Cittadini e cavalli

"tu puoi essere marchesista, anarchico,
situazionista… mao… limpiao
tu puoi leggere il libretto rosso…
ma tu puoi fare tutto quello che vuoi
tu non sei un cavallo
tu sei un cittadino democratico, e io ti devo rispettare"
[da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di E. Petri, 1970]

Chiedo scusa ai cinefili se la citazione del capolavoro di Elio Petri risulterà un bel po’ forzata a chi avrà la pazienza di seguire il mio ragionamento. La forza di quel film sta probabilmente nel mettere a nudo l’ipocrisia di un sistema di potere che, in quanto tale, è implicitamente violento ancor prima che ottuso e corrotto.
L’uomo piegato in due dalla violenza poliziesca si sente chiamato cittadino, ma è una finzione umiliante a metà tra lo sfottò e l’ipocrisia suprema del delirio. Delirio di onnipotenza del potere.
Era il potere che spaventava ed attraeva, in quegli anni. Il Potere dello Stato, il potere economico e politico di un sistema che oggi sembra meno omogeneo, meno monolitico e forse fa meno paura. Più schifo e meno paura. Resta qualcosa di estraneo.
Allora si facevano manifestazioni di piazza che amavano definirsi politiche, mentre oggi le manifestazioni di piazza si chiamano, di preferenza, “civili”. L’aggettivo civile in italiano ha sfumature diverse, significa non-militare o non-ecclesiastico oppure ben educato o, detto di un Paese, progredito, sviluppato, democratico. Il significato principale, tuttavia resta quello legato alla radice etimologica, cives, cittadino. Una “manifestazione civile”, la “società civile”, implicherebbero in teoria il richiamo alla cittadinanza. In teoria lessicale, perché poi nella pratica una manifestazione si dice civile se non è finalizzata alla devastazione ed al saccheggio. In teoria lessicale perché molto spesso quella manifestazione civile non si inquadra all’interno dell’ordinamento della polis, non cerca il suo interlocutore nelle istituzioni democratiche, ma semmai, nella persona fisica che, pro tempore, riveste una determinata carica. Le manifestazioni civili contro i rifiuti (che, nel merito, hanno molte ragioni) parlano di promesse non mantenute dai “politici”, chiedono all’autorità superiore o suprema un aiuto, una speranza, un conforto. Anche la società civile, per come la si intende da queste parti, si chiama così per dire che non ha niente a che vedere con “i politici”, che non è politicizzata, che non chiederà voti. Allora ecco che “politica” che viene da “polis” è contrapposta a “civile” che viene da “civitas”. Due città diverse, due mondi separati, in cui uno chiede e l’altro dà in cambio. Tranquillità, ordine e pulizia si chiedono e danno in cambio di potere e privilegio, sotto l’egida rassicurante della falsa coscienza, del far finta di crederci ma sapendo che tanto sotto c’è ben altro…
A questo punto il paziente lettore chiederà “sì, ma che c’entra il cavallo?”. Il cavallo non è un cittadino. Anche il cavallo mangia, dorme, cammina nella polis, ma non è un cittadino. Potrebbe anche andare alle manifestazioni (ce li hanno anche portati ad una manifestazioni contro i rifiuti), ma non è un cittadino. Il cittadino, infatti, non è tale perché mangia e dorme e chiede da mangiare e da dormire e consuma pasti e sogni nella polis. La polis non è un recinto ma un luogo giuridico e politico. Non è fatta di strade e piazze, è fatta di regole, di comportamenti e anche di idee, di parole, di discorsi. E’ proprio del cavallo attendere la biada dallo stalliere, o, se è libero, brucarla da sé, mentre è proprio del cittadino pretendere il rispetto delle regole e, se è libero, rispettarle. “non sei un cavallo, sei un cittadino democratico e io ti devo rispettare”, dice il poliziotto al contestatore. Il poliziotto non è libero di massacrare il giovane, in uno stato democratico, ma lo massacra lo stesso, così svelando l’illusione dello stato democratico, e per di più, ridendo del paradosso. Il ragazzo tace, prende le botte perché, da buon rivoluzionario, sa che la democrazia borghese è falsa democrazia, ingannevole ombra, e non si sogna di invocarne le (false) garanzie. Egli combatte quella democrazia che dovrebbe salvarlo, mentre il poliziotto lo picchia in difesa di quella democrazia che egli stesso calpesta.
Forse è venuto il momento di fare un salto di maturazione, che ci faccia superare la generazione che ci ha preceduto. Forse è venuto il momento di smettere di fare manifestazioni contro il potere e cercare invece di “starci dentro” al potere, di essere cittadini e non più cavalli-sudditi di un potere estraneo, sventurati abitanti di un paese colonizzato. Forse è venuto il momento di prendere sul serio quella libertà democratico borghese che si è tante volte rifiutata in nome dell’appartenenza di classe, dell’appartenenza etnica, dell’appartenenza religiosa e di chissà quale altra appartenenza.
Ciò non significa dimenticare che si è uomini o donne, borghesi o proletari, bianchi o neri, ebrei, cristiani o atei. Significa essere tutte queste cose e anche cittadini. Non significa sventolare tutti la bandiera italiana e cantare l’inno nazionale, ma cominciare a prendersi delle responsabilità o, per lo meno, a lasciare da parte gli alibi. Gli alibi che consentivano al poliziotto di pestare il cittadino democratico, perché tanto la democrazia è una finta, e al cittadino di sentirsi legittimato a fare la vittima-cavallo, perché tanto la democrazia è una finta. Alibi alla nostra paura di smettere di vivere nell’attesa che si compia la beata speranza e di chiamarci finalmente colpevoli del nostro stato di cose presenti.

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