Credere alla cose

Ogni inizio è come un grido.”
Oswald Spengler

Nella prima pagina di Se questo è un uomo è subito presente la categoria dell’animo di Primo Levi. Le prime righe di Se questo è un uomo già nominano i fantasmi cartesiani. Figure di sogno, inganno sensibile, presenze rarefatte di sostanze di svanimento. Con La tregua, i fantasmi hanno le mani sulla realtà monopolizzano la percezione rimuovono ogni concretezza. Dopo Auschwitz una minaccia incombe. “Al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa attorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa”.
Le pagine di Levi sono indimenticabili e per me è veramente arduo sciogliere i nodi che ad esse mi tengono stretto. Non mi sono mai liberato da queste figure. Non ho mai contestato ai fantasmi il dominio che esercitano sul mio modo di connettere l’interno con l’esterno. Ho sempre pensato che per capire le cose, per un’esigua ma esaustiva conoscenza di ciò che ti circonda, occorresse davvero poco oltre che attenzione. Ritenevo non si dovesse fare altro che seguire tracce d’astratto, e che in fondo l’unica cosa saggia fosse abbracciare – al di là delle singole filosofie – la posizione di quei pensatori che si ponevano dal punto di vista del sospetto, che concepivano la realtà come parvenza, che negavano una presunta essenza ai fenomeni e infine riducevano la totalità del mondo a rappresentazione. Dico aldilà delle singole filosofie poiché non è importante stabilire cosa nascondano i fenomeni, quanto capire che esistono i fantasmi. Stabilire la verità di un inganno è pur sempre affermare una verità sul proprio essere.
Allora ho fatto molta attenzione e con sospetto ho fissato in volto gli individui. Ci voleva pazienza e soprattutto ostinazione per seguire certi passaggi, utilizzare ciascun movimento come altrettante tracce di un crimine, un delitto. Ma poi una smorfia, una strana piega in volto, un gesto particolare del corpo ed ottenevo la rivelazione che cercavo. Tutto ciò di cui avevo bisogno era calma, non dovevo prendere parte alle discussioni, lasciare che gli altri si distraessero e ascoltare a loro insaputa il ritmo interno dei loro corpi e delle loro menti. Quello che cercavo erano gli individui in se stessi, la loro incognita noumenica su cui i rapporti sociali si affastellano come elementi di copertura. Ciò che mi chiedevo era: “Quanti e quali sono le scansioni e i passaggi attraverso cui un uomo traduce se stesso nell’esterno? Che rapporto c’è tra il Sé e la manifestazione del Sé?”. Mi interessava un criterio di decodifica, capire chi erano i buoni traduttori, formulare una critica degli inganni. Il fatto però di non riuscire a trovare un metodo per essere certo dell’autenticità delle manifestazioni, mi gettava nello sconforto. Mi rattristava che le vite degli individui, seppure in accordo con l’idea che non v’è un criterio predefinito per le traduzioni, non ammettono la seconda parte del principio: che il modo migliore di criticare una traduzione sbagliata è compiere una nuova traduzione.
Per tutto questo, per l’incapacità di costruire certezze nei rapporti umani, e contrariamente a quanto mi chiedevano di fare, non avevo alcuna fiducia nelle persone. Quelli che incontravo mi scuotevano, convinti com’erano che io mi sbagliassi. Dicevano “Sii ragionevole, dovrai pur vivere in un mondo, avere un luogo, delle persone attorno. Così sei senza possibilità! Ricordi Manhattan, quel personaggio che non ha fiducia?”. L’ultima scena di Manhattan era puntualmente citata durante le nostre discussioni. Infatti in varie occasioni ammonivano “Cos’è che Tracy risponde ad Isaac, quando Isaac vuole convincerla, per salvare la loro storia, a rinunciare al viaggio di studio in Europa… ricordi?”. Ammutolivo mentre loro: “Gli risponde che sei mesi non sono così tanti se si ha fiducia nelle persone. Tu questo dovresti fare, avere più fiducia nelle persone, avere un mondo”.
