Lettera all’editore

Caro Editore,
Caro Lettore,

Premetto che questa lettera è indirizzata all’editore, che sto cercando di convincere a pubblicarmi, e che solo in caso di successo potrà il lettore comune leggere tale lettera e tutti gli altri racconti schizofrenici. Le premesse non sono buone. L’ultimo romanzo che ho spedito in giro non ha fatto una buona fine. Questo forse non dovrei dirlo all’editore, ma la mia strategia è di giocare a carte scoperte, o la va o la spacca. Se la spacca almeno sarò riuscito a dire un paio di cose a quel simpaticone dell’editore. Al quale sto apertamente leccando un po’ il culo. (scusi l’espressione- e scommetto che qui mi sono giocato le poche chances rimaste di ricevere almeno una risposta garbata- lo vedo già – turpiloquio gratuito in un contesto poco indicato …linguaggio scontato, nessun appiglio sociale – scartare…).
Torniamo indietro. La partita bisognerebbe giocarsela in un modo diverso. In realtà non sono proprio sicuro come:
Una lettera garbata – Gentile Editore, Le sottopongo questi miei racconti frutto di anni di elucubrazioni su come cazzo farsi pubblicare (e ridai col turpiloquio, mi scusi di nuovo) – frutto di studi socio-letterali ecc ecc. A cui potrebbe rispondere una lettera altrettanto garbata da parte sua, caro editore, Gentile Autore, Abbiamo letto con interesse i sui racconti. Purtroppo non ci paiono maturi per intraprendere un discorso editoriale ecc ecc.
Un appiglio? Potrei conoscere il cugino di sua moglie. Potrei scoprire dove abita, dare fuoco alla sua casa di notte, e poi entrare prima dall’arrivo dei vigili del fuoco, a metter in salvo tutta la sua famiglia. Mi sarebbe grato tutta la vita, diventeremmo amici. Un giorno, ridendo e scherzando, confesserei le mie ambizioni letterarie. “Ma davvero? Ma lo sai che mia cugina è sposata con Il-gentile-Editore?”. “Ma va’?”. E lei , caro Editore, si ritroverebbe questi miei racconti su una pila più piccola con su scritto “Priorità” accanto ad una pila più alta, con su scritto “Anonimi”. Leggendomi penserebbe- però, non scrive male il tizio che ha salvato la pelle al cugino di mia moglie – e tutto andrebbe come da copione. Ovviamente io non faccio queste cose, non metto a rischio la pelle del cugino di sua moglie. E di questo me ne deve dare atto.
Però potrei farle altri favori. Più diretti e meno illegali. Che so, le piace la pizza? Potremmo fare un accordo. Ogni volta che ci vediamo, le pago una pizza. A vita. Un vitalizio di pizza. Oppure non è sposato, e sta cercando la ragazza della sua vita? Ho un amico a Praga che conosce un sacco di belle ragazze. Ogni volta che lo vado a trovare me ne presenta una nuova. Sono sicuro che lo farebbe anche con lei. Potremmo andare a Praga insieme, a trovare Pavel, e ci divertiremmo un sacco.
Ok ok, è vero, stiamo divagando un po’ troppo. La pizza, Praga…ma la scrittura – dice giustamente lei – è quello che conta. Be’, sono d’accordo. Anche quello conta. Dove mi collochiamo? Certo non sono da premio Nobel, e nemmeno da Bancarella, Viareggio, Strega. Non sarò sicuramente un best seller. Però siamo sicuri che questi racconti schizofrenici siano peggiori della peggior cosa che lei abbia mai pubblicato (premesso che lei, Caro Editore, di scrittori mediocri non ne mai hai pubblicati)? Io non ne sono sicuro, e spero che lei concordi con me. Tutto qui. Spero che concordi con me su questo semplice fatto. A questo punto me ne esco con offerte plurime, dalla pizza , a Praga, ad altre cose che possiamo pattuire a viso aperto. E sono sicuro che ne converrà anche lei, Caro Editore, che valgo la candela.
Caro Editore,
Lei non è ancora convinto. Lo vedo da come sta fregando i polpastrelli su questa pagina. La sta chiudendo. Tra le altre cose deve andare in bagno, e oggi deve leggersi altri 10 manoscritti. Potrebbe chiudere con questo, farsi una bella pausa in bagno, e passare al prossimo, sperando che sia un po’ meglio (un po’ più avvincente forse? O con più legami socioculturali? Con qualche link sulla letteratura cibernetica?). Caro editore, forse sto esagerando, ma glielo chiedo per favore, si porti i racconti schizofrenici in bagno. Se non le piacciono proprio, li lasci lì. In bagno. Spero di avere il diritto di scegliere la loro fine. So che la burocrazia editoriale spesso non concede tali stravaganze. “La nostra politica editoriale si riserva di conservare i manoscritti non pubblicati” oppure “I racconti non ritenuti di interesse editoriale saranno rispediti al mittente”. Di solito io non ricevo altro che lettere laconiche non accompagnate dal mio manoscritto, quindi immagino che ci sia abbondanza di cartaccia nelle case editrici. Carta da riciclo forse? Perché dovrebbe concedermi di lasciare i racconti schizofrenici in bagno? Per farli leggere ai suoi colleghi? Per farli leggere alla segretaria? O agli impiegati/e dell’imprese di pulizia?
