Barbaro urbanesimo bolscevico

Caffarra è un cardinale. È anche un arcivescovo. Se vogliamo essere precisi è l’arcivescovo di Bologna. Nel novembre del 2006 il cardinale Caffarra, che è anche arcivescovo di Bologna, durante la messa per i quattro santi patroni delle arti murarie, parla del capoluogo emiliano come di una città deturpata e sfregiata che in alcune sue parti ha perso bellezza e dignità estetica. Per questo rivolge un accorato appello a chi è impegnato nell’arte muraria a essere custode e difensore dell’intima bellezza.
Ovviamente c’è chi ha criticato le sue parole perché in disaccordo con questa visione, c’è chi lo ha applaudito perché in accordo con questa visione, c’è chi ha detto che il cardinale deve fare l’arcivescovo e non l’urbanista, c’è chi ha detto che il cardinale deve fare il cardinale e cos’è questa confusione di ruoli, c’è pure chi ha detto che per salvare Bologna c’è bisogno di un miracolo perciò ben venga il cardinale.
Poi c’è Pierluigi Cervellati che, a proposito delle parole di Caffarra, dice: gli inserimenti architettonici di Bologna sono analoghi a quelli di altre città e la crescita dei quartieri economici è addirittura migliore. Ma sta venendo meno il senso civico. Bologna ha cercato di salvaguardare il centro storico e la zona collinare e sviluppato i quartieri popolari. Non ha una bellezza esibita e turistica e sta diventando una città dispersa, una non città, poco vissuta e con perdita di senso di appartenenza. Gli studenti la subiscono e le strade sono utilizzate come orinatoi. C’è un abbrutimento che va al di là dell’architettura. E conclude: bisognerebbe tornare alla pianificazione.
Cosa intende dire?
Cominciamo dalla pianificazione. Nel ’62 l’allora governo di centro destra sforna la Legge 167: ai comuni viene chiesto di elaborare un piano decennale di edilizia economica e popolare. A tale fine vengono messi a disposizione dei governi municipali gli strumenti per l’esproprio dei terreni utilizzabili.
Figurarsi, la giunta comunista di Bologna non chiede di meglio. La giunta comunista di Bologna se ci sono le leggi le applica, se ci sono gli strumenti finisce che li utilizza. La giunta comunista di Bologna nel ’63 ha già pronto il suo bel piano. Sono previste due fasi di applicazione. Ebbene nel ’71 la prima fase è già conclusa. Ironia della sorte, quello stesso anno viene approvata la Legge 865: il terreno espropriato per alloggi sociali non dovrà essere risarcito a prezzo di mercato ma ad un prezzo minimo calcolato sul valore della rendita del terreno agricolo.
Figurarsi, il governo filosovietico di Bologna non aspetta altro. In quattro e quattr’otto appronta la seconda fase del PEEP. Ed è qui che entra in gioco Cervellati. L’architetto s’inventa il “PEEP centro storico”.
L’idea è semplice: conservare il centro storico garantendo alle categorie più deboli migliaia di alloggi – a prezzo modico – nel centro della città. In parole povere: conservazione delle case nella forma originaria, con gli abitanti originari, ai prezzi originari. In che modo realizzare il miracolo (senza far ricorso a vescovi o cardinali)? Si individuano cinque zone della città vecchia per l’edilizia popolare. I proprietari degli immobili vengono costretti ad accettare i piani di rinnovamento in cambio di un appoggio finanziario comunale (appoggio anche semplicemente indiretto, ad esempio convincendo le banche alla concessione di mutui a tassi agevolati).
Se uno ci pensa non ci può credere. E non è tutto. Perché nonostante il PEEP nel 1975 Cervellati è ancora convinto che le autorità locali nel settore urbanistico non abbiano ottenuto alcun successo. Dove esiste la proprietà privata del suolo non si può fare un’urbanistica socialista.
Vero.
I saggi molto più alti della rendita fondiaria rispetto ai profitti delle costruzioni rendono l’industria edilizia eternamente subordinata alla speculazione fondiaria.
Vero.
Siamo negli anni ’70, non dimentichiamolo.
Ma è anche vero che un uso democratico del suolo è possibile anche se la proprietà è privata. Alla giunta rossa di Bologna è bastato approvare un regolamento che subordina la costruzione di nuovi fabbricati al parere dell’ufficio tecnico del comune ed anche, udite udite, al parere vincolante del quartiere. C’era una volta Engels ed il suo saggio “La questione delle abitazioni”.
Ed ecco cosa accade nel fatidico ’75. La FIAT-trattori (è destino che io debba parlare della FIAT) vuole spostare il suo stabilimento da Bologna, quartiere Saffi, alla provincia di Modena. Inoltra richiesta conforme per l’abbattimento dello stabilimento e la costruzione di un palazzo d’appartamenti. La richiesta viene esaminata ed il quartiere dice NO. Come come? NO. Scusi? NO.
Il consiglio del quartiere rispedisce la richiesta al mittente con questa motivazione: la FIAT deve negoziare con i sindacati lo spostamento dell’azienda (che, per inciso, avrebbe determinato il licenziamento di 62 operai). Prima il negoziato e poi la decisione sull’edificabilità del terreno. Dunque NO.
Sembra fantascienza invece è soltanto il 1975. Mentre oggi a difendere la città chi è rimasto? Non è un problema di persone, di architetti e cardinali. Sarà anche vero, come dice Cervellati, che oggi c’è un abbrutimento che va al di là dell’architettura, sarà anche vero che bisognerebbe tornare alla pianificazione, ma il ’75 è passato e quindi anche la pianificazione territoriale non basta se manca una volontà politica orientata – per dirla con le parole di Colombari, assessore socialista e collega di Cervellati – verso la progressiva socializzazione del potere.
Fintanto che l’industria edile offrirà alle abitazioni più care un campo speculativo più redditizio ci sarà sempre qualcuno che piscerà per strada. È un problema etico-politico e non di costume. Anche Engels, ogni tanto, pisciava contro il muro. Ogni dieci anni.

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