In quel paese in provincia di Chieti c’è uno tale poco più che trentenne che di nome fa Sebastiano e di cognome Carosella a cui è difficile fargli comprendere che di questi tempi non può andarsene a spasso con quella sua andatura spocchiosa da istituzionale, men che meno con la fascia tricolore, in quanto quella è una cosa che spetta al sindaco soltanto o a chi da lui è stato incaricato. E invece Sebastiano se ne infischia, e già dalle prime ore del mattino se ne va a spasso impettito con la fascia tricolore a guardare se nei tombini è caduta qualche moneta o una chiave da restituire al suo legittimo proprietario, a strappare manifesti affissi sulle lamiere arrugginite e risalenti alle passate elezioni amministrative in cui le liste civiche l’hanno fatta da padrona.
Al pomeriggio il nostro amico poi si sposta ai giardinetti dove passa il tempo inginocchiato a scovare nel terriccio i lumaconi che infestano le aiuole o a certificare con un timbro riportante l’effigie comunale se le bici e i tricicli siano a norma o meno per circolare; e altri adempimenti inerenti al senso civico, perché secondo lui sono questi i compiti che un sindaco ligio al dovere dovrebbe svolgere, anziché ammuffire dietro i tavoli degli uffici comunali.
“Carosella, intanto, numero 1: la fascia la devi togliere!” — gli notifica il comandante dei vigili urbani appena lo becca — allora in quel momento e solo in quel momento Sebastiano si intimorisce un po’, siccome ha rispetto per le autorità e la fascia se la toglie senza storie; a quel punto il capo dei vigili poi in genere gliela requisisce e comincia a redigere un verbale — per finta o per davvero questo non si è mai saputo —, al che Sebastiano in quell’attimo di distrazione ne approfitta per scappare; e dopo, appena svoltato l’angolo, si imbuca in un cortiletto o dietro le auto parcheggiate e di nascosto indossa un’altra fascia tricolore. Infatti ne tiene parecchie di scorta, residuate da vecchie e sbiadite bandiere e che nasconde arrotolate sotto le mollette dei calzini. Allora con la sua nuova fascia striminzita perlustra i vicoli meno frequentati, e con un gessetto censisce buche nell’asfalto e suona i citofoni per avvertire del suo passaggio, casomai gli si volesse segnalare cali di pressione nelle condutture dell’acqua o un lampione fulminato; e per attirare l’attenzione lo si sente spesso cantare l’inno di Mameli, a modo suo, sostituendo cioè le parole che non gli vengono con quelle che la fantasia gli suggerisce, e non è raro che il testo degeneri in situazioni sessuali complicate da gestire anche per uno del ramo pornografico.
“È questo che dovrebbe fare un sindaco!” — lo incoraggia un signore rugoso con i capelli tinti di nero, facendosi notare dal balcone mentre scuote una tovaglia a quadri —, “Onore al nostro vero sindaco!” lo si sente ancora gridare con una voce esausta e rauca al tempo stesso che svela un rancore storico nei confronti di un senso civico svanito e non più attuale, ormai presente solamente nei suoi ricordi o nei vecchi libri di scuola. Poi il vecchio rientra in casa e si ripresenta subito dopo sul balcone ringalluzzito con un fez sul capo, fatto di cartone ondulato, floscio e strappato sui bordi, con la nappa sfilacciata attaccata con lo scotch che invecchiando gli è diventato il modo più pratico sia pure approssimativo per sistemare le cose.
Seba si ringalluzzisce di riflesso per l’incoraggiamento e sventola un tovagliolino di carta come segno di omaggio, ma distrattamente, perché è piuttosto interessato a controllare quel che è caduto a terra dopo lo sventolamento della tovaglia. Adocchiato qualcosa, si mette a raccogliere i residui del pranzo, “Le molliche di pane attirano i piccioni” — si rivolge educatamente al signore nostalgico mentre fa finta di scacciarne anche se in verità non ce ne sono affatto lì attorno —, “e non è decoroso avere così tanti piccioni affamati per le vie del nostro paese… sciò! Via!”, fa gesticolando nell’aria; ma la sua speranza più sincera è che da quella operazione di ricerca salti fuori un pezzetto di crosta di formaggio da umettare nel palato con la saliva. Perché va bene il ruolo istituzionale, va bene il gran da farsi per il decoro urbano, va bene tutto, compreso i piccioni, ma il formaggio è il formaggio e non c’è cosa che tiene più piacevolmente impegnato fino a sera il nostro Sebastiano quanto una crosta dura. E se per l’occasione la sorte è stata propizia allora dopo lui non bada più a nulla, e se ne va canticchiando altre canzoncine per le vie di quel paese in provincia di Chieti, canzoncine spensierate, di quelle che passano alla radio, e per le quali, venendogli al solito meno le parole, degenerano in situazioni complesse e irrealizzabili persino per la fantasia di un ragazzo reclutato da poco dalla signora pubertà; e andando in direzione di casa con il passo di uno sicuro di sé si pulisce i polpastrelli unti e sporchi sul tricolore.