E perché proprio i racconti schizofrenici? L’idea è questa. Come prima soluzione, effettivamente, io preferirei esser pubblicato in una delle sue splendide collane, scrittori giovani, sperimentali, quello che crede più opportuno. Come seconda soluzione, se lei pensa che questi racconti schizofrenici, dopo tutto, non siano maturi, però denotano un nescio quid che fa ben sperare, possiamo forse incontrarci, pago io ovviamente, la pizza e tutto il resto. Eccoci alla terza soluzione. Il bagno. Sono praticamente certo che nessun altro aspirante scrittore le abbia fatto una richiesta del genere, e quindi penso di avere il diritto di essere preso in seria considerazione. Prenda i racconti schizofrenici, così come sono, rilegati in maniera semplice ma efficace, li ho rilegati io stesso, e li metta in bagno, tra le riviste vicino al termosifone. Sono sicuro che uno spazio di un centimetro di spessore ci sarà, tra la varie riviste letterarie e culturali di siete sicuramente in possesso. Una settimana mi basta.
Caro Editore, Non mi dica che voi non tenete un porta-riviste in bagno, e che comunque l’uso del bagno non si addice a queste cose? Sono veramente un rompiscatole, lo so. Ma forse a casa sua, qualche topolino per i suoi figli, in bagno, ce lo mette? Qualche rivista di arredamento, per lei e per sua moglie? Come? Non apprezzerebbe che i suoi figli leggessero il turpiloquio di cui sopra, e sua moglie si irriterebbe a leggere la proposta di Praga? Ha ragione. Ho esagerato. Chiedo venia. Faccio ammenda.
Caro Lettore, Sta andando molto male. Non credo che ci incontreremo mai. Non attraverso questi racconti schizofrenici. Forse tra qualche anno, se avrò finalmente imparato a descrivere le fibrillazioni sociali del tessuto metropolitano moderno. O forse ci incontreremo su un autobus, a Bologna, quando andrò a trovare il mio amico sociologo Mirko (l’unico a cui piacciono i racconti schizofrenici) e quando tu, caro lettore (caro lettore potenziale, a questo punto) incrocerai il mio sguardo, lo sguardo di colui che avresti potuto leggere se non avessi esagerato con il Caro Editore, il quale, dopo un attimo di interesse passeggero per i racconti schizofrenici, si è irretito, irritato, insomma, non ha abboccato.
Caro Editore, si ricorda le tre richieste, ovvero le tre soluzioni che le ho proposto qualche riga fa? Avrei un’ultima richiesta. Se proprio la cosa non le va, voglio dire, questa storia dei racconti schizofrenici, e poi questa trovata un po’ infantile della lettera all’editore, una fregnata, chiamiamola così, intrisa pure di luoghi comuni sul mondo editoriale e altre scempiaggini gratuite…insomma, se passa direttamente al prossimo aspirante scrittore, per favore, non passi i racconti schizofrenici alla segretaria con la nota “no”. Ovvero, la prego, non mi invii la lettera “Caro Autore…”. Preferisco non ricevere niente. Lo considererò un segnale, da parte sua, che, benché consideri i racconti schizofrenici non pubblicabili nello stato attuale, e benché non consideri nemmeno che i racconti schizofrenici denotino un nescio quid che faccia ben sperare, e che potremmo forse incontrarci, pizza o non pizza, e benché non consideri nemmeno che i racconti schizofrenici siano degni di passare qualche giorno nel bagno della sua casa editrice o in quello di casa sua tra i topolini dei suoi figli, lo considererò un segnale, dicevo, (scusi il periodo lungo ma ormai mi sto lasciando andare, sto quasi gettando la spugna) che lei, caro Editore, considera i racconti schizofrenici migliori, quindi più interessanti, più avvincenti, del peggior pezzo che lei abbia mai letto dalla prima elementare in avanti. Mettiamoci pure qualche limite inferiore. Se lei, caro Editore, non mi risponde, come d’accordo, lo prenderò come il segnale che i racconti schizofrenici sono scritti meglio del peggior pezzo di almeno due righe che lei abbia mai letto dalla prima elementare in avanti. Mi farà felice.

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