Rivolta contadina

Hanno bruciato gli scaffali, nel tardo pomeriggio,
con le sedie e le carte a mucchi accendendo
grandi falò davanti al Municipio, e anche
stamane ecco che tornano a chiedere ragione.
Vogliono il granaio del popolo, vogliono le
terre incolte dei feudi abbandonati, tutte
in una volta vogliono le promesse che non
sono mai state mantenute. Partono dalla
Dicchiara, da Roccazzo, dalle Mute e lungo
la Ciancata o per la strada della Testa del
Turco salgono in paese.
Gli viene incontro il sindaco alle Quattro
Cappelle, il barone Melfi, socialista, amico
di Varvaro, di Canepa ch’è stato sopratutto
ammazzato non è un mese a Murazzu Rutto.
Compagni, dice il sindaco, venite con me ai
Cinquanta Salmi, prendiamoci la terra incolta
del barone La Motta che quella è sempre stata
terra di Chiaramonte! S’alza qualche bandiera
con la falce e il martello e via si parte che
il sole in mezzo al cielo avvampa ormai
com’una cicatrice ardente. Al feudo
dei Cinquanta Salmi trovano i campieri
e la forza venuta da Comiso, Vittoria,
Ragusa, le camionette dei carabinieri.
Vigliacchi! Traditori! Gridano le donne
mentre vengono sbattute come fossero
uova o spighe da trebbiare; poi parte un
colpo da non si sa dove, un altro, un altro
ancora, la gente si disperde, uno o due
cascano feriti, uno solo resta a terra morto
fulminato: Giuseppe Sammatrice bracciante
a Piano Pendente, uno ch’era giovane e
aitante ma appena un poco balbuziente.

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