Io ho pure ascoltato, impiegato attenzione. Solo che il pessimista è ostinato. Lui bene o male un mondo invece ce l’ha. Ed è un mondo apocalittico; proprio nella misura in cui profetizza una rivoluzione astratta, irreale: un rivoluzione del cielo. Il pessimista problematico somiglia a quel personaggio, di cui lessi in un libro, che cerca una prova contro l’esistenza e crede di essere egli stesso questa prova. Egli “vuole essere se stesso nel suo tormento, per potere, con questo tormento, protestare contro tutta l’esistenza”, dire che l’esistenza non è buona. In uno dei suoi spunti migliori, Kierkegaard paragona il disperato per ostinazione all’errore fondamentale di un’opera, un errore che va corretto ma non ci sta. È come se si ribellasse, come se per odio contro l’autore gli impedisse di rettificarlo per urlargli in faccia con tutta la follia che si può: “no, non voglio essere cancellato, voglio restare, come testimonio contro di te, come testimonio che tu sei uno scrittore mediocre”. Ecco, il pessimista che è anche disperato è un uomo che urla dai recessi del suo mutismo: “Tu sei uno scrittore mediocre!”.
Forse è vero, forse un mondo come questo è insufficiente. Forse è necessario darsi in pasto alle cose. Non per integrarsi, piuttosto per trovare modalità proprie, per scovare approcci inediti ed essere in pace. Sarebbe utile mutare strategia, e mutando strategia giungere alle cose, esserne prossimo, toccarle.
Accade allora che partecipo ad una manifestazione a Lo Uttaro, la discarica in provincia di Caserta. È una mattina di grande caldo. Il sole batte forte già dalle prime ore del mattino, quando ci ritroviamo tutti nei pressi del Comune di San Nicola La Strada, da dove inizieremo la marcia. Lì vedo di nuovo sfilare i fantasmi. Sono in molti e non riesco a togliere dalla mente il senso di un inganno, la sensazione che tutto quanto è ora qui presente non abbia l’inconsistenza di un sogno. Qui vi sono persone, carne, ossa. Te ne accorgi dalle urla, dagli schiamazzi, dalla musica. Poi vedi che molti ragazzi iniziano a ballare, per strada, sul furgoncino con l’altoparlante, e non ti sottrai alla malizia di pensare che ognuno, anche senza saperlo, stia lì per un suo motivo particolare. Non puoi fare a meno di porti in questa prospettiva, riflettere su tale possibilità, non puoi non chiederti sotto quale cielo, sotto quale costellazione ognuno di loro ha maturato la decisione di essere lì in quel giorno. Devi sapere per qual motivo così tante persone hanno scelto di inscenare le loro vite, portare le loro storie nello stesso attimo del tempo, nello stesso punto dello spazio.
Purtroppo anche in questo caso si può solo disinstallare i quadri di resistenza, e dare al pubblicano del destino ciò che chiede. Poiché l’osservazione degli itinerari interni, da cui si originano i comportamenti degli esseri umani, non è sforzo che possa riuscire a guadagnare le vittorie a cui pure vorrebbe anelare. Quest’odierno essere qui dei manifestanti non può venire giudicato secondo un andamento genealogico, con un ordine di derivazione. Non puoi dire “Costui è qui poiché si sente solo, o perché è triste, perché è giovane, perché qui si danza e trova divertenti le manifestazioni, le folle deliranti, i discorsi pubblici, i comizi”. Tu non puoi sostenere che quella ragazzina coi calzoni larghi, la maglietta corta e stretta, i capelli tirati sopra la nuca e legati all’altezza del cranio con un bastoncino, abbia a cuore più di ogni altro momento quello in cui tutti intonano assieme il motivo del cartone animato Tigerman, il quale fa parte organica delle manifestazioni casertane. Tu dici che lei si ricorda di quand’era bambina, perciò è qui. Ma allo stesso tempo senti che sei gretto per la presunzione che hai di poter entrare a far parte dei suoi stati psicologici; sei meschino per essere così invasivo da impedirle di mostrarsi diversa da come pensi e sospetti. Sai che, in fondo, cosa puoi saperne di lei se non la conosci. Tutta la follia che è in te si fa avanti, si lascia vedere nel momento in cui ti rendi conto che le riflessioni con cui hai nutrito cervello, ossa e membra, tutto il patrimonio di pensieri, il patrimonio di una vita, tutto quello che hai sempre saputo, risulta indimostrabile. Quando si è a questo stadio, l’unico modo di restare in continuità con la propria storia, è mantenersi in uno stato di fede ingenua. Questa giornata alla discarica è una contingenza, il momento che stai vivendo non avrà mai storia, mai progressione. Quel corpo collettivo – dici -, come le civiltà di Spengler, disegna maestosi cerchi di onde, quelle civiltà che “appaiono d’un tratto, si espandono in magnifiche linee, poi si abbassano, scompaiono e lo specchio delle acque ridiviene solitario e stagnante”. Ma non è dimostrato, spiegato, capito. O forse non è per niente così, e la possibilità di un futuro vero, dell’inatteso, può darsi che la storia non sia solo un ciclo di corsi e ricorsi, che davvero io sia capitato nella vicissitudine di un nuovo.
