Il 1781 è un anno cruciale per Wolfgang Amadeus Mozart. In maggio, finalmente, ha il coraggio di mandare a quel paese il suo protettore e mecenate, l’arcivescovo Hieronymus Joseph Franz de Paula Colloredo von Wallsee und Mels. Anche se finanziariamente dipende da lui, Mozart non sopporta il suo piglio autoritario e peggio ancora tollera la sua avarizia. Perciò, esasperato, si dimette dall’incarico di musicista di corte.
Il conte Karl Joseph Felix, camerlengo dell’arcivescovo, cerca di farlo desistere ma dopo, a causa di una sfuriata del musicista, lo butta fuori a calci dalla sua stanza. È il musicista a raccontare l’episodio in una lettera al padre datata 9 giugno 1781: «Che gliene importa se voglio avere il mio congedo? E se è davvero tanto ben intenzionato nei miei confronti, cerchi allora di convincermi con dei motivi fondati, oppure lasci che le cose seguano il loro corso. Ma non si azzardi a chiamarmi zotico e furfante e non mi metta alla porta con un calcio nel culo; ma dimenticavo che forse l’ha fatto per ordine di Sua grazia».
Rimasto senza un’entrata fissa, Mozart lascia la casa nella quale vive e si trasferisce in una stanza in affitto a casa di Cäcilia Stamm, vedova Weber, che vive con le figlie. L’anno dopo il compositore sposa una di loro, Constanze.
«Non è brutta, pur non essendo certamente bella. Tutta la sua bellezza consiste in due occhietti neri e in una bella figura. Non ha spirito, ha però sufficiente buon senso per poter adempiere i doveri di una moglie e di una madre». Così la descrive Mozart in un’altra lettera al padre del 15 dicembre 1781.
Il periodo, insomma, è denso di avvenimenti e incredibilmente propizio anche dal punto di vista creativo. Nel 1781 completa la Serenata in si bemolle maggiore K 361 “Gran Partita” e inizia la composizione de “Il ratto dal serraglio”. L’anno dopo si dedica alla Sinfonia in re maggiore K 385 “Haffner” e alla Serenata in do minore K 388. Anche negli anni successivi l’estro di Mozart brilla intensamente: nel 1783 scrive la Sinfonia in do maggiore K 425, la Sonata n. 10 in do maggiore K 330, la Sonata n. 11 in la maggiore K 331, la Sonata n. 12 in fa maggiore K 332 e la Sonata n. 13 in si bemolle maggiore K 333.
Sono anni di relativo agio economico: grazie ai concerti per pianoforte e orchestra guadagna bene. Nello stesso periodo Mozart decide di tenere un libro delle spese. Il 27 maggio scrive su una pagina:
«uccello storno. 34 kreuzer.

È stato fantastico!»
Lo storno è un uccello piuttosto comune, abbastanza simile al merlo ma, a differenza del merlo – che è monogamo, vive in coppia ed è stanziale – lo storno è gregario, vive in stormi ed è migratore. Nei mesi freddi si sposta verso le regioni calde del sud. Un tempo la meta era il nord Africa, oggi anche l’Italia. Lo si può osservare al tramonto, quando si esibisce in una danza sincronizzata che può durare anche 30, 40 minuti. È uno spettacolo memorabile, come il frenetico battito delle ali e il “mormorio” che ne deriva. Murmuration è il termine inglese utilizzato per indicare uno stormo. Che però, nel caso degli storni, è unico nel suo genere per coordinazione, complessità e numero di esemplari, che può anche superare il mezzo milione. È naturale, quindi, che biologi e scienziati, siano interessati al meccanismo di coordinazione collettiva.
Ogni storno prende a riferimento altri sette esemplari, con cui interagisce, regolando i propri movimenti con quelli degli altri, in una sorta di sincronismo sovrapposto. In tal modo i movimenti dell’uno influiscono sull’intero gruppo e viceversa, propagando le informazioni a velocità costante. La decisione di virare, presa da un uccello al margine dello stormo, permette di raggiungere gli altri esemplari in meno di un secondo, alla velocità di 145 chilometri orari. Il risultato è una danza collettiva perfettamente organizzata. Questa danza produce un suono, il mormorio appunto, e sembra a sua volta basata su un’architettura musicale perfettamente equilibrata.
Il 27 maggio 1781 Mozart paga 34 kreuzer per acquistare uno storno domestico al quale ha appena fischiettato le battute iniziali del terzo movimento del Concerto per pianoforte n. 17 in sol, K. 453. L’uccello ripete il motivo ma, come risulta dagli appunti sul libro delle spese, inserisce una corona sull’ultima battuta della prima misura completa e canta un Sol♯ invece di Sol naturale nella misura seguente. Mozart è deliziato dalla correzione dello storno che, dal punto di vista armonico, rende più complessa quella che, altrimenti, è una melodia popolare abbastanza ordinaria. «Das war schön!», scrive, «È stato fantastico!».
Dal punto di vista musicale, lo storno sembra comportarsi in un modo simile a quello del compositore. Per esempio Mozart, rispetto ai canoni del periodo – che prescriverebbero di presentare un tema, riproporlo in una nuova tonalità, complicarlo nella preparazione del finale e risolverlo in un esuberante ritorno dell’idea principale – si diverte a inserire alterazioni, scherzi e trappole, attingendo agli imprevisti della vita e cedendo alle bizze del suo carattere. E che abbia un carattere eccentrico lo dimostra il post scriptum alla lettera inviata alla sorella il 7 luglio 1770: «addio statevi bene, e cacate nel letto che// egli fà fracasso». Dello stesso tenore il saluto alla cugina Maria Anna Thekla contenuto in una lettere del 5 novembre 1777: «Bene, ti auguro la buonanotte // ma prima, caga nel tuo letto finché non scricchiola // dormi profondamente // nella tua bocca ti ficcherai il culo». Stessi concetti, più o meno, nella composizione a quattro voci K 561 “Bona nox!” del 1788:
Bona nox
sei proprio un vero bue;
buona notte
cara Lotte;
bonne nuit,
pfui, pfui;
good night, good night
abbiamo ancora molta strada da fare domani;
gute Nacht, gute Nacht,
caga nel letto, che scoppi;
gute Nacht, dormi bene
e porgi il culo alla bocca.
Proprio così: caga nel letto, scheiß ins Bett, e porgi il culo alla bocca, und reck’ den Arsch zum Mund.
Il modo di cantare dello storno ha qualcosa di affine a tutto questo: Mozart utilizza tutto quello che ha a disposizione, lingue straniere, nonsense, parolacce. L’uccello, dal canto suo, emette fischi, trilli e schiocchi, oppure alterna canto armonioso e rumori sgraziati. Il musicista risolve i brani sincopati, i passaggi ingannevoli e le tonalità instabili in creazioni potenti, sensuali e del tutto originali. Lo storno elabora un canto imprevedibile e spiazzante che però, nella dimensione collettiva, si trasforma in mormorio portentoso, in forme di assoluta bellezza, in movimenti di perfetta armonia.
Certo, i movimenti degli stormi servono anche a confondere i predatori ma questo non spiega per quale motivo, anziché ridurre al minimo il tempo di volo, gli storni brucino inutilmente energie danzando in aria per 30 o 40 minuti, anche in assenza di rapaci. E dunque?
Nel libro “In un volo di storni” il premio Nobel Giorgio Parisi, che ha appunto sviluppato i propri studi sui sistemi complessi partendo dall’osservazione degli stormi e delle loro evoluzioni nei cieli di Roma, riflette sul legittimo interrogativo del fisico Nicola Cabibbo, suo maestro: «Perché dovremmo studiare questo problema, se non ci divertiamo?». I progressi della scienza, infatti, non dovrebbero dipendere da ciò che viene considerato economicamente vantaggioso. «L’enfasi sulle ricadute immediate della ricerca è una follia. È famosa la risposta di Faraday al ministro britannico che gli chiedeva a cosa servissero i suoi esperimenti sull’elettromagnetismo: “Al momento non saprei” disse, “ma è assai probabile che in futuro ci metterete una tassa sopra”».
Osservare estasiati la danza di uno stormo, insomma, prescinde da un interesse puramente scientifico. E danzare in aria in assenza di predatori, a quanto pare, prescinde da un’esigenza strettamente difensiva. In entrambi i casi il vantaggio è solo eventuale, il piacere che ne deriva, invece, è intenso e reale. Quando poi lo stormo, in modo improvviso ma perfettamente organizzato, si posa sulle chiome degli alberi o sui tetti delle case, «das war schön!», si dovrebbe gridare, «è stato fantastico!».
