La soluzione deve essere semplice

Tempo fa ho proposto a Paolo Morelli di partecipare ad una serata di pubbliche letture e di scegliere alcuni brani tratti da una piccola antologia privata. Forse per gioco, forse no, Morelli ha risposto proponendo un titolo: La soluzione deve essere semplice
Non ho subito compreso il senso della proposta. E anche adesso, forse, sono totalmente fuori strada, vittima di un enorme fraintendimento.
Comunque, se tutto quel che dirò da adesso in avanti si rivelerà sbagliato, ci sono ottime probabilità che Morelli giudichi il mio errare un modo giustissimo di rispondere.
Non perché sia giusto cosa ho detto, ma perché è giusto come l’ho detto. Il suo ultimo libro, “L’arte del fallimento” (Luca Sossella Editore), è una splendida divagazione su questo come: come disimparare, come ricominciare, come non finire.
Come, dunque? Ovvio, anzi, semplice… (la soluzione deve essere semplice): bisogna abbandonare il punto di vista “economico”, di utilità, in favore “del superfluo”. Solo questa logica è capace di rivitalizzare le parti atrofizzate del cervello, quelle più restie a ubbidire al sapiente (o presunto tale).
La divagazione, che tanta parte occupa nei libri di Morelli, è antieconomica. “Il trasloco” (Nottetempo) è un romanzo che invita a discorsi lunghi. Per la verità è anche lui un discorso lungo, labirintico, da cui partono altri discorsi che continuamente scivolano verso il comizio. Il protagonista di questo romanzo è un uomo che ad un certo punto deve traslocare, anche se noi raramente lo vediamo traslocare, la maggior parte delle volte è impegnato a fare discorsi. Comunque, anche se in modo un po’ misterioso, porta a termine il suo compito. Ma il trasloco è solo temporaneo, dopo qualche tempo il protagonista deve tornare a casa e rimettere tutto a posto, secondo la logica del superfluo e dell’eterno ricominciare (di cui parlavo all’inizio). E il risultato, nella visione di Morelli, è una rivelazione zen: gli oggetti non esistono. E anche il mondo in cui ha sempre vissuto, quello in cui gli oggetti hanno un ruolo determinante, anche quello non esiste più: al suo posto c’è l’indistinto, il disordine. Da un romanzo sul trasloco sarebbe lecito aspettarsi ordine, invece no, un gran polverone. Perché lì, nel polverone, c’è l’illuminazione.
E già si capisce parecchio della visione morelliana dell’illuminazione: una sfacchinata, con alcuni risvolti un po’ comici. Non stupisce, quindi, che si sia anche cimentato nella traduzione di Zhuang Zi: “Er Ciuanghezzù. Ner paese der Gnente” (Nottetempo). Ora, come dice Celati nella prefazione del libro, tutti quelli che hanno tradotto Zhuang Zi utilizzando un registro serioso e scolastico hanno lasciato per strada tre quarti del suo bagaglio, invece il romanesco, di cui si è servito Morelli, esalta la filosofia comica del testo e la sua capacità di analisi. Ogni aneddoto rivela l’asservimento del nostro cervello a tutti i si dice così, si fa così, si pensa così spacciati dal sapiente (o presunto tale) che, nella piazza, trova sempre un ascoltatore attento e desideroso di vedere falsificata la realtà, negata l’evidenza e allontanata il più possibile la miseria della propria condizione.
Lo sa bene Rabelais che, nella sua “Predizone pantagruelina per l’anno perpetuo” (tradotta anche questa da Morelli per Edizioni di Passaggio), se la prende con il ciarlatano istituzionale, mandato al popolo per imporre – con magniloquenza contorta e sgangherata – la regola del sapiente (o presunto tale), la logica fondata sul cosa.
Invece la soluzione è un’altra, ed è semplice. E riguarda il come. Come disimparare, come ricominciare, come non finire. E l’opera di Morelli, tutta l’opera di Morelli, a me sembra coerente con questo principio. Nel “Racconto del fiume Sangro” (Quodlibet) Morelli descrive il percorso che il fiume abruzzese compie dalle sorgenti alla foce. La sua voce, all’inizio del libro, è quasi un balbettio, quello di una persona che ha appena riacquistato la capacità di parlare. Morelli, quindi, parte dalla crisi delle parole. Come se, ad un certo punto, proprio lui – che le parole le ha sempre usate – si fosse accorto della loro perdita di potenza. Allora ha distolto l’attenzione dal cosa e si è concentrato sul come: disimparando, ricominciando, accettando di non finire. Come un fiume, che al termine del suo percorso, delle sue deviazioni e divagazioni, sfocia nell’indistinto, senza realmente finire.

Mauro Orletti

[Paolo Morelli, L’arte del fallimento, Luca Sossella Editore 2014]

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