet), si investiva ed il valore dell’azione cresceva, fino a quando non ci si rendeva conto che dietro quel titolo pompato non c’era alcuna produttività reale.
I subprime hanno scosso l’intera economia, anche quella al di fuori degli Stati Uniti. È stato criticato l’atteggiamento predatorio di alcuni mutuanti. Sono stati criticati quegli operatori di Wall Street che hanno investito in titoli subprime. Sono stati criticati coloro i quali si dovevano occupare di verificare la solvibilità dei debitori e la bontà dei titoli.
È stata presa di mira l’assenza di controllo da parte di un’autorità superiore che avrebbe dovuto evitare questa paurosa débâcle economico-finanziaria.
Il controllo. Le regole dettate dalla legge. L’etica. La deontologia finanche finanziaria. La ricerca del bene comune. Il famoso bene comune necessario per la crescita della collettività.
Nel settembre del 2007, l’autorità, nella persona di Ben Bernanke, il capo della Fed, è intervenuta diminuendo il costo del denaro di mezzo punto percentuale (un intervento di politica monetaria piuttosto energico), invertendo quindi una crescita tendenziale che durava da più di quattro anni (in America, i tassi d’interesse avevano iniziato a crescere dal giugno del 2003).
Il miglioramento delle condizioni del credito (al fine di ripristinare le condizioni ordinarie del mercato creditizio – guarire l’insolvenza generalizzata – e di evitare ripercussioni sull’economia reale, su un settore immobiliare in forte calo da molti mesi e sul PIL statunitense) è servito soprattutto agli istituti finanziari che si sono travati in carenza di liquidità, il loro “strumento” di lavoro per eccellenza.
Ma, come per ogni altra cosa, anche qui c’è il rovescio della medaglia.
A questo punto del gioco, con la diminuzione dei tassi, l’inflazione potrebbe giocare un ruolo importante (alcuni analisti si dicono convinti che nel lungo periodo la Federal Reserve dovrà spingere in alto i tassi per contenere la spinta inflazionistica). L’altra considerazione dolorosa che deve esser fatta riguarda il biglietto verde. Diminuire i tassi d’interesse vuol dire svalutare il denaro, il dollaro, che è attualmente surclassato dal nostro euro. La svalutazione del dollaro riguarda tanto il popolo americano quanto quelle banche centrali asiatiche (soprattutto Cina e Giappone) che hanno i caveau inondati di verdoni e di titoli di stato americani.
Il capitalismo, come insegnano alcuni testi di economia, esige la valorizzazione del valore: trasformare una certa quantità di denaro in una quantità più grande. Karl Marx, nel suo Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie, afferma «Il limite del capitale è il capitale stesso.», riferendosi a contraddizioni insite nel sistema produttivo capitalistico. In un processo sempre più ampio di globalizzazione, il nostro limite è forse quello di non considerare il capitale in un’ottica transnazionale, quindi al di là degli illusori confini nazionali. Con un certo lavoro d’immaginazione, ma neanche tanto, potremmo considerare il dollaro statunitense assieme ad un polo altamente tecnologico localizzato in Giappone (Tokyo sarà la prima città WiMAX) e ad un moderno sistema industriale in Cina, che dispone di forza lavoro a basso costo…
È, dunque, grazie all’Algebra del Bisogno che gli uomini si riducono al livello di animali da pascolo? Algebra del bisogno; vendere comunque, ricchezza comunque (di alcuni); animali da pascolo forzoso (tutti gli altri).
E ancora: com’è possibile che nel paese più esportatore di libertà, più anticomunista del globo, si opti per un “aiuto di Stato” (perché di questo si tratta) con il quale salvare la Bear Stearns? «Gli U.S. sono diventati un paese socialista…» ha commentato in merito un docente della Facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza”.
Chi e con quale criterio si decide di salvare una società finanziaria piuttosto che un’altra?
Perché il libero cittadino americano (che farebbe bene a stizzirsi nel vedere i suoi soldi, soldi pubblici, trasformarsi in aiuti statali con cui distorcere il libero mercato e negare quel principio di libertà che regge la società moderna) deve subire l’onta di una grave svalutazione del dollaro, simbolo dell’economia mondiale?
Le indagini dell’FBI hanno colpito più di 400 persone (accusate di frode, complotto e insider trading) tra manager e broker di Wall Street. La retata più imponente è stata quella avvenuta nel giugno del 2008 proprio nella sede della borsa newyorkese; le grandi società coinvolte nell’affaire sarebbero 19. Secondo quanto emerso, in alcune e-mail scambiate tra due manager della Bear Stearns c’era piena coscienza del collasso finanziario a cui si stava andando incontro.
Allo stesso tempo, noi non abbiamo avuto notizie di proteste da parte delle autorità politiche cinesi e giapponesi (europee?) in merito alle “fluttuazioni di valore” determinate dal problema-subprime… Però, discutibile, è giunto l’intervento del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, che ha “criticato” l’euro-sistema per aver mantenuto i tassi d’interesse, secondo il suo (americano) punto di vista, troppo elevati…
Il sogno americano si sdoppia. Doppio è il sogno dello Sceriffo.
Spesso si riduce tutto ad un discorso probabilistico, di variabili casuali discrete (come le chiamano quelli bravi): quanto è probabile, nell’arco di un certo periodo di tempo, incontrare nella realtà personaggi come il killer del film? O personaggi che adottano un atteggiamento predatorio analogo? Il killer, penso di poter dire, è un sottoprodotto psico-sociale di questo tempo, altrove riproducibile e riproducibile in altre forme, classificabile attraverso la categoria junghiana dell’Ombra. In Jung (genio di origine elvetica, fondatore della psicologia analitica), l’archetipo dell’Ombra viene usato per indicare quella parte interiore che l’individuo proietta fuori di sé perché temuta, perché oscura e di cui farebbe volentieri a meno, sulla quale Jung afferma: «… l’incontro con sé stessi è una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito…» Conoscere il nostro lato oscuro (che è comunque nostro), integrarci e completarci attraverso di esso, con esso confrontarci: è questo ciò che Jung ci chiede; lo stesso confronto che lo Sceriffo crede di avere una volta varcata quella soglia probabilistica, la soglia oltre la quale qualcuno, per lui, ha appena scelto testa o croce.

