Fontamara

Prefazione inedita a Fontamara di Ignazio Silone

Gli strani fatti che volevo raccontare si svolsero nel corso di un’estate a Fontamara.
Fontamara è un nome fittizio, sia chiaro fin da subito, che ho dato a un paesello della Marsica, tra il piano e la montagna, dove ho scelto di soggiornare le mie ferie estive, sotto consiglio di un amico parroco; in seguito ho saputo che il medesimo nome, in alcuni casi tale e quale, in altri con piccole varianti, apparteneva già ad altri abitati dell’Italia meridionale, che in seguito, mi hanno espresso il desiderio ch’io lo cambiassi per non metterli in una cattiva luce, visto che anche lì campano di turismo, diciamo così, oltre che di agricoltura.
A me è sembrato però che queste non fossero ragioni valide a farmi cambiare idea per il semplice motivo che se avessi scelto un nome inesistente avrei comunque chiamato in causa le coscienze di altri; il risultato, in altre parole, sarebbe stato lo stesso in ogni caso, per qualche altro motivo.

Il primo giugno dell’anno scorso arrivo a Fontamara, e il primo giugno dell’anno scorso Fontamara rimane senza luce. Vedi la sfiga, mi dico. Il due di giugno, il tre di giugno, il quattro di giugno, Fontamara sempre al buio. Pazienza, c’è il chiaro di luna, ma poi viene la nebbia e la pioggia, che stazionano là a mezz’aria per giorni. Nemmeno in novembre è venuta giù l’acqua come è stato allora in giugno.
Non è finita qui: nei giorni ancora seguenti, nonostante il diluvio universale, vado per sciacquarmi la faccia e l’acqua viene a mancare. Faccio per lamentarmi con la signora della locanda dove alloggio, e lei mi risponde che capita, va via l’acqua, soprattutto d’estate. Che volete che sia! – dice – Il cielo sciacqua tutto, perfino i peccati, figuratevi il resto. Ma come che volete che sia? Siamo nel ‘30 e resto senza luce né acqua… e dove siamo? All’estero, le riporto subito l’esempio virtuoso della Svizzera, ci tengono alla precisione e una cosa del genere non potrebbe mai accadere al turista.
Lei mi dice che qua non è Lasvizzera, qua è Fontamara, altrimenti l’avrebbero chiamata Lasvizzera, invece che Fontamara. Avrei potuto replicare? E mi costringe ad annuire, amareggiato.
Paziento ancora qualche giorno, d’altronde sono cresciuto a Pescina, cioè in un simile contesto di miseria, e non voglio infierire. Mi portano l’acqua in un catino e apprezzo allora lo sforzo, ma ormai sono mal disposto d’animo e ci vuole poco che la cafonaggine degli abitanti di Fontamara va oltre il limite della mia sopportazione.
Questi cafoni tutta la notte non sanno fare altro che litigare: si addentrano in certe conversazioni pericolose, che non gli competono; ci vorrebbero anni di studio per parlare di certi argomenti mentre loro se ne fregano bellamente; e dopo s’abbuffano per pochissimo, perché credo finiscano le parole a loro disposizione.
Sento che a un tal Berardo non gli va bene niente, per questo e per quel motivo s’oppone in ogni caso alla sorte, risolverebbe tutto con la violenza di un fascista. Una sera, dalla persiana della mia camera, li vedo che tirano fuori i coltelli, dei coltelli senza manico o senza punta, tanta è la miseria, che si lanciano addosso come sassolini piuttosto che affondarli nella carne; al che mando a chiamare subito i carabinieri ma non arrivano né la sera né mai. C’era da aspettarselo? Credo di sì, vista la sterrata che porta a Fontamara… persino le bestie si rifiutano di farla.
Poi una notte si è andati oltre il limite: fuori non vi dico la confusione; saranno fuochi d’artificio penso tra me e me, vedrai che si tratta di quel santo che venerano: san Giuseppe da Copertino, sempre sulla bocca di questi cafoni, ne parlano bene come di un eroe con la mantella che vola su ali di giustizia; ma poi sento un po’ meglio e si tratta piuttosto di carri con ruote grandi che giungono di corsa e inchiodano nella piazzetta… saranno mica arrivati i trattori a Fontamara? O forse saranno le cisterne dell’acqua che inviano dall’Aquila? Mi chiedo. Ma ecco che poi sento il rumore di spari: allora è una lite tra famiglie! O tra frazioni! Deve essere per forza così; e le urla di spavento, infatti, dopo me ne danno conferma.
Al che nemmeno m’affaccio, per il nervoso. Che si scannino fra loro! Questa è la mia conclusione definitiva… E prima la luce, e dopo l’acqua, ma gli spari adesso, no, lo ritengo davvero troppo. Adesso capisco molte cose: giù a Avezzano parlano male di questi fontamaresi… con le pecore si ragiona meglio, dicono. Il giorno seguente ho fatto le valigie, e sono ripartito per la Svizzera!
Il finale non è stato da meno. Al mattino, mentre attraversavo la piazzetta, tenendo ben strette le mie valigie, casomai l’ultima iella sarebbe stata quella di un furto, non ti vedo soltanto donne? Tutte vestite di nero, alcune imbellettate come di domenica, con delle spille appuntate sul petto grosse come piastrelle, che in un attimo alzano un vortice di polvere e mi circondano come lupe affamate attorno alla preda.
Mi riferiscono, con tono aggressivo e minatorio, che non è il caso di andare via perché l’acqua sta per ritornare: questione di ore. Provano a spiegarmi che all’inizio l’acqua spettava tutta al padrone, ma che adesso, per accordi, tre quarti dell’acqua spettano a lui e gli altri tre quarti spettano ai fontamaresi. Avrei voluto spiegare il fallo matematico, come lascito, ma chi me lo fa fare, ho pensato, e ci ho rinunciato.

E questi sono i fatti che si svolsero nel corso di un’estate a Fontamara che hanno ispirato la scrittura del mio primo romanzo.

Ignazio Silone

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