Se il viaggio è una retta, io non mi sono mai mossa.
Se viaggiare equivale a spostarsi da un punto, pesante e netto, ad un altro punto tondo e spesso, io sono rimasta per anni in biglietteria.
Se viaggiare significa partire ed arrivare, non ho ancora fatto una valigia.
La mia la tengo sotto il letto. Vuota. Sperando che qualcuno mi insegni le regole di un altro viaggiare, un altro concetto di sposarsi e spostare le cose, un’altra traiettoria diversa dallo scorrere lineare.
Mi accorgo che, parlando, parlo spesso di girare o scivolare linearmente.
Tondo o diritto è il movimento che conosco. Disegno linee o cerchi sui fogli della mia mente, li tratteggio un giorno, li scavo col carboncino un altro, li cancello subito dopo averne ammirato la perfezione con una gomma pane inesistente prodotta dai difetti della memoria.
Memoria.
È la memoria che occupa lo spazio tra una cosa e l’altra. Tra un punto e l’altro, tra un andare ed un arrivare. È la memoria che scava e riempie e scava e riempie nuovamente il fossato del segmento di una retta che chiamiamo viaggio. Perché se due punti bastano a disegnare una retta, due punti non bastano a definire il viaggio. Il viaggio è quel pezzo d’infinito che esiste tra un finito e l’altro.
Disegnate una retta. Usate due punti, distanti. Poi tracciate la retta. Essa non ha inizio né fine, ma il pezzo di linearità contenuta tra i due punti, quello si che è un pezzo definito d’infinito.
Questo è il viaggio che conosco.
Un pezzo di retta di cui riusciamo ad isolare la natura. Di cui isoliamo un fittizio inizio ed una fittizia fine, fittizi perché altro non sono che punti sui quali si allunga e si stende la retta infinita dell’andare. Due punti che le permettono di stiracchiarsi, svegliarsi, tracciare.
Tra un punto e l’altro si piazza la memoria. Essa stende e ripiega e ristende e ripiega e ristende strati di spostamenti, di incontri, di parole e tragitti avvenuti, isolati, tra un punto e l’altro. E forgia i movimenti futuri, li preVede.
L’ andare da un qui ad un dove non mi interessa. A me piace il passare, lo scorrere “tra” i due punti. Lo spazio riempito dalla memoria di spostamenti precedenti e di possibili movimenti futuri. Lo spazio tra le cose.
Lo spazio tra.
Lo spazio tra due punti qualsiasi accovacciati sulla retta del viaggio coincide spesso con quello tra due città.
La città è un punto se la si guarda da lontano, dal bordo del piano che occupa, dall’esterno. Dal di fuori delle cose. La città è un groviglio di punti e rette se la si guarda dall’interno dello spostarsi, dell’andare. E la testa gira quando si guardano le cose dal di dentro.
Essa contiene tanti viaggiare quante sono le possibilità di spostamento che concede, la città. Ed allora il viaggiare non esiste unicamente tra due punti/città, ma anche all’interno di ognuno di essi. Nella città, le geometrie si annullano. Lo spostarsi non è più rettilineo. Bisogna aver il coraggio di perdersi. Di aver paura.
A volte non servono due punti a disegnare un “andare” ma esso può anche esser concentrico, può coincidere con un circolare lento e continuo su se stessi. Per un punto passano infinite rette. Ma due punti danno una direzione. Su di un punto le rette possono anche esser infinite. Ma girano solo su loro stesse.
L’urbanista capisce tutto questo ed anche di più. È padrone dei due “andare” lui, del muoversi rettilineo e del girare continuo sul proprio asse d’equilibrio. Disegna pezzi di andare ed arrivare guardando la retta del viaggiare contemporaneamente dall’interno e dall’esterno. E riempie o svuota lo spazio tra le cose, la gente, le idee, gli spostamenti.
L’urbanista ha aggiunto polmoni di piante tra un palazzo e l’altro di Roma. Ha disegnato arterie perfette tra un arrêt e l’altro del metro parisien. Ha ingoiato lo spazio tra un grattacielo e l’altro a New York. Lì l’unico spazio che resta è quello tra la terra ed il cielo: lo sguardo svetta verticale alla ricerca di respiro. Non si illude di trovarlo tra le spine delle cose cittadine. L’urbanista newyorkese la città e la gente li ha stretti in una lingua di terra aggrappata ad isole e cose con le unghie di ponti lunghissimi, affilatissimi.
L’urbanista del mondo si è dimenticato di riempire lo spazio tra le cose d’Africa. Lì puoi correre alla ricerca del punto che chiude il segmento di viaggio. Per ore.
L’urbanista di casa mia ha avuto una grande fortuna. Quando esiste il mare e questo bacia la terra, egli non deve preoccuparsi di riempire lo spazio tra le persone e le cose. Non deve preoccuparsi di attivare l’immobile. È il vento che ci pensa al suo posto. E tutto pare bello anche quand’è brutto. E tutto diventa bello, anche se prima era brutto.
Tra casa mia ed una città esiste il viaggio. Lo spazio tra di loro è lui che lo riempie. Ed io mi illudo di tornare. Mi illudo di tornare anche quando scrivo e racconto e dico che tra un partire ed un arrivare non esiste solo il mare.
