Alla fine della fiera

Sono stato ad Artefiera, qualche giorno fa. Oggi, non so perché, ho scaricato dal sito il comunicato stampa di apertura e quello di chiusura. C’è scritto che i metri quadrati espositivi erano 15.000. Che i visitatori sono stati più di 30.000. Che erano presenti più di 200 gallerie. Non c’è scritto quante erano le opere esposte. Diciamo 10 opere per galleria, per stare bassi, fanno più di 2000 opere.
Ce n’erano di belle, naturalmente. E di brutte. Di quelle che non sapevi nemmeno tu se eran belle o brutte. C’erano anche di quelle al di là del bello e del brutto. Per non parlare di quelle al di là del bene e del male. C’erano opere che non erano nemmeno delle opere ma cose così. Per esempio la borsa di una signora, aperta, dentro: un’agenda, un ombrello pieghevole. Era poggiata vicino alla parete di uno stand. Io lì, per un attimo… ma poi è arrivata la signora, l’ha presa su, e via. C’erano anche cose così che invece erano opere.
E insomma, la cosa che volevo dire è questa. A parte la borsa della signora, che però, come ho detto, non era un’opera, a parte la borsa le opere che ricordo meglio sono tre, tutte dello stesso autore, tutte della stessa galleria.
Artefiera non è una mostra, ma alle mostre, in genere, seguo rigorosamente il percorso espositivo. È una cosa naturale. Penso che la maggior parte delle persone lo faccia. Ecco. Personalmente seguo il percorso espositivo per una strana forma di paura. Ho paura di cominciare un viaggio che poi, ad un certo punto, diciamo a metà strada, non so più dove andare. Mi guardo a destra, mi guardo a sinistra, e niente, non so da che parte prendere. Allora aspetto uno di quei gruppi con la guida che parla dentro un microfono, che fanno quadrato attorno a un’opera e niente, non si muovono più, vigliacco giuda se si muovono! e quando passa uno di questi gruppi mi metto in scia. A debita distanza, ma in scia.
Cioè se ti prende questa paura di fare il viaggio da solo, mentre sei lì, alla mostra, oppure là in Artefiera, è un bel guaio. Rischi di perderti per sempre fra i padiglioni. Imprigionato fra gli stand. Anche dopo che la fiera è finita. Neanche te ne accorgi che la fiera è finita. Tanto non ci vedi più. Non sai vedere più. E passi il resto della vita a vagare fra pannelli mobili, a nutrirti del cibo avanzato all’ora dell’aperitivo (per lo più capperi salati), ad arrotolare i tappeti sulle passerelle.
Qualche giorno fa in Artefiera a me è successa una cosa così, che ad un certo punto, a metà strada, non sapevo più da che parte prendere. È stato subito dopo aver visto quell’opera che non era un’opera, quella borsa aperta, dentro: l’agenda e l’ombrello pieghevole. Da che parte prendo? mi dicevo. E mi è salita quella paura che è tipica di chi non sa più guardare. Infatti io, delle 2000 opere e più, se escludiamo la borsa della signora, che opera non era, mi ricordo quei tre lavori che dicevo prima, dello stesso autore e della stessa galleria.
Ero lì che giravo un po’ in tondo, che infilavo un corridoio, lo percorrevo per metà ma poi tornavo in dietro, ero lì in preda alla paura del viaggiatore solitario che non sa più vedere, che non sa cosa vedere, avevo già in bocca il sapore amarognolo dei capperi salati, e invece ecco che spuntano queste tre fotografie.
Più di 2000 opere, che non sapevo vedere. Che non mi facevano vedere. O non si facevano vedere? Chi lo sa. Però quelle tre foto, per prima cosa mi insegnavano a vedere.
Versailles. E poi una casa in campagna che non si capiva bene se fosse in costruzione o in demolizione. Poi solo la campagna.
Il fatto è che a metà del viaggio era come se fossi all’inizio ma anche alla fine. Era come se fossi appena uscito dalla mia casa a Roncocesi, avessi attraversato un breve tratto di campagna e poco più in là, appena dietro un canale d’irrigazione, Versailles. Che non era una reggia sfarzosa, che non era un luogo turistico, era semplicemente una cosa da vedere. Una cosa visibile ma anche una cosa che doveva essere pensata, un percorso che doveva essere costruito. Un percorso che dalla casa arrivava al paesaggio.
A quel punto io avevo superato ogni paura. Ero uscito di casa, avevo chiuso la porta, avevo iniziato a camminare, c’era un po’ di foschia. Più di 2000 cose da vedere e tutte dentro un canale d’irrigazione che invece, a saper guardare, era la borsa aperta di Luigi Ghirri. Dentro: un’agenda, un piccolo ombrello pieghevole.

Mauro Orletti

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