Nostalgia canaglia

Rompi la tua chitarra
e non cantare
perché mi fai venir
la nostalgia
la notte è troppo lunga
mi fa impazzire
voglio tornar per sempre
a casa mia.

R. Casadei, La mia gente, 1974

Oggi non si riesce più a immaginare il futuro” disse il vecchio.
Immaginarono un futuro incomparabilmente bello e ora, delusi, fanno finta che il passato dei loro padri fosse meglio del presente dei loro figli.
I figli, da parte loro, vorrebbero pure dire qualcosa. Dentro di sé pensano “forse non riusciamo a immaginare proprio bene il futuro, ma un’idea ce la possiamo fare” ma nessuno chiede loro niente, meglio interrogare i nipoti. Così, per scoprire con orrore che gli adolescenti di oggi non sognano come loro, ergo non sognano affatto, non sono immaturi allo stesso modo in cui lo erano loro!
Oh tempora, oh mores… non ci sono più i sogni di una volta…

Forse il senso di frustrazione di fronte allo svanire dell’illusione di potenza è un fatto normale. Almeno per l’unica generazione della storia d’Europa senza (quasi) guerre, che raggiunse l’apice dello sviluppo delle forze produttive e del dominio della cultura europea sul mondo, a cui sembrò tanto inutile la storia che giunse a teorizzarne la fine.
La nostalgia è un fatto umano. Si invecchia e si rimpiange il tempo in cui si era forti e si aveva tutto per possibilità. Si idealizza il tempo della propria giovinezza, della giovinezza di tutti e, di astrazione in astrazione, si finisce per idealizzare il tempo di “prima” anche quello che non si è mai vissuto, persino quello che non è mai stato vissuto da nessuno, che non esiste ma che dovrebbe talmente esistere che è come se esistesse, come se fosse sempre esistito, come se fosse addirittura l’unica cosa veramente esistente. L’unica che meriti di esistere di fronte ad un presente che non si riesce a capire e non si può accettare.
Perché il passato si ricostruisce nella mente e nella ricostruzione se ne crea una logica intrinseca, si scartano le incongruenze, si omettono le complessità, si semplifica. Il presente, invece, è inestricabile, non si riesce proprio a contenerlo tutto in un unico disegno, a spiegarlo, a prevederlo. Allora il presente diventa solo transeunte, passeggero, falsa rappresentazione di una realtà vera che sta altrove, più in alto, più in profondità, prima.
La nostalgia è figlia e madre dell’ideologia. La nostalgia è la nostra gabbia e, quel ch’è più, una gabbia che non abbiamo fabbricato noi, ma ci hanno fabbricato addosso e rinsaldano ogni giorno, con milioni di parole che fanno una cultura o con semplici avverbi, innocenti interlocuzioni, persino con canzoni e vestiti e scarpe.
Ogni evocazione di un passato idealizzato è inesorabilmente un colpo inferto alla possibilità di leggere il presente. Sul piano sociale, è un attacco che impedisce alla generazione presente di creare una propria identità del presente, di essere presente a se stessa.
Ogni paragone con i “mitici anni …” costringe il tempo presente ad un paragone non con quello che c’era davvero, che sempre è salutare perché relativizza e mostra la complessità, bensì con una visione parziale di quella realtà di allora (se non con la pura fantasia) e, quindi, con l’assoluto. Paragonato con tempi mitici ogni tempo è un tempo infame. Non saremo mai all’altezza di un ideale e se chi intende conformare la realtà ad un ideale proiettato nel futuro inevitabilmente progetta tirannidi, non di meno (anzi, di più) chi pone l’ideale nel passato tirannizza il proprio presente ed il futuro dei suoi contemporanei.

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