In dov s’mett Garibaldi?

Visitando Giza, nel 2012, il fotografo Oliver Curtis ha una felice intuizione: voltare le spalle alle piramidi e rivolgere la propria attenzione a quello che gli sta dietro. Realizza così uno scatto potente: in primo piano, nella sabbia, rifiuti, plastica, materiale di scarto; in secondo piano, il verde acceso di un campo da golf; sullo sfondo, circondata da un velo di smog, Giza.

Poi, per quattro anni, fa la stessa cosa. Raggiunge Stonhenge, l’Isola di Pasqua, il Taj Mahal, la Statua della Libertà, l’Acropoli di Atene, la Sagrada Familia, la Tour Eiffel, volta le spalle, tira fuori la macchina fotografica, scatta. L’effetto è sempre diverso, sempre straniante. Questo perché il monumento c’è ma non si vede e il suo valore celebrativo sopravvive ma non invade l’inquadratura. Ovviamente l’operazione di Curtis, che lui chiama Volte-face (Voltafaccia), ha senso proprio perché compiuta in un luogo celeberrimo, conosciuto da tutti, fotografato da milioni di turisti e riprodotto in infinite varianti. Un luogo consumato che, a sua volta, consuma tutto lo spazio a disposizione. A meno di non scegliere un diverso punto di vista, un approccio che permetta di raccontare un monumento senza che tutto si esaurisca nella sua rappresentazione. Potrebbe sembrare una furbizia da quattro soldi, così non è. Alcuni luoghi, eventi, eroi non avrebbero altrimenti modo di essere raccontati. Soprattutto qui da noi.

È come se in Italia non fosse più ammessa l’epica, la grande enfasi. Ed è così da molto tempo. Già Ariosto si era divertito a smontare i meccanismi della chanson de geste, ridimensionando l’eroismo e sporcando un po’ il quadretto che fa da sfondo alle imprese dei cavalieri. Nella rivisitazione in salsa nostrana del western made in USA, cioè lo “spaghetti western”, accade più o meno la stessa cosa. Ci sono i pistoleri con il cappello calcato sugli occhi, i banditi che cadono dal secondo piano dei saloon, le carovane che attraversano le grandi praterie, ma sono riedizioni difettose, modelli un po’ sgangherati con cui si gioca in modo leggero e svagato. Ad esempio i pistoleri hanno una pessima mira e fanno cilecca volentieri, i banditi sono malmessi, le carovane, lentissime, sollevano gran polveroni.

Insomma, Orlando è molto diverso dall’eroe medievale tutto d’un pezzo e se un regista visionario volesse inserirlo in un western, sarebbe più simile al Tuco Ramirez di Il buono, il brutto, il cattivo, interpretato da Eli Wallach, che all’Ethan Edwards di Sentieri Selvaggi, interpretato da John Wayne.

Detto questo, Oliver Curtis, Ludovico Ariosto e Sergio Leone firmano opere straordinarie. Uno sguardo simile al loro, almeno per adesso, è sempre mancato ai tentativi di raccontare la storia del più grande eroe nazionale, che è Garibaldi.

Presa di petto, la sua storia ha portato quasi sempre a discreti fallimenti, almeno dal punto di vista artistico. E certo si può capire la difficoltà di maneggiare un simile personaggio. Uno che, fra l’altro, ha già imparato a sfruttare la propria immagine. A cavallo, in piedi, seduto, a figura intera, mezzobusto, di profilo, di tre quarti, con o senza poncho, Garibaldi si fa scattare fotografie d’ogni tipo, sempre celebrative, spesso banali. Ma ce n’è una diversa, realizzata nel 1862 poco dopo i fatti dell’Aspromonte. Il generale è seduto, con le gambe distese. Stanco, lo sguardo distante, mostra la ferita riportata alla caviglia destra.

