Analisi logica del sasso

Bisogna leggere una poesia dell’ultimo libro di Carlo Bordini, Sasso, uscito per Scheiwiller qualche mese fa. La poesia in questione si intitola Vecchio ed è la sesta della prima parte del libro, che a sua volta si chiama Vecchio, e che contiene in tutto nove poesie i cui titoli sono, nell’ordine:
Vecchio
Vecchio
Vecchio
Postilla
Vecchio
Vecchio
.
Le ultime tre poesie non hanno titolo e perciò, per comodità, vengono identificate dal primo verso:
Quando sarò una vecchia statua di polvere
Vivere la vecchiaia
Quando sarò una vecchia statua di polvere
.
La poesia che bisogna leggere, Vecchio, appunto, è composta da sei righe. La prima, la quarta e la sesta iniziano con il vecchio. Tutte, tranne la quinta, hanno a che fare col vecchio del titolo. E tutte, dunque, coniugano i verbi alla terza persona singolare. Il vecchio sa, il vecchio ha orrore, il vecchio è capace. Come si vede si tratta di verbi che non esprimono movimento ma, piuttosto, inclinazioni dello spirito. Dunque il vecchio è Il Vecchio, un vecchio qualunque, oppure tutti, oppure nessuno. Non riusciamo a vederlo davanti a noi semplicemente perché non c’è, è altrove. Non un vecchio in carne ed ossa, un vecchio che agisce, ma il sapere della vecchiaia, le sue paure, le sue inesauribili risorse.
Il vecchio a tutto tondo, dalla cima dei capelli alla punta dei piedi. Il vecchio sa, infatti, che finirà nel gran mare dell’essere. Più che di vero sapere, si tratta di consapevolezza. Auto-consapevolezza. Non c’è scampo. Il vecchio sa di essere vecchio, un sapere ripiegato su se stesso, accasciato. Ed anche tutto quello che ha fatto finirà nel gran mare dell’essere. Quello che ha fatto, non quello che sta facendo o che, forse, potrebbe fare in futuro. L’azione è relegata ad un passato che, sebbene prossimo, ha il sapore dell’antico e dell’irripetibile. Anche perché accostato a quel finirà che, sebbene futuro, marca un limite che precede – se possibile – quello del gran mare dell’essere.
Quello che il vecchio ha fatto finirà. C’è uno spazio vuoto, lo si nota subito. Quello che ha fatto finirà, quindi non è ancora finito, quindi produce ancora effetti. Uno spiraglio di luce destinato a perdersi, anch’esso, nel gran mare dell’essere. È per questo che il vecchio ha orrore della sua condizione, perché la sua condizione è quella della immobilità. Non può agire, non può compiere gesti che abbiano uno scopo preciso, non può neppure agire in modo insensato.
Ecco perché, nel quinto rigo, si ha uno scarto. Oggi ho ucciso una trentina di formiche. Non più il vecchio. Oggi (io) ho ucciso. Un presente reale e ben definito. Oggi. E poi una soggettività che riusciamo a vedere lì davanti a noi perché non è altrove, è lì, oggi. Ho ucciso. Non ho compiuto una semplice azione, ma la più tremenda delle azioni. Ho ucciso. Un gesto estremo, reso ancor più folle dalla debolezza della vittima, dalla sua incapacità di difendersi. Ho ucciso una trentina di formiche. Non so esattamente quante. Una trentina. Rivolgo la mia ferocia contro un numero imprecisato di formiche. In un giorno preciso, oggi, ho ucciso con incredibile determinazione, ma con dinamica imprecisata, un numero approssimativo di formiche. Calpestate? Affogate? Incendiate? Sezionate?
Formiche. Le più indifese, le vittime più esposte. Come il vecchio. Ma con una differenza. Il vecchio è capace di provare piacere. Anche per la morte assurda di un insetto insulso. Spedito anche lui, nel gran mare dell’essere.
Bisogna leggere questa poesia di Carlo Bordini per capire da che parte il vecchio deciderà di lanciare il sasso.

Il vecchio sa che finirà nel gran mare dell’essere
tutto quello che ha fatto finirà
nel gran mare dell’essere

il vecchio ha orrore della sua condizione

oggi ho ucciso una trentina di formiche

il vecchio è capace di provare piacere

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