Se si muore in Emilia

Si potrebbe credere che la morte sia morte un po’ ovunque, che abbia la stessa faccia in pianura, in montagna o al mare.
E invece no, non ha la stessa faccia. Se si muore in Emilia ha una faccia diversa. Per scoprire quale uno deve leggere “Silenzio in Emilia” di Daniele Benati. Perché lì i luoghi, la pianura, sono il complemento metafisico delle storie raccontate. E siccome le storie raccontate sono ambientate in Emilia – e siccome sono storie di persone che muoiono, non sanno di essere morte, stanno per morire oppure ancora hanno il dubbio di essere morte e tornano a casa (in auto, in corriera, in aereo o anche a piedi) per continuare a fare quello che hanno sempre fatto – allora le strade, i parcheggi, le piazze, i bar dell’Emilia potrebbero anche loro essere un aldilà.
Ma è incredibile quanto ordinario sia questo aldilà, quanto assomigli al nostro aldiqua fatto di cavalcavia, bocciofile, tabaccherie, macellai, officine, uffici, eccetera. Quanto anche i personaggi che vi si aggirano siano comuni e la loro lingua riconoscibile. Quanto tutto questo, anche senza fiamme e tridenti, risulti straniante. Basta cambiare un piccolissimo particolare, un dettaglio insignificante, uno di quelli ai quali – nella vita di tutti i giorni – non si fa neppure caso, per innescare un effetto a catena di incredibile paradossi.
I personaggi di “Silenzio in Emilia” sono spinti da un istinto umanissimo, cercano di tornare indietro, di frequentare i luoghi che hanno sempre frequentato, di parlare con le persone con cui hanno sempre parlato e di evitare le persone che hanno sempre temuto.
Ho detto: Veh, Cagnolati! Ma subito ho pensato: Perdio, cosa ci fa qui? Sarà mica venuto a tirarmi due rivoltellate?.

È un istinto, un tendere innato, l’emergere insopprimibile di un’appartenenza ai luoghi. Il protagonista non si rende conto di essere morto, magari gli viene il dubbio, ma non ne ha la certezza. E perciò, quando torna nei luoghi in cui è sempre vissuto, nell’inconsapevolezza di non essere più, si aspetta di ritrovare tutti i riferimenti di quando era ancora in vita. Diciamo allora che questa inconsapevolezza restituisce dignità alle cose banali della vita.

Poi, anche quando si accorge che qualcosa è cambiato, che il luogo in cui si trova – così simile all’aldiqua – è piuttosto un aldilà, non si lascia vincere dalla paura e dall’angoscia.
Per quanto assurde ed inspiegabili siano le avventure che il Cagnolati di turno si trova ad affrontare, la tendenza è a comportarsi come si farebbe nella vita di tutti i giorni. Anzi. Se la reazione fosse quella di fuga e di orrore, allora sì che l’inferno assumerebbe connotati facilmente riconoscibili, con l’inevitabile perdita di quell’incredibile effetto di straniamento prodotto invece da una (ir)realtà sui generis.
Cioè, mettiamola così: il fantastico di Benati non è straordinario ma infraordinario. Per cui l’aldilà non è un luogo fantastico e, magari, spaventoso, ma un posto familiare, un’Emilia silenziosa, soltanto un po’ diversa, un po’ strana. E tanto basta, a chi l’ha frequentata per tutta una vita, per perdersi e andare fuori strada, cedere alla tentazione di seguire un cane (che ricorda in tutto e per tutto il proprio cane, morto l’anno precedente) ed arrivare in un campo in cui si sta per giocare una partita di calcio fra la squadra dei vivi e quella dei morti, il Libertecchio. Della quale fanno parte il vecchio Badodi, che evade dalla sua casa e torna alla Bocciofila di San Martino; Saverio Ascari, poeta di Canossa al quale i clienti di un bar di San Polo pagavano delle fette di pizza solo se prometteva di mangiarle bollenti; Soncini, macellaio di Castellazzo che gli è venuta la passione di vestirsi in modo elegante e delle volte andava in giro con due giacche e tre o quattro cravatte; Fausto Cicala che si lamenta di Mingazzini che era andato a dire al lavoro che beveva dei grappini, Cicala. E che dopo averli bevuti diceva delle frasi contro la piccola industria; Vittorio Cirano che gli piaceva tanto il suo nome che tutte le volte che lo vedeva scritto da qualche parte era capace di star lì mezz’ora a guardarlo. I vivi e i morti, divisi soltanto dalla linea di metà campo. Una linea simbolica e perfetta, visto che la partita è solo la visione del figlio di Soncetti.

Mauro Orletti

[Daniele Benati, Silenzio in Emilia, Quodlibet 2009]

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