You are, we car

Qualche giorno fa è stata presentata al pubblico la nuova Fiat 500. Uno dei manifesti della colossale campagna pubblicitaria diceva: “La nuova Fiat appartiene a tutti noi”.
Più sotto, il medesimo manifesto chiariva: “You are, we car”. Cioè: tu sei, noi macchina.
Che la nuova Fiat ci appartenga, per la verità, è tutto da dimostrare.
Pare infatti che un operaio della verniciatura si sia presentato al Lingotto per avere la nuova 500. Pare abbia detto: Secondo la pubblicità la nuova Fiat è anche mia. Pare che quelli del Lingotto gli abbiano risposto: Sei fuori strada… tu sei, noi macchina. Pare allora che l’operaio sia tornato a casa in autobus, abbia fatto i bagagli, il giorno dopo sia andato a lavoro, si sia licenziato, abbia svuotato l’armadietto, sia tornato a casa in autobus, poi sia emigrato in Argentina. Pare che un amico e collega dell’operaio in questione abbia spiegato ai ragazzi della verniciatura che la fissazione dell’Argentina gli era venuta da quando aveva seguito in televisione la vicenda della rivolta popolare del 2001.
La rivolta popolare del 2001, ha detto l’amico e collega dell’operaio in questione, ha costretto il presidente argentino Fernando De La Rua a dare le dimissioni. La rivolta popolare Argentina del 2001 è stata la logica conseguenza della crisi economica prodotta dalle politiche di de-industrializzazione delle dittature degli anni ’70. Negli anni ’90 è andata anche peggio. Il neo-liberismo del presidente Carlos Menem ed i preziosi consigli della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale hanno aggravato la situazione: chiusura di fabbriche e attività, blocco dei conti bancari di tutti i cittadini (il famigerato corralito), tasso di disoccupazione superiore al 20% ed in continuo aumento, debito estero fuori controllo. Gli anni ’90, però, hanno generato il movimento dei piqueteros, cioè dei disoccupati, e lo ha fatto diventare un soggetto alternativo delle lotte popolari, alternativo alle forze reazionarie ma anche ai sindacati burocratizzati.
Il 19 dicembre 2001, ha raccontato l’amico e collega dell’operaio in questione, i piqueteros (ma non solo, anche certa piccola borghesia) sono scesi in piazza per chiedere l’abolizione del corralito e le dimissioni del governo. Dopo due giorni di scontri con la polizia, hanno fatto cadere De La Rua. La rivolta popolare di dicembre, che ormai tutti chiamano Argentinazo, è costata la vita di 35 persone, 35 vittime della violenta repressione di quei giorni.
Nel pieno della crisi economica e prima ancora dell’esplosione sociale del 2001, sono nate le fabricas recuperadas. La prima è stata la fabbrica di surgelazione Yaguanè, anno 1996; nel 1998 l’IMPA; nel 2000 è stata la volta dei metalmeccanici della GIP che, dopo l’occupazione, hanno creato la Cooperativa Union y Fuerza; nel 2001 quegli stessi metalmeccanici, pagando anche un’indennità, hanno aperto una nuova fabbrica in una zona che, negli anni precedenti, ha contato più di 1000 fallimenti. Il 2001 è stato anche l’anno della fabbrica tessile Brukman e della fabbrica di laterizi Zanon, aziende che – abbandonate dai rispettivi padroni – sono state occupate dagli operai. Dal 2001 La Zanon è riuscita ad aumentare la produttività, creare nuovi posti di lavoro, costruire un centro di servizi sanitari a Nueva Espanha, il quartiere in cui si trova lo stabilimento e dove le istituzioni sono del tutto assenti. La Brukman – dopo lo sgombero dell’aprile 2003 (voluto dall’ex-proprietario) e la dichiarazione dello stato di fallimento dell’ottobre dello stesso anno – è stata espropriata e finalmente restituita alla cooperativa 18 de Diciembre.
L’amico e collega dell’operaio in questione ha calcolato che las obreras sin patron in Argentina sono 15.000 e le fabbriche che gestiscono 200. Las obreras sin patron sono ceramisti, tipografi, tessili, elettrici, calzaturieri, medici e ospedalieri che, in virtù del principio Ocupar Resistir Producir, “hanno dimostrato di saper gestire la società, una volta che i padroni se la sono svignata”. Hanno recuperato e governato collettivamente fabbriche che – nonostante le sovvenzioni statali – erano miseramente fallite a causa della pessima gestione padronale. Hanno risolto problemi legati all’approvvigionamento delle materie prime, alla mancanza di credito e di macchinari adeguati, alla messa in produzione e alla commercializzazione del prodotto. Ed hanno fatto tutto questo rispettando la politica della parità salariale e del rapporto privilegiato con le comunità locali.
Alcune di queste aziende hanno aderito al Movimento Nazionale delle Imprese Occupate ed hanno assunto la forma giuridica di cooperative. Altre invece, prima di organizzarsi in cooperative – col vantaggio, almeno potenziale, di accedere al credito e, dunque, allo sviluppo – hanno chiesto che gli stabilimenti vengano espropriati per ragioni di pubblica utilità (e la crescita dell’occupazione è indubbiamente pubblica utilità) e che vengano assegnati ai lavoratori.
La questione è cruciale, spiega l’amico e collega dell’operaio in questione: la proprietà della fabbrica spetta agli operai oppure allo Stato? Molti partiti della sinistra sono contrari alla proprietà operaia perché: in primo luogo la soluzione cooperativistica realizzerebbe una forma di proprietà privata, in secondo luogo costringerebbe gli operai a cimentarsi con i problemi del mercato capitalistico.
Pare che proprio ieri, in una delle tante assemblee della fabbrica di trattori *******, dopo varie ore di discussione, al momento di votare fra cooperativa o statalizzazione con controllo dei lavoratori, l’operaio in questione abbia chiesto di poter dire la sua sull’argomento. Pare che l’intervento sia stato più o meno di questo tenore:
“che se noi gli diamo retta a questi qui, che ci dicono di lasciar perdere, di rinunciare alla proprietà, prima o poi, statene pur certi, qualcuno salterà su per dire: la nuova ******* appartiene a tutti noi. E sarà quello il momento in cui ci renderemo conto di averla persa definitivamente. E quando infine sul cancello d’ingresso scriveranno: tu sei, noi trattore, ebbene quello sarà il momento in cui capiremo di avere perso anche la speranza di riprendercela”.

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