Per comprenderlo, quel giorno, dovevo dare inizio a un’altra fase. Non erano più le istanze soggettive a proccuparmi, ma come seguire più internamente gli avvenimenti. Per meglio comprendere dovevo invischiarmi, essere parte di quella situazione, non solo osservarla. Ho cominciato ad acoltare più da vicino le parole usate, parole di rabbia e angoscia che sfidavano cieli corpi e anime, e s’infrangevano sui timpani. Atomi che prendono in volto, le parole nominavano cose. Le cose erano i rifiuti, era la discarica intasata. Qualcuno ha preso il microfono e ha spiegato cos’è il percolato, il liquido velenoso che acqua e rifiuti assieme producono, che penetra il terreno, scende nelle falde acquifere. Ciò significa che il rifiuto non è una sostanza quiescente. Il rifiuto, tolto dalle strade e messo nelle discariche stracolme, non sta mai dove tu lo poni, è tutto il contrario di una fine. Da lì comincia una nuova attività, la preparazione di una nuova sortita, una migrazione. Liquefarsi ed entrare nelle falde acquifere vuol dire prenotare un posto non troppo lontano, ma altrove. Si tratta di portare i veleni nelle campagne, nei terreni coltivati: come prigionieri evasi, i veleni tornano nel mondo libero, ricominciando a plasmare il proprio mondo e a contaminare il tuo ambiente, gli alimenti, le mense. Il rifiuto seppellito nelle discariche intasate è uno spirito nomade che non accetta dimore fisse, ha un’essenza dinamica che esplica deterritorializzandosi. È un estuario di veleni, una volontà di potenza, il tentativo di stendersi a maglia il cui scopo è il rubinetto di casa tua.
A questo punto i fantasmi non contavano quasi più, poiché le cose, ai miei occhi, avevano raggiunto una loro autonoma consistenza effettuale, nel senso che apprendevo che erano capaci di causare processi, determinare i soggetti a disporsi per seguire la potenza dell’oggettività. I cerchi di onde non lasciano il mare, essendo, le cose, degli autori, essendo il rifiuto qualcosa che è sempre altrove essendo qui, e non vi è altro altrove dal qui. È difficile avere cognizione concreta del pericolo che colpisce chi vive da queste parti, pensare che uscire di casa o restarci è un’opzione ugualmente mortale. In un articolo su L’espresso, Saviano riferisce i dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità sulla Campania. È scritto che la Campania registra, rispetto alla media nazionale, il 12 per cento in più di patologie di cancro e l’80 per cento in più per le malformazioni fetali: tutto ciò abolisce i fantasmi, almeno ne sospende il problema. Tutta la problematica relativa agli inganni sensibili, la menzogna dei gesti, ha perso la rilevanza di prima, quando appariva la questione più vitale. È avvenuto così che ho iniziato a credere alle cose, avere fiducia nella capacità loro di condizionare le vite umane, ho dovuto rendermi conto di come un corpo colpito, fosse solo per soffrire, è determinato a reagire. Questo e soltanto questo dava senso alla manifestazione, di altro non mi accorgevo più.