Non è la prima ferita. A 25 anni, mentre è in navigazione sul Mar Nero, il suo bastimento viene assalito dai pirati, che lo colpiscono alla mano. A trent’anni, in Uruguay, viene ferito al collo durante uno scontro in mare con un contingente militare che ha l’ordine di consegnarlo al governo brasiliano. Rischia parecchio anche a Roma, nel 1849: la fucilata di un soldato francese lo centra all’altezza del fegato. C’è poi l’episodio dell’Aspromonte, dove si guadagna due ferite. La prima, alla gamba sinistra, superficiale e tutto sommato priva di conseguenze. La seconda, più seria, alla caviglia. Quella mostrata nella foto. A Monte Suello, nello stesso anno, affronta gli austriaci, superiori di numero e meglio equipaggiati. Nel momento cruciale della battaglia viene ferito alla coscia. A sparare, questa volta, è un garibaldino. L’arma che usa è talmente difettosa che il proiettile, anziché centrare il nemico, finisce contro il generale.

Nella stessa foto Garibaldi indossa una camicia, presumibilmente rossa, su cui sono appuntate tre medaglie. Lo sguardo è spento ma il petto è gonfio, inorgoglito. Del resto è stato al comando di 6 differenti eserciti: della marina della Repubblica di Rio Grande, della marina dell’Uruguay, del governo provvisorio Lombardo, della Repubblica Romana, del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia. Durante la guerra franco-prussiana diventerà generale per la Repubblica Francese. A un certo punto rischia pure di essere nominato da Lincoln maggior-generale dell’esercito degli Stati Uniti. Ma Garibaldi gli pone due condizioni: il comando delle forze armate americane e, soprattutto, un’esplicita dichiarazione sull’abolizione della schiavitù. E le trattative, improvvisamente, s’interrompono.

Insomma, c’è di che essere fieri, delle medaglie ricevute, delle ferite riportate e anche degli arresti subiti. Pochi lo sanno: Garibaldi finisce in carcere a più riprese e si becca anche una condanna a morte. Nel 1832 viene arrestato in Russia per schiamazzi notturni. Dovrebbe scontare la pena a bordo della nave su cui viaggia ma lui sbarca lo stesso e si fa arrestare una seconda volta. È poco più grande quando viene fermato a Draguigan con l’accusa di essere entrato illegalmente in Francia. Nel 1834, per partecipare a un’insurrezione popolare in Piemonte, abbandona la fregata sulla quale è stato arruolato dalla marina sabauda. Il piano fallisce e lui, non potendo tornare a bordo, diserta. Viene perciò condannato alla «pena di morte ignominiosa in contumacia in quanto nemico della Patria e dello Stato». Nel 1837 viene arrestato e torturato a Gualeguay, in Argentina. Così racconta nelle sue memorie: «Tali patimenti non si ponno esprimere! Quando mi sciolsero, io, più non mi lamentavo, ero svenuto – diventato un cadavere! E così mi incepparono! Io avevo traversato cinquanta quattro miglia di paese paludoso, ove le zanzare sono insoffribili nella stagione in cui erimo – Colle mani e piedi legati, avevo indurato le tremende percosse del moschito – senza potermi difendere – quindi le torture di Millan – Oh! io avevo sofferto molto!». Nel 1849 La Marmora ne ordina l’arresto a Chiavari. Commenta Garibaldi, reduce dalla difesa di Roma: «Io non trovai affatto strano il procedimento del generale Lamarmora – Egli era istromento della politica, prevalente allora nel nostro paese; ed istromento intimo – nemico poi per propensione di chiunque, fosse come me, macchiato del suggello Republicano». Dal modo in cui stringe la sciabola nella foto, comunque, si capisce che non ha alcuna intenzione di deporre le armi. Infatti proverà di nuovo a conquistare Roma. E il 25 settembre 1867 arriva l’ennesimo ordine di arresto. Vanno a prelevarlo a Sinalunga. Si presentano in centodieci: cinque carabinieri e centocinque soldati di fanteria. E ancora non è finita. Qualche mese più tardi, sconfitto a Mentana, viene arrestato a Figline Valdarno.

