Ad esempio a me piace il sud

Si capisce che l’argomento trattato può essere affrontato qui soltanto in una forma ancora generica, per cui partiamo dalla cosa più generica che ci sia, il presidente della nostra Repubblica. Napolitano ha dichiarato, in risposta a un senatore della maggioranza, che nei confronti dell’immigrazione la soluzione sta proprio nell’Europa Unita. Bisognerebbe capire bene in che modo, altrimenti non si capisce neanche di che tipo di problema si tratti.
Il fatto che deve essere evidente è la conformazione geografica dell’Europa innanzitutto, e poi la sua cosiddetta identità cristiana.
Il nostro continente è simile a una mano, con le sue numerose penisole come dita e i suoi golfi, è una terra di mare e terra, non siamo né l’America né l’Asia, anche se è con loro che ci confrontiamo. Questo nessuno può negarlo.
Eppure tutti negano la sua vocazione di terra collegata dal mare, di terra difficile e da interpretare con cautela. Le regioni del sud dell’Europa hanno bisogno di trasformare merci provenienti da fuori? Ecco che si provvede a tracciare (giammai pianificare) la retta che unisce Ungheria e Spagna, con la pretesa che le città attraversate ne trarranno vantaggio. Certo Milano si arricchirà, ma Milano è forse povera? Non dovrebbe passare per Napoli o Catania la nostra alta velocità? No, per Catania faremo un Dio di ponte…
E’ come la moglie gelosa che non trova capelli sulla giacca del marito e lo accusa di tradirla con una donna calva: se la nostra ossessione non ha una risposta ci inventiamo una verità fatta per altri luoghi e altre vite. E ci si crede così tanto che ogni autorità vi ricorre come alla panacea. Io sto cercando di parlare di meridionalismo. Il problema dell’immigrazione è un problema di povertà, e non si risolve accentrando ancora di più la ricchezza nel cuore dell’Europa o ingrandendo pateticamente la periferia per allontanarla da noi. Annettiamo Ungheria e Romania perchè quel mostro orrendo che è il confine si allontani il più possibile da noi, via dove c’è ancora ignoranza e intolleranza, e violenza, qui da noi solo benessere e frivolezza!
Ma se la Germania dell’est o l’Austria traggono giovamento da tali manovre lo stesso non si può dire per le regioni peninsulari, le periferie d’Europa. Tutta l’Italia del sud, la penisola iberica al di sotto di Barcellona, la Grecia, l’Irlanda. Figuriamoci che sarebbe la Turchia.
Infatti il “cuore” d’Europa, da studi che vanno dall’economia alle statistiche sulla densità di servizi alla persona e all’impresa, risulta assumere una forma allungata e curva per cui viene anche chiamato “banana blu”. Questa si svolge lungo una linea che congiunge Londra e Parigi, le città più importanti, per poi scendere nella valle del Reno attraverso il Lussemburgo fino a Milano. Certo, la pianura padana e le altre attraversate da questa fascia sono nel pieno del traffico di ogni bene, compresa la cultura, ma tutte le altre ne sono pressoché escluse, le penisole, le periferie, anche le più antiche come Italia e Spagna. Certo, non sono paesi poveri, e infatti esiste già una classificazione che parla di Europa meridionale per nord Italia, Provenza, Catalogna, e anche Baviera, una specie di “nuovo cuore”. Ma è poco.
La cultura Europea è già abbastanza forte, non si dovrebbe invece rafforzare una identità Mediterranea? Una identità che davvero esiste al di sopra delle religioni, delle mode e della politica. Una mentalità ambientalista non può negare quello che nega l’idea americana di città multirazziale, e cioè la capacità di conservare intatta l’identità di un gruppo umano. Noi non creiamo quartieri etnici, perchè lì la comunità è rilegata, noi non le tracciamo intorno dei confini cosicché la si possa identificare e tenere fuori. Noi dobbiamo, e sottolineo il dovere, comunicare davvero con i nostri rivali, cioè con quelli che stanno sull’altra riva, noi siamo il prodotto di una storia fatta di questo, una storia gloriosa, perchè se i Greci hanno sbaragliato un impero gigantesco come quello Persiano è stato perchè erano cittadini che difendevano la propria città e non servi mandati alla guerra dallo Scià. I Greci erano abituati ad avere scambi con i nemici, fondavano città e commerciavano, attraversavano il mare. I Persiani conoscevano solo la terra, e sulla terra I confini li devi tracciare dal cavallo a suon di mazzate in testa.
E’ sorprendente scoprire che a tutt’oggi gli iraniani immigrati qui in Italia abbiano nei loro modi di ragionare scarsissima considerazione per la tolleranza. Forse non impiccano nessuno, ma idealmente l’incomprensibile diversità è già appesa a tirare calci al vento.
Rafforzare I confini fisici significa creare dei confini anche dentro le persone che quei confini devono subirli, e anche se questi sfortunati passeranno il confine fisico e saranno qui, in Europa, dentro ognuno di loro ci sarà ancora un muro che li tiene lì, diversi dagli altri. Un po’ quello che caratterizza gli zingari, i rom che attraversano le nazioni come fanno dal cielo le cicogne che emigrano.

Mi rendo conto che qui più che di meridionalismo posso finire per parlare di ideologia, poiché non è immaginabile oggi un qualunque trattato che possa unire ciò che in sé ha anche la natura di divisione, non si può cancellare il mare con trattato, soprattutto se i paesi che vi si affacciano hanno una politica estera totalmente diversa, soprattutto se le sue sponde sono teatro di infiniti conflitti. Da una parte Italia, Spagna e sud della Francia, da una Marocco, Algeria e Tunisia, la Libia di Gheddaffi, la Siria, la Turchia, Israele, l’importantissima Croazia. Perchè la Serbia non fa parte dell’Europa? E la misera Albania? Perchè l’alta velocità non passa per l’adriatico invece che per regioni già ricche? Non “asfaltando” l’Adriatico e tirando un ponte, ma cavalcando il “pontos” che c’è già (in greco pontos è il mare).

Perché attendere di essere salvati e non salvarsi da soli? Perché copiare un modello che è estraneo a noi, quando la nostra non è una cultura europea cristiana carolingia ma molto più antica e radicata? Perchè negare noi stessi in nome di un progresso incompatibile con la bellezza delle nostre terre, con il loro genius loci, con l’interesse economico addirittura, un progresso di cui tutti poi si lamentano? (Mi riferisco inoltre alla ricca ed europea Barcellona).
Noi corriamo dietro alla freccia dello sviluppo ignorando che questa invenzione del presidente Truman, lì in direzione del triangolo Boston-New York-Philadelphia, ha portato con sé sacche di povertà in ampissime regioni degli Stati Uniti. Silone faceva dire a un suo personaggio emblematico e pessimista: “Il nostro avvenire è il passato di altre contrade”.
Del resto non mi dilungherò citando i più svariati intellettuali e artisti che hanno coltivato questa idea, da Pasolini a Camus, da Matvejevic a Costantino Kavafis… Tutto a suo tempo. La cultura dell’abitare è argomento che sta anche alla base di filosofie solide e attualissime come quella di Heidegger, cui si fa sempre riferimento quando si tratta del tema, come a un grande autore. L’argomento, lo ripeto, è vasto e tentacolare, si parla della vita reale.
L’Italia potrebbe avere un ruolo centrale se invece di essere la porta dell’Africa e dei Balcani verso altri mondi, fosse la Capitale strategica di questo mondo, il nostro.

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