Durante la nostra marcia verso Lo Uttaro, alla vista dello stormo di gabbiani occupanti l’aria sulla discarica, qualcuno ironizzava. Ciccio – membro importante del laboratorio sociale “millepiani” – esclamava che stavamo arrivando, giungevamo a mare. Guardare quei movimenti mi faceva pensare a cose strane. I gabbiani sono figure sinistre che non volano da una parte soltanto, non vanno verso ponente od occidente, così che un Tiresia possa raccontare di un presagio di sventura o di buon auspicio. I gabbiani non volano da una parte soltanto, ma affrontano ogni traiettoria, cambiano spesso direzione. Lo stormo sterminato si proietta piuttosto ad invadere ogni angolo di cielo, di un cielo strano, un cielo steso al suolo. Se qualcuno volesse carpire il significato di quell’aggressione degli spazi, dovrebbe riconoscere che gli uccelli, col volo, preannunciano una catastrofe nella quale sono coinvolte tutte le dimensioni del tempo: un microcosmo di sincronie onnidirezionali relativo a un disastro presente mentre è passato, e futuro mentre è presente. Quando abbiamo trovato il presidio di polizia, posizionato ad impedire l’ingresso, le persone hanno cominciato ad esprimere sconforto per la situazione. Il caldo diveniva ormai più insopportabile dei miasmi, e molti, con un gesto d’insofferenza, rinunciarono alle mascherine che avevano lievemente attenuato il disagio delle inalazioni. Tra di noi c’era Monsignor Raffaele Nogaro, una presenza apprezzabile, nella totale assenza di istituzioni, in grado di confortare molti cittadini. Anch’io ho gradito la sua presenza, sebbene il Vescovo di Caserta consolasse gli animi con frasi del tipo: “Dio è dalla nostra parte”. Il che non è vero, poiché una trascendenza è una trascendenza, anche se buona. Dio, ognuno lo invoca a sé, ma il Dio cristiano non sa stare, in senso proprio – cioè effettualmente -, da nessuna parte, quindi dalla parte di nessuno. Ciò che più serve, invece, è restare integralmente qui, perfino con la fantasia. Sviluppare un’immaginazione territoriale, pensare al fango, fantasticare su un Dio di terra, mai stato di là dalle cose, un Dio senza un fuori. Le riflessioni mi accendevano in un tumulto interno, ero convinto di parlare alla gente. “Dal momento che non c’è nessun fuori, poiché la morte non è evento unico e irripetibile, ma qualcosa che continuamente è: visto che la morte, qui, ha smesso d’essere una fine ed è divenuta il sistema di possibilità di esistenze ancora in vita, io invoco un nuovo dio dei filosofi: sensibile, con cinque sensi, anti-escatologico, un artigiano, rozzo, un modellatore; io invoco un demiurgo che dal fango riscuota e plasmi queste terre, la personalità di un eroe civile: che entra in azione, mette mano alle cose, che esiste solo in atto. Domando una schiera, una forza onesta, dei lottatori, una moltitudine di lottatori”.
Fare ciò, cercare forze e ritornare la volta prossima, sarà il mio compito. Quando Fabio, Barbara e Giulio verranno sotto casa, suoneranno il clacson e dirò loro che sono in ritardo, ma scenderò presto. Poi tornerò in bagno, riporrò l’accappatoio ancora bagnato: due colpi di pettine ai capelli, una manciata di crema dopo barba in viso, e sarò pronto. Calmerò il respiro prima di prendere le chiavi di casa, aprire la porta, chiuderla alle spalle, imboccare le scale, essere in strada e salire in auto. In pochi minuti saremo al centro di Caserta, per una fiaccolata con gli altri del comitato, del “millepiani”, i cittadini. Non solo per Lo Uttaro, ma anche per scuotere altri casertani, perché non tappino il naso, chiudano la bocca. Perché non giudichino soltanto se un cassonetto è pieno o vuoto. Sappiano che quando l’occhio si rasserena, proprio lì, proprio in quel frangente, comincia un’altra storia. E questa storia è esiziale più della prima.

Ciò che avevo imparato con l’esperienza era che, se pure il nulla esiste e la realtà ha solo la contingenza del momento, e può venir meno da un istante all’altro; se io e tutti noi – come Levi – siamo al centro di un nulla, anche in questo nulla abbiamo bisogno di permanere. Noi dobbiamo permanere-mentre-siamo. Poter permanere nel tempo della propria vita è conservare fiducia in uno spazio di realtà. Si dice spesso che Cartesio salvò un unico pezzo di mondo dallo scatafascio, salvò se stesso, l’attimo auto-intuitivo del pensiero. Noi al contrario (soprattutto noi di questi posti) dobbiamo salvare le cose; e gli altri, per come sono determinati dalle cose. Frequentare quei posti dove si realizza l’attitudine umana di risolvere problemi, dove si realizza uno sforzo d’assieme. E sentire in se stessi qualcosa di vitale, per la prima volta percepire i gangli, senza più ragionare, meditare, astrarre. Sentirsi vicino a quelle persone che sono in lotta, fare come loro, e avere fiducia: non in loro, ma nelle ragioni che hanno di compiere lo sforzo. In questi termini, possedere fiducia è il modo nostro di permanere in una realtà smaterializzata, in un essere che è rappresentazione. Ora il nulla ha una fisionomia più precisa, comincia ad articolarsi. Così il pessimista riprende a parlare, anche lui può parlare. Il pessimista ostinato, che non rinuncia alla categoria negativa, può esprimersi ancora. Egli ha davanti a sé un nulla; ma è un nulla di vita, tumultuoso, un nulla sanguigno. Egli ha davanti a sé: un Nulla-articolato.

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