La chiusura del cerchio: semplici sogni compensativi
Possiamo ora ritornare al sogno iniziale, quello raccontato dallo Sceriffo Bell. Lo Sceriffo che sogna e che rimane con un pugno di mosche in mano. Rimane senza soluzione. Provo a dare, se mi è concesso, un’interpretazione semplice del sogno, forse gratuita.
Jung considerava due tipologie di sogni: i compensativi ed i profetici. I sogni profetici riguardano previsioni di eventi futuri; quelli compensativi (come io ipotizzo essere il sogno del film), al contrario, dovrebbero fornire indicazioni precise sul soggetto sognante, ipotesi da verificare sulla base della vita reale del soggetto stesso, al limite una soluzione, anche se, come riteneva Jung, nulla è risolvibile del tutto.
Nel primo sogno, lo Sceriffo si vede regalare dei soldi dal padre. I soldi potrebbero esser visti in questo caso come una sorta di premio che viene dato allo Sceriffo per aver cercato di salvaguardare il suo paese, per esser riuscito a sopravvivere. I soldi vengono persi: lo Sceriffo non riesce a godersi quel premio, si ritrova perplesso e timoroso in merito a quello che ha vissuto, incapace di comprenderlo.
Nel secondo sogno… beh, forse il secondo sogno è ancora più semplice: l’uomo ha bisogno di una guida che illumini il cammino attraverso il buio ed il freddo, ha bisogno di certezze a cui aggrapparsi, magari di ritrovarsi un giorno attorno ad un fuoco con persone amiche che sentano lo stesso bisogno di calore, lo stesso bisogno di esorcizzare demoni che esulano da spiegazioni razionali, nei confronti dei quali si rimane senza parole e dai quali ci si può proteggere solo con il tepore di una coperta.
In conclusione, osservando il film…
Chi sta nel mezzo, chi è tentato, chi aspira a qualcosa di meglio per sé e per la propria famiglia (un cacciatore che trova dei soldi nel deserto? Un investitore in subprime scadenti o in titoli Parmalat?), muore.
Il bene cerca risposte in sogni compensativi e si ritrova incapace di fronteggiare il male giunto nel suo paese; del resto, il bene è sulla via del pensionamento, proprio come lo Sceriffo Bell.
Il male rimane libero, anche se ha un osso che spunta fuori dal braccio. Il male è un’ombra, una parte di noi che vaga nel mondo.
Alla fine, nessuno può applaudire. Tutto il mondo è paese.
Forse è giusto così: nessuno applauda. In fin dei conti, sulla locandina del film dei Coen – ma in pochi sembrano averci fatto caso – c’è scritto There are no clean getaways, non ci sono fughe sicure. Per nessuno.

Un commento

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