Patrimoni dell’umanità

Per essere incluso nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco un monumento deve rispondere a certi requisiti che lo rendano unico, insostituibile e di valore universale. Per cui, prima ancora di candidarlo all’esame dell’Unesco, bisogna capire se è unico e insostituibile. Di certo lo è la muraglia cinese, e così pure la cattedrale di Reims, l’Isola di Pasqua, le piramidi di Giza, il sito di Angkor, Mont Saint-Michel, Stonehenge, il Taj Mahal e via dicendo. Di certo lo è la chiesa di San Salvatore a Spoleto: unica e insostituibile testimonianza di arte longobarda. Non lo è, invece, il complesso di San Ponziano, che si trova proprio lì, a un tiro di schioppo da San Salvatore.
E certo, se lo stato di conservazione, l’originalità, la qualità del restauro contano qualcosa, San Ponziano è fuori da tutti i canoni. Ma che importa?
Per l’architetto romano Giuseppe Valadier non importava affatto. Con il suo intervento di restauro ha cambiato i connotati della chiesa, ha cancellato (quasi) ogni traccia di romanico, ha imbiancato, alterato, riempito, stuccato, decorato.
Eppure, al di là dei riconoscimenti dell’Unesco, anche San Ponziano è un patrimonio dell’umanità. E basta scendere nella cripta per rendersene conto. Anche qui gli interventi sono stati impietosi. Sbavature di calce sugli affreschi, crociere di volta improvvisate con la malta, colori sbiaditi dalla saliva di qualche bizzoca (regiosa mulier) che, in un modo un po’ brutale, ha provato a pulire le figure servendosi di uno straccio e qualche sputo. Eppure…
Lo spazio è diviso in tre parti inframmezzate da colonne. Quelle posteriori, di recupero, sono coniche, probabilmente le mete di un circo. Quelle anteriori sono cilindriche, ma una delle due, quella di destra, è montata al contrario, con il capitello come base. Con buona probabilità si tratta di un trucco del mestiere, un metodo ingegnoso per dare stabilità. Però il capitello è infilato in una depressione del pavimento e allora si potrebbe azzardare un’interpretazione diversa: il rovesciamento della colonna come simbolo dell’anticristo o, se non si vuole arrivare a certi estremi, della contrapposizione fra pietà ed empietà, anima pia (che comprende il mistero divino) e anima empia (che lo ignora o lo rifiuta), pietas cristiana e colpa ebraica, Ecclesia trionfante e Sinagoga sconfitta.
Una lettura fantasiosa, si dirà, ma poi, nell’abside della navata sinistra, accanto a una bellissima “madonne della febbre”, una delle tante dipinte nella cripta al tempo in cui Spoleto era zona di paludi e la febbre malarica mieteva vittime quanto la guerra, si scorge uno strano affresco – forse della bottega di Campilio da Spello – raffigurante San Bernardino accanto ad un giovane, lo stesso giovane che compare anche nell’affresco sulla parete di fronte. Ha un laccio attorno al collo, il petto ricoperto di ferite – lo si vede chiaramente – e una fasciatura fra le gambe. Sembra già adolescente, ma è solo un bambino: Simone di Trento, il piccolo beato tanto caro ai predicatori dell’Osservanza minoritica. Venne ucciso nel 1475, strangolato, torturato, evirato. Per molto tempo si disse che era stato vittima di un omicidio rituale, un crimine del quale vennero accusati, come sempre accadeva in questi casi, gli ebrei della comunità di Trento.
Insomma, un affresco di pura propaganda antigiudaica. Ma perché qui a San Ponziano e cosa c’entra Bernardino da Siena?
Ecco, Bernardino apparteneva ai Frati minori, un ordine nato come eremitico e che però si era evoluto fino a radicarsi in città. A Siena Bernardino visse, studiò e, almeno finché vi rimase, predicò. E quando predicava non volava troppo alto, che altrimenti nessuno l’avrebbe capito, ma si occupava di cose pratiche, della vita di tutti i giorni, e anche di economia. Parlava di proprietà, di etica e onestà nel commercio, parlava dell’imprenditore saggio e del mercante onesto. Il commercio, diceva, non è di per sé immorale, lo diventa quando si agisce in modo illecito. Invece, se l’imprenditore si comporta onestamente, se dimostra di avere le quattro grandi virtù – efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio – allora diventa utile alla società. L’usuraio, invece, strangola la società.
L’usuraio, normalmente, era ebreo. Sicché anche il discorso di Bernardino andava a parare lì, dalle parti della propaganda antigiudaica. Ma perché?
Verso la metà del XV secolo le predicazioni dell’Osservanza avevano prodotto i loro frutti: non solo avevano stimolato la produzione e la circolazione di ricchezza, ma avevano incoraggiato la nascita del Monte di Pietà o Monte Pio. Si trattava di una pia istituzione finanziaria che avrebbe dovuto concedere prestiti, in cambio di un pegno, a persone in difficoltà. Soprattutto avrebbe dovuto garantire condizioni più favorevoli rispetto alla concorrenza. Quale concorrenza? Quella degli empi banchi di prestito gestiti, manco a dirlo, da ebrei.
Adesso, forse, si capiscono meglio la presenza di San Bernardino, l’accostamento a Simone da Trento, la colonna rovesciata ed anche le molte “madonne della febbre” dipinte nella cripta. L’iconografia devozionale tradusse in immagini la sollecitazione dei Minoriti a far beneficenza a favore del Monte di Pietà – per una futura remunerazione dell’anima pia nell’aldilà o per una immediata guarigione dalla febbre malarica – e a non rivolgersi ai banchi di prestito, almeno non a quelli gestiti da persone capaci di torturare un bambino.
Nel 1472 venne fondato anche Siena un Monte di Pietà. Esiste ancor oggi, ma è meglio noto con il nome successivo: Monte dei Paschi di Siena. Nel cui simbolo, infatti, compare la scritta Banca fondata nel 1472. Le cronache degli ultimi mesi non rendono giustizia alle sue antiche origini, anche se, propaganda a parte, i Monti di Pietà non furono sempre istituzioni benefiche e non vennero gestite in modo sempre cristallino. Già nel 1505 scomparve metà del capitale del Monte di Siena. Ancora nel 1577 il camerlengo e il custode scapparono con la cassa.
E certo, allorché la bottega di Campilio da Spello si mise all’opera nella chiesa di San Ponziano, nessuno poteva prevedere quel che sarebbe accaduto cent’anni dopo né gli scandali che avrebbero investito il Monte ai nostri giorni. Un fatto però è certo, la Trinità dipinta nell’abside della cripta ha qualcosa di molto singolare. E non soltanto per la sostanziale identità tra il Padre ed il Figlio, e nemmeno per via di un crocefisso le cui gambe non si incrociano. Ciò che la rende diversa da tutte le altre è la raffigurazione dello spirito santo. Una raffigurazione talmente assurda da far pensare a un’aggiunta posteriore. Di chi, forse, era stato testimone delle tristi vicende dei Monti di Pietà e dunque, per accrescere il senso di dolore di quel Christus patiens, pensò di aggiungere una colomba. Certo, una colomba come tutte le colombe di tutti gli spiriti santi di tutti i dipinti. Ma questa colomba qui, per la prima volta nella storia della pittura, ha smesso di volare. Unico e insostituibile esempio di dolore. Dal valore universale.

[Mauro Orletti]

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