Nello scatto sull’Aspromonte Garibaldi porta sulle spalle un paltò militare con ampio bavero. Mai visto Garibaldi con un paltò di questo tipo. Perfino quando entra nell’aula del Parlamento non rinuncia a indossare il suo poncho. E Garibaldi entra in parecchie aule parlamentari. È membro delle assemblee di 4 paesi diversi: Uruguay, Regno di Sardegna, Repubblica Romana, Regno d’Italia. E, grazie al contributo offerto durante la guerra franco-prussiana, farà parte anche del parlamento francese.

A ben guardare, quella del paltò non è l’unica bizzarria della foto. Fra le medaglie appuntate alla camicia c’è anche quella dei reduci garibaldini, che però il generale non ha mai voluto indossare. Il pantalone, perfettamente tagliato all’altezza della caviglia, è pulito e stirato, senza macchie di sangue. Ha un fazzoletto al collo, immacolato, diverso per foggia e colore da quelli solitamente utilizzati. Impugna una sciabola ma non c’è traccia del fodero. Come si spiegano tutte queste stranezze? Semplice, la foto è un falso. È stata probabilmente scattata poco dopo i fatti dell’Aspromonte ma quello ritratto non è Garibaldi. Eppure, vien da dire, tutta le messinscena è interessante proprio perché quello lì non è Garibaldi. Se lo fosse, lo scatto sarebbe banale e trascurabile come le immagini turistiche di Giza, Stonhenge, Sagrada Familia, Tour Eiffel. L’uomo fotografato, in un certo senso, ci farebbe pensare al solito cowboy interpretato da John Wayne più che al Tuco Ramirez di Eli Wallach. E non vedremmo l’eroe condannato a pena di morte ignominiosa, ferito 6 volte, arrestato 7, nominato comandante di 6 differenti eserciti, eletto in 5 parlamenti diversi, ricordato nei nomi di 4.247 vie e piazze italiane, raffigurato in almeno 420 monumenti. Si trattasse dell’originale, sarebbe l’ennesima foto dell’eroe monumento, quello che nessuno sa dove mettere.

Come succede alla statua realizzata a Bologna nel 1900. Bisogna decidere dove sistemarla: una piazza, un parco, lo spazio davanti a una chiesa. La discussione è accesa e non sembra approdare a nulla. Lo stallo, che va avanti per mesi, è un ottimo spunto per il commediografo Alfredo Testoni che scrive un testo dal titolo “In dov s’mett Garibaldi?” in cui un certo Pirein, presidente del comitato per il collocamento del monumento, beve fino a ubriacarsi e poi, mentre dorme, fa un sogno strano. Le statue bolognesi di Vittorio Emanuele II, il Nettuno, papa Gregorio XIII, Ugo Bassi e Luigi Galvani scendono dai loro piedistalli e cominciano anche loro a discutere del problema: in dov s’mett Garibaldi? Alla fine è Ugo Bassi a risolvere il problema. Cede il proprio posto, in via dell’Indipendenza, all’eroe dei due mondi. È solo una commedia, ma poi succede per davvero: la statua di Garibaldi prende il posto di quella dedicata a Ugo Bassi.

Ecco, il rischio che si corre con Garibaldi è esattamente questo, trasformarlo nel personaggio di una farsa teatrale. Perciò meglio prendere le dovute precauzioni: usare un sosia, uno che fa pensare a Eli Wallach, però spompato e poi, usando un paltò dall’ampio bavero, dei pantaloni inamidati, tre medaglie a casaccio, una fazzoletto immacolato e una sciabola senza fodero, caricare talmente la scena da renderla un po’ buffa e neutralizzare qualunque possibilità di enfasi. Per concludere poi, il tocco di genio: scrivere «vietata la riproduzione» su una riproduzione falsa e quindi, presumibilmente, vietata. Dovranno passare 67 anni prima che il surrealismo arrivi a certe vette.

Mauro Orletti

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