Contemplativi? No, pragmatici

C’è chi non si rassegna al fatto che la ragione sia sparita dalla società e dalle cose degli uomini. Lo riconosci subito il non rassegnato. Quando parla, racconta, scrive poesie, in un modo o nell’altro è sempre lì che va a parare. Anche quando ci sono di mezzo i sentimenti non può fare a meno del ragionamento. Non può fare a meno di dimostrare che il sentimento mette radici nella cognizione che l’uomo ha delle cose… nell’esperienza. L’esperienza è il banco da lavoro in cui il sentimento, alle volte, si sovrappone alla sensazione. Cerchi la chiave del quindici e non la trovi perché è sotto quella del sedici.

E comunque vale anche il contrario: la ragione mette radici nel sentimento. L’esperienza si nutre di sensazioni. Prova a fare a meno della sensazione e la ragione ci allontana dai fatti, l’esperienza diventa illusoria. Messa a nudo, la ragione è inetta. Non è neppure capace di riconoscere la contraddizione che è nell’ordine delle cose. Ci inganna, fa nascere in noi la speranza. Ci fa credere che è giusto passare al setaccio l’universo, che esiste una finalità, che prima o poi l’avremo fra le mani.

“E noi siamo contemplativi, non pragmatici. I fatti non ci appartengono, le decisioni non le prendiamo in base alla realtà ma sulla scia delle emozioni, delle idee. La realtà non ci appartiene, viviamo di sogni.
Siamo contemplativi, non pragmatici. Senza luogo, su e giù sulla strada che porta alla rettitudine, morale non materiale.
Siamo contemplativi, non pragmatici.”

Conoscere la realtà, invece, significa ammettere che possa trattarsi di una semplice somma di fenomeni che si legano ciecamente fra loro in una banalissima catena di causa-effetto. Per indagarla in modo serio, questa realtà, bisogna ridimensionare il proprio io, smetterla di credere che sia figlio di un disegno intelligente, trattarlo come uno dei tanti fenomeni dell’universo.

Essere obiettivi, insomma. Condizione necessaria e (non per forza) sufficiente per intervenire sulla realtà. Elaborare premesse, occuparsi di metodo, darsi un criterio di scelta fra diverse dottrine e verità teoriche, va bene tutto, purché poi si arrivi alle circostanze concrete. Purché il materialismo resti dialettico, non metafisico.

“O vi parlerò di quando anche io ero indeciso fra due donne e nessuna delle due incarnava pienamente la razionalità. E nessuna delle due l’irrazionalità. Perché nonostante il professar dialettica, ricado sempre nelle dicotomie più banali: la vita e la morte; il corpo e la mente; la bionda e la bruna.”

Contemplativi? No, pragmatici. Almeno quel tanto che impedisca a quel gran fenomeno che è l’uomo di avvitarsi in una spirale distruttiva al di fuori del tempo e dello spazio. Soprattutto del tempo.

C’è un passato. C’è un presente. E c’è anche un futuro. Quindi una storia. Ed un uomo storico. Che evolve, che lotta, si affranca… quando la ragione lo assiste. Altrimenti, come il più delle volte accade, si asservisce. Ma non per questo cessa di esistere, di far ricorso alle memoria, alle memorie, per poi spiccare un salto verso il futuro, anche solo mentale.

“Allora le persone e i viaggi stanno lì, fermi, come ricordi. Invece la realtà si muove. Di colpo ci si trova senza un appiglio, senza un’identità. Uno tenta di bloccarla, di identificarla proprio in quei ricordi. Invece la realtà si muove più delle persone: e ti puoi trovare di colpo senza storia, senza una città in cui vivere, perché sono ormai tutti ricordi senza senso.”

(Dalla prefazione del libro In memorie di Claudio Cozza
con 14 disegni di Jessica Lagatta)

Per info e acquisti: redazione@mrdedalus.com

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