Eluana, ho visto tuo padre

Quando il maggiore pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta la speranza, la disperazione è l’assenza della speranza di poter morire
Soren Kierkegaard

È una regola fondamentale rimediare alle debolezze. Nella storia fu considerato che siamo di debole complessione, che le mani non sono artigli e non disponiamo di organi di attacco. Eppure noi abbiamo qualcosa che è necessario difendere. Esiste un’unica cosa che, con ogni muscolo e tutto l’ingegno, ciascun individuo desidera difendere, conservare, possedere, non cedere a nessuno. La propria vita. L’uomo spera sempre di poter vivere, poiché sa, che una volta estinta la propria vita, il mondo intero per lui sparisce.
L’istinto umano tutto ciò lo riconobbe e, immessovi, mai più avrebbe lasciato il sentiero della tecnica, mediante cui si preservò dai graffi della natura. La vista si acuì, le capacità cognitive furono approfondite. Da che Prometeo agli dei rubò il fuoco, gli uomini vissero sempre alla ricerca di qualcosa da scoprire, di qualcosa da inventare. Armi con cui colpire, il linguaggio e la scrittura per comunicare, la ruota per trasportare oggetti e muoversi celermente, l’orologio per misurare e organizzare il tempo, il cannocchiale, la stampa, mezzi di trasporto più evoluti, farmaci, satelliti. Ma adesso che sono state costruite macchine che tengono in vita le persone dopo la morte cerebrale, una grave modificazione è stata introdotta nel mondo. La nostra epoca ha prodotto uno sconvolgimento all’interno della storia del genere umano; la nostra epoca ha sviluppato il passaggio dalla difesa della vita al suo prolungamento oltre la fine, oltre i processi naturali: oltre l’organico.
A me non interessa niente. Non sono un medico o un giurista e nemmeno un filosofo. Resto senza ideologia e senza deontologia. Sono un cittadino e non devo rivolgermi che a cose reali. Scontrare, impattare, lasciarmi stordire dalle esperienze. Cerco di non cancellare i vissuti, penso che parlare da dotti davanti a un corpo in rovina, come fanno certi uni, sia roba da infami. So invece che l’addome, le braccia, le cosce; so che la freddezza o il calore dei tessuti, una donna o un uomo, sono le parole da scrivere, le tesi da argomentare, le sillabe da pronunciare. Se pensare è degno, con questi termini si costruisce il suo frasario.
Per me è rilevante soltanto il comprendere, che vuol dire abbracciare. Così dovrei anch’io avere l’ardore di capire certe cose, la forza per sentire chi non riesce a parlare. Saper ascoltare una donna, proteggerla, come si fa con le pagine quando si rilegano. Leggere l’intera semantica che il suo corpo fermo è ancora in grado di esprimere. Vorrei comprenderla, parlarne. Io vorrei descrivere una persona: vorrei parlare di Eluana Englaro.
Spesso, quando provo a pensare, immagino che nell’ultimo istante niente, tra cielo e terra, si sottraesse al suo campo visivo. Se fossi stato lì, mi dico, avrei senz’altro visto un’incongrua agilità della pelle dilatarle il viso, e il suo sguardo trasformarsi in due enormi pupille, nere e vitree, dietro il parabrezza. Tali movenze le immagino come il riflesso dello spavento. Ma erano le quattro del mattino, l’alba non era ancora arrivata, la strada era buia. Con maggiori probabilità, tutto accadde in poco. Non vi fu lo spazio necessario affinché il timore si esprimesse in manifestazioni prolungate. Gli attimi si affollarono uno dietro l’altro, così velocemente che Eluana ebbe tempo sufficiente solo a chiudere gli occhi, evitando di guardare quello che le stava capitando. Di lì a un secondo tutto si sarebbe concluso. Il muro era troppo vicino, non le era lecito sperare che lo schianto non avvenisse, né poté evitarlo. Gettò le braccia avanti. Fu l’unico gesto, l’ultimo impotente accorgimento contro quell’insana traiettoria. Poi non partecipò più agli eventi. Rimasero esclusivamente gli oggetti, col loro repertorio di suoni e di lamenti. I pneumatici scorticarono metri d’asfalto, prima che l’autovettura si spalancasse nel grido stentoreo e nel tumulto funesto dei vetri rotti.
Oggi, di Eluana, sono ancora gli oggetti a scrivere la biografia. Il suo corpo viene esplorato da una sonda gastrica, un dispositivo tubolare che si inserisce nelle narici, raggiunge lo stomaco percorrendo la gola e l’esofago. È un dispositivo che serve per alimentare e idratare chi non deglutisce. L’incidente le ha devastato le funzioni anatomiche. Da quando l’ebbe, il 18 gennaio del 1992, il suo organismo deve ricorrere a vari interventi dall’esterno per poter espletare le operazioni vitali, eccetto la respirazione. L’impatto ha inciso, in particolar modo, sulla sfera relazionale, a causa delle lesioni riportate nella regione superiore dell’encefalo. L’attività cosciente si è arrestata, si è come trasferita in un ultraterreno lontano e senza confini con la realtà in atto. Il cervello non riceve stimoli, neanche la lampada puntata a pochi centimetri dalle pupille è in grado di scuoterla. Con tali riduzioni, Eluana trascorre gli anni in stato vegetativo permanente, distesa in un letto come se fosse stata sepolta tra le lenzuola.
Un evento importante, forse cruciale, potrebbe imprimere una direzione diversa a tutta questa storia. La Corte di Cassazione ha disposto l’apertura di un nuovo processo, individuando due criteri per valutare la richiesta della famiglia Englaro di sospendere l’alimentazione artificiale. La rimozione del sondino nasogastrico sarà possibile se verrà dimostrata, oltre alla irreversibilità dello stato vegetativo, la conformità tra la volontà dei familiari e i convincimenti etici espressi nei rapporti intimi dalla paziente. Un fatto simile è un fatto inedito, è un’innovazione nel modo in cui la giurisprudenza affronta casi del genere, resa possibile dalla battaglia legale decennale sostenuta da Beppino, padre di Eluana.
Beppino Englaro è una persona dalla insolita capacità di argomentare in pensieri i sentimenti. Parla con voce flebile e tono delicato in un modo che, ad ascoltarlo, sembra che le frasi dalla gola le tiri fuori con la forza motrice dell’ultimo fiato. È un uomo esile, due occhiaie ispessite ne segnano l’espressione, mentre la faccia viene gradualmente decostruita dall’epidermide piagata. Tenere a mente la struttura fisica delle persone credo aiuti a comprenderle. Osservare, ricercare i segni, serve a scoprire la feritoia naturale da cui seguire la storia e l’evoluzione interna di un uomo. Somiglia un po’ a quando da bambino impari a contare i cerchi sul tronco per ricavare l’età dell’albero: riflettere è anche questo, poiché taluni pensieri sono aculei che marcano l’involucro di pelle con la potenza di un chiodo che si fissi sul legno. Sul corpo non v’è latenza ma solo rivelazione, dato che le vicende biografiche vi rimangono impresse.
Quella di Eluana e Beppino è la storia di un principio concreto. La famiglia Englaro non ha mai sostenuto idee complicate, piuttosto ha sempre tentato di dire una verità drammatica ma in fondo semplice: che la morte è percepita come pericolo, dunque, si spera nella vita; ma quando si trova qualcosa di così pericoloso da far sperare la morte, allora la più grande disperazione è non poter morire.
Che Eluana non possa morire, è una cosa che spaventa, nulla atterrisce come questo fatto. Proprio adesso avverto un timore espanso ma pienamente concreto: io temo il mio Paese, le sue opinioni, le procedure; in più mi spaventa il mio istinto che muta. La facoltà di riconoscere un pericolo e scegliere la soluzione adeguata si complica fin nella sua radice biologica. La fermezza con cui si affermava il principio secondo cui un uomo per istinto difenderebbe la sua vita è divenuta accidentale, condizionale, riconducibile cioè al caso specifico. Smarrita la bussola del rischio, l’avanzare verso il minore tra due concomitanti pericoli per l’esistenza, obbedisce a disposizioni cerebrali e non all’istinto pulsionale.
Ultimamente sogno di essere alla guida. La velocità è eccessiva la strada è ghiacciata l’auto sbanda perdo il controllo. Non posso incidere sulla traiettoria perciò mi restringo da un lato, sul sedile, coi polsi attaccati al volto. Mentre celermente procedo verso il muro, un uragano di pensieri urlanti tuona nella mente.
“Forza! allarga i polsi, non pararti, quel che è fatto è fatto… sporgi la testa avanti, non resterai illeso, non accadrà!”
Poi a ritmo più serrato
“Ti lasceranno a metà… fracassa il cranio, annienta le narici, non tentare, il rischio è enorme!”
Il significato potrebbe essere che la forza con cui vieniamo alla luce va utilizzata per rientrare nel buio, che la morte, come la vita, non è una mezza misura. Ma in fondo, di questa follia, non è chiaro il senso, né prevedo come vada a finire la storia.
Adesso porto tutta la stanchezza sul letto e non parlo che a te, Eluana. Tu sei l’intero paese, la tua immagine è il mondo. Posso rimanere ancora del tempo, voglio dirti qui come funziona. Ascolta: la loro è fierezza stupida, gloriano il posto in cui vivono per il fatto che un uomo, morendo molto lontano, rivendicò la patria. Ma ti dico, Eluana, che gli eroi non esistono, esistono atti estremi. Solo vedendoti – con gli arti tesi e i piedi equini – afferro come stanno veramente le cose. Soltanto guardando te, ho capito come muore un italiano.

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