C’mon!

Alberto Primante aveva preso la buona abitudine di fare sport di gruppo ma aveva pure preso l’abitudine non proprio buona di essere competitivo in maniera esagerata. Così quando iniziava un nuovo sport andava nei negozi specializzati e già dalle prime volte che si esercitava, diciamo così, aveva con sé tutta l’attrezzatura e tutte le finezze del professionista, anche se di quello sport che aveva appena iniziato ne conosceva a mala pena le regole. E sarà stato anche per quel motivo che lui stava un po’ sul cazzo a tutti, ma siccome non è sempre facile trovare uno disponibile a giocare un giorno sì e l’altro pure tutti lo tenevano in considerazione, a Alberto, ma solo fino a poco tempo fa. Fino a poco tempo fa perché dicono che Alberto non si sopporta più quando gioca, ché la sua competizione è andata oltre il livello del possibile, come se con la sua mente, a ogni partita, anche la più stupida e insignificante, fosse proiettato su una realtà parallela dove agonisticamente parlando lui deve essere il campione del mondo di quello sport. Tipo per esempio quando gioca a tennis è un continuo fare di gesti, come pulire la linea di fondo dalla terra, anche quando il campo è in cemento e di terra non ce n’è, o come i pugnetti per ogni 15 a suo favore, e allora pure per il punto più cretino lui fa il pugnetto, oppure urla c’mon! per fomentarsi come fanno i campioni ATP quando si tratta però di un punto importante come un set-point; e poi bisogna sempre aspettarlo quando si asciuga il sudore dalla faccia con l’asciugamano con le sue iniziali, AP, in corsivetto, oppure quando prima del servizio deve soffiare sui palmi della mano, per migliorare il grip dice lui. E al campetto da basket è sempre lì con le sue canotte originali dell’NBA che tenta qualche giocata assurda, tipo un tiro da 3 da molto lontano quando il tempo sta per finire ma ce ne sarebbe abbastanza per giocare un’azione normale, oppure come quando s’inventa dei passaggi spettacolari, fra le gambe per esempio, e finisce sempre per dare la colpa agli altri o alle imperfezioni del pavimento se non gli riescono bene; e alla fine della partita se ne esce sempre con un urlo fastidioso, che sembra un richiamo di un animale eccitato, che sarebbe il suono della sirena finale dice lui. E alle partite di calcetto interviene duro in scivolata, poi chiede falli di simulazione e fa il gesto del cartellino, come a dire che per questo e quello ci starebbe bene un giallo, anche se l’arbitro non c’è trattandosi quasi sempre di partitelle fra amici, e poi ogni tanto simula pure dei dolori che sono poco credibili toccandosi i muscoli della coscia e ci spruzza su del ghiaccio secco che si porta da casa e tiene in una valigetta piena di cose mediche; poi sputa in campo, è un continuo di sputacchi a destra e sinistra, con quel modo da calciatore professionista, e cioè si porta la saliva proprio sulla punta della lingua che in un attimo fa partire sparata come un chewing gum che va in aria anche per diversi metri, e lo fa per via della tensione agonistica dice lui. Ma la cosa più assurda succede quando entra o esce dal campetto, che d’inverno è coperto da un grosso telo bianco in pressione, e all’inizio o alla fine della partita c’ha la faccia seria di uno che sta per giocarsi la finale di Champions e che sta per essere intervistato dai giornalisti di Sky, e è come se vedesse attorno il pubblico sugli spalti, le telecamere e gli sponsor, che non c’è alcun dubbio che invece non c’è niente di tutto ciò, c’è solo il grosso telo bianco in pressione . E mo’ siccome non lo chiamano più a giocare s’è messo a fare running.

[Francesco Marsibilio]

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