Una cosa nera

Si possono scrivere romanzi sulle cose. Ce ne sono diversi. Perec ne ha scritti molti. “Le cose”, ad esempio, e “La vita. Istruzioni per l’uso” (nel quale stila 42 liste di 10 oggetti ciascuna). Si tratta di una vera a propria passione per gli oggetti, la loro capacità di raccontare e di moltiplicare storie. Gli oggetti sono quelli sparsi per la casa, quelli ai quali, magari, si smette di far caso e poi un giorno, così, senza preavviso ci capitano sotto gli occhi e ci sembra di vederli in modo completamente diverso, avulsi dalla loro funzione abituale, colti nella loro essenza più autentica… che mai avremmo sospettato.
Per esempio Daniil Charms ha scritto un racconto che ad un certo punto dice “Com’è facile per l’uomo perdersi in cose insignificanti. Si può passare per ore dal tavolo all’armadio, e dall’armadio al divano e non trovare un’uscita. Ci si può perfino dimenticare dove ci si trova e andare a sbattere con le braccia contro un armadietto sulla parete. «Oooh, armadietto! – gli si può dire. – Stai un po’ attento!».” Qui addirittura Charms va oltre. L’oggetto, prima ancora che rivelare la propria essenza, rivela la propria esistenza.
Insomma si può scrivere degli oggetti in vari modi. Li si può mettere su un piedistallo ed esaminarli da ogni angolazione, oppure si può prenderci contro e fermarsi a ragionare sull’eccezionalità di quel fatto, il fatto di aver preso contro un oggetto che era lì ma non sapevamo fosse lì.
Poi c’è anche un altro modo per occuparsi degli oggetti: metterli al centro di una storia noir, protagonisti di un romanzo che sembra un diario invece è una storia noir, col tipico umorismo noir, con l’imprevedibile finale noir. Ed è quello che fa Mammi col suo romanzo “I cani di Bucarest”.
Bergamini, il protagonista del libro, è a casa, di sera, guarda la televisione senza audio, interagisce con gli oggetti. Si muove fra due stanze, cucina e soggiorno, ragiona, sragiona, mangia, beve, fa della conversazione.

Le confezioni da quattro lattine giacevano in un angolo della cucina, facevano una bella impressione poiché essendo impilate alla rinfusa creavano un’allegra macchia di colore; il cartone aveva poi certe sagomature strae che davano all’insieme l’apparenza di un concerto di linee, come se uno scultore avesse studiato apposta per molti mesi qualell’accumulazione di contenitori vuoti.

Perché lì, nella casa di Bergamini, oltre agli oggetti accumulati con indifferenza a causa di quello che si potrebbe definire “collezionismo involontario”, oltre alle scatole di sigari, alle lattine di birra, agli elettrodomestici, ci sono anche una pianta (una yucca) e una bottiglia (di whisky) che sanno parlare. E quindi Bergamini, che apparentemente vive nella più completa solitudine, fa della conversazione con la yucca ed il whisky, gli unici oggetti che, in modo del tutto arbitrario, si animano e cominciano a chiacchierare.
Ci sarebbe anche un altro oggetto che interagisce ed è il televisore. Ma Bergamini, saggiamente, lo priva dell’audio sicché resta una presenza discreta, una personaggio sullo sfondo, un attore non protagonista che non recita delle battute ma manda messaggi subliminali. E questi messaggi hanno anche loro un peso nella vicenda che, ricordiamolo, è una vicenda noir.

La conversazione fra Bergamini, la yucca e la bottiglia di whisky è una conversazione notturna da appartamento. Una conversazione impastata che procede per associazioni logiche. Si va dalla carote degli olandesi, che originariamente erano viola ma il viola era un colore così triste che gli olandesi han preferito farle diventare arancioni, ai cani di Bucarest, che si muovo a branchi ma sono innocui e si sfamano con il solo del profumo del cibo; dai calli sul sedere di Simon Bolivar, il grande libertador, alle presunte origini bavaresi di Dante Alighieri.

C’è calma. I funghetti sott’olio di Bergamini scolano lentamente sulla carta stagnola. Il televisore continua a mandare messaggi subliminali. Di fatto non accade nulla ma si prepara qualcosa di grosso. Tanto che l’attesa dell’alba, l’imbiancar del cielo, fra il cessar della notte e il comparir dell’aurora secondo la definizione del dizionario anni ’50 di Bergamini, per quanto dissimulata, diventa quasi spasmodica. Sicché lui esce sul terrazzo, che non è soltanto un terrazzo perché in una storia noir, ricordiamolo, un terrazzo non è mai semplicemente un terrazzo… Infatti da lì si accorge del ragionier Politi che stava ancora trafficando con i suoi cani da caccia e che lo guardava dal basso in alto come si guarda uno spettro.

Mauro Orletti

[Gianfranco Mammi, I cani di Bucarest, Alpha & Beta 